Anticipiamo un capitolo di Fame d’aria, il nuovo romanzo di Daniele Mencarelli in uscita per Mondadori.

Sant’Anna del Sannio. Uno dei tanti paesi di pietra bianca strappata a blocchi dalla terra, una chiesa messa in alto, poi come un presepe scolorito tutto il resto, una manciata di abitazioni, perlopiù chiuse. Ai piedi del paese, una piazza con un alimentari aperto, accanto la farmacia, subito dopo un palazzetto con un paio di vetrine a livello della strada.

“Da Arturo.” L’insegna rossa scolorita sopra la porta d’ingresso questo dice. Il carro attrezzi va a fermarsi poco distante, di fronte a un grande cancello chiuso. Oliviero scende e lo va ad aprire. Oltre, ecco apparire un capannone malmesso, alcuni trattori, poi scooter, un paio di automobili buttate da un lato, una vecchia Punto e una Skoda, ferme lì da prima del tempo. Pietro salta dalla Golf ancora attaccata al carro attrezzi, si avvicina a Oliviero che ha iniziato ad abbassare il braccio che tiene agganciata la macchina.

«Prima non c’è stato modo di dirle che a fine mese mi arriva l’auto nuova, però questa mi serve, ora intendo, per arrivare in Puglia, se davvero è il disco della frizione ne può trovare uno ancora buono di sfascio, ovviamente le pago la riparazione, però così risparmiamo parecchio, tanto tempo tre settimane mi arriva la nuova, ma come soluzione d’emergenza per me può andare».

Ha parlato via via più velocemente, mentre Oliviero, senza mai guardarlo, ha sganciato la catena che teneva attaccata la Golf al carro attrezzi. Solo ora si gira verso di lui.

«Per me non c’è problema, ma trovare dischi della frizione ancora buoni allo sfascio è come fare un terno al lotto, ci posso provare, di sfasci qua attorno ce ne sono pochi, il più grande è vicino Isernia». Pietro accoglie la disponibilità di Oliviero con gioia, sembra quasi sul punto di abbracciarlo.

«Bene».

«Però oggi è venerdì, io inizio a fare qualche telefonata, anche a trovare subito il disco, ora d’andare a prenderlo e tornare, smontare e rimontare tutto, prima di lunedì non ci pensi nemmeno».

Il buon umore di Pietro si spegne, sul viso gli resta un sorriso patetico, scuote la testa.

«Io pensavo che con una giornata ce l’avremmo fatta».

«In una giornata non ce la farebbero nemmeno i meccanici della Ferrari, anzi, loro magari sì, ma io no di certo».

«E io ora? Con mio figlio?»

Pietro si gira attorno, sopraffatto dalla notizia.

«Chiami qualcuno e si faccia venire a prendere, oppure può provare con un autista privato a Frosolone, dovrebbe

esserci, se non è morto di vecchiaia».

«Io...»

Il sudore si mischia alla pioggia leggera sul viso di Pietro.

«Io mi trovo in un momento di difficoltà», con il capo indica suo figlio ancora chiuso nell’abitacolo, sempre dondolante.

«Per un disguido tra la banca e l’azienda dove lavoro mi ritrovo sino a lunedì con le carte di credito bloccate e pochissimi contanti, sto andando a Marina di Ginosa perché la prossima settimana festeggerò con mia moglie l’anniversario di matrimonio, ci siamo conosciuti lì». Pietro prende per un braccio Oliviero.

«Delle carte bloccate mia moglie non sa niente, lei sta a Milano per una visita al fratello, ci raggiungerà direttamente a Marina di Ginosa, ma non voglio allarmarla», fa di nuovo cenno con il capo verso il figlio. «Lei come sente una cosa si preoccupa subito, penso lo potrà capire».

Oliviero osserva il giovane uomo di fronte a lui, Pietro, i suoi occhi verdi sembra lo stiano pesando, poi il suo sguardo volge alla macchina con il ragazzo chiuso dentro. Non smette, intanto, la pioggerella di cadere su tutto. Oliviero gli indica la costruzione dominata dall’insegna “Da Arturo”.

«Vediamo se Agata può darci una mano, sino a una decina d’anni fa era anche pensione, magari può prepararle

una delle vecchie stanze».

Pietro si riaccende, poi nei suoi occhi torna vivo qualcosa, e si oscurano, come chi ricorda di essere sconfitto.

«Prendo mio figlio in macchina».

«Lui è Jacopo».

Il figlio è poco più alto del padre, che basso non è affatto. È slanciato, e bello, Jacopo è bello, di una bellezza che può ingannare per qualche istante, poi, anche mentre cammina, non si può non notare il leggero dondolamento, l’andatura da sonnambulo aggrappato al braccio del padre, e la mano sinistra, le dita della mano sinistra, che non smettono mai di passare e ripassare sulla coscia.

Una carezza senza significato. Un gesto meccanico. Una stereotipia. Così dissero a Pietro e Bianca i dottori, oramai tanti anni fa.

Jacopo, quando sta in piedi e cammina, non può non compiere quel gesto. Sin da ragazzino, la punta delle dita a fine giornata gli diventa del colore dei pantaloni, e i pantaloni, in quel punto preciso, ce li ha tutti scoloriti. Una specie di firma della malattia.

«Le serve aiuto?»

Oliviero è di fronte a un male che non conosce, non sa che fare.

Pietro scrolla la testa.

«Ma... che ha?»

«È autistico, a basso funzionamento, bassissimo».

Oliviero è un meccanico alle prese con parole nuove e complesse.

«L’autismo l’ho sentito, anche qui in paese c’era un ragazzo, ora vive in un istituto perché i genitori sono morti, ma il funzionamento... basso... non l’avevo mai sentito».

Pietro lo sapeva, ecco perché non ha voluto viaggiare nel carro attrezzi accanto a lui, lo sapeva che si sarebbe finiti sul come e il cosa e il perché.

«Significa che non parla, non sa fare nulla, si piscia e caca addosso». A Oliviero non vengono più domande.

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