Nel discorso al Senato il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto: «Chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato di produrre in tempi brevi come previsto dalla legge annuale sulla Concorrenza le sue proposte in questo campo». Di sobrietà al governo c’è bisogno, ma egli poteva marcare più la cesura con un passato in cui la difesa della concorrenza non ha tenuto svegli i governanti: di “leggi annuali” ce n’è stata solo una, dal 2017.

L’occasione per attuare concretamente i principi è già sul tavolo. Il 3 dicembre 2020 la Commissione europea ha messo in mora l’Italia sulle concessioni balneari; sembra un tema minore ma è gravido di rischi. Le concessioni su beni scarsi come le spiagge, scrive Bruxelles, vanno date per tempi limitati con gare pubbliche trasparenti, per difendere i cittadini dal monopolio. Una sentenza della Corte di Giustizia della Ue (Cgeu) ha statuito che l’automatica proroga è incompatibile con il diritto dell’Unione; lungi dall’attuarla, l’Italia ha prorogato al 2033 le concessioni in scadenza a fine 2018, vietando addirittura ai comuni di indire gare, perché ciò avrebbe fatto decadere le concessioni.

Così si scoraggiano gli investimenti nel settore e si danneggiano le casse comunali colpite dal Covid. Si oppongono i concessionari, lieti di eliminare i concorrenti pagando allo stato 100 milioni, 4000 euro l’anno l’uno, in media. I concessionari sono 25mila, hanno dipendenti e collaboratori, ma la pressione di pochi ben decisi prevale sul disinteresse dei tanti per cui lo stato non è la cassa comune cui contribuiscono; difatti non lo fanno. Immaginarsi le premure dei titolari di tanti bagni verso le “autorità” sotto l’ombrellone; quelle che hanno la mentalità da dignitario apprezzeranno ogni omaggio.

La lobby dei concessionari difende la fragilità «delle piccole istituzioni economiche e (la) loro utilità sociale nelle tradizioni e nella cultura dei territori in cui sono innestate, e da cui non possono essere strappate con la violenza del diritto vivente, senza strappare e fare a pezzi, insieme a esse, il sogno dell’Unione».

L’appassionata arringa dimostra, con Adam Smith, che se all’economia la concorrenza fa bene, gli operatori sognano il monopolio, o almeno la collusione. Non c’è niente di male – ognuno gioca la sua partita, basta saperlo – né di nuovo; l’adesione all’integrazione economica europea fu duramente contrastata negli anni Cinquanta dalla Confindustria, per cui l’apertura dei mercati non era una promessa, ma una minaccia.

La mentalità resta quella. Il termine per rispondere alla Ue è già decorso, la Commissione potrà poi emettere un parere motivato che potrebbe sfociare in un nuovo deferimento alla Cgeu. In passato abbiamo giocato su tali procedure per conservare assetti illegittimi e indifendibili. Draghi non ricorrerà a tali mezzucci: sa persuadere, non ama le contrapposizioni, ma ha occhi buoni per vedere l’occasione. Presiede un governo europeista per un’economia concorrenziale, batta dunque un colpo. Pazienza se il ministro dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti, dovrà vedersela con il segretario del suo partito, la Lega per Salvini premier, cui le esibizioni in un noto bagno romagnolo non han portato fortuna.

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