Cosa provavamo in quegli anni è difficile da spiegare a chi per sua fortuna non era nato nel territorio che tutti conoscevano per l’Anonima sequestri. Ancora oggi guardando mio figlio mi pongo una domanda: se fossi nato in un altro luogo, lontano da quella guerra, forse Giuseppe avrebbe ancora un nonno? E si chiamerebbe magari, che so, Luigi perché non ci sarebbe stato bisogno di ricordare nessuna vittima, nessun morto. Poi subentra la razionalità: non è una questione di geografia. Piuttosto si tratta di responsabilità nazionali, di istituzioni che in quegli anni hanno scelto la mediocrità rinunciando a soddisfare la domanda di giustizia dei cittadini sopraffatti dai poteri criminali.

(...)Intanto quel 1991 si stava chiudendo. L’Italia stava per entrare nell’anno che avrebbe cambiato per sempre il corso della sua storia. Il 1992 in realtà si apre con una notizia positiva per chi aveva creduto nella rivoluzione “palermitana”: il 30 gennaio la Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso. È la fine per Totò Riina e la sua mafia sanguinaria. Ma quello che doveva essere il tramonto si trasforma subito nell’alba di una stagione di sangue.

Diciassette giorni dopo a Milano un signore di nome Mario Chiesa, esponente socialista, viene arrestato dalla Guardia di finanza su ordine della procura di Milano. L’accusa è di corruzione, ed è anche l’inizio della tempesta giudiziaria passata alla storia con il nome di Tangentopoli. Si trattava dell’inchiesta “Mani Pulite” condotta dal pool anticorruzione...Quando venne arrestato Chiesa, Amelia era a Milano, ricoverata per un intervento ai polmoni, ma non le sfuggì la dirompente notizia che anzi commentava con indignazione con il personale sanitario e con gli amici che andavano a farle visita in ospedale.

La fine dell’illusione

Il 3 marzo, martedì grasso, Bettino Craxi, segretario del Partito socialista nonché politico più potente dell’epoca, in un’intervista per smarcare il suo partito dall’arresto definì Chiesa «un mariuolo isolato» in un partito sano, con anticorpi in grado di proteggersi dal virus della corruzione. Servì a poco, la Prima Repubblica era agli sgoccioli, Tangentopoli era solo all’inizio. Il 12 marzo successivo a Palermo la mafia uccide Salvo Lima, braccio destro di Giulio Andreotti in Sicilia. È il messaggio di Cosa Nostra ai complici che non avevano fatto fino in fondo il loro dovere. Lima era il politico di riferimento del gruppo, seppure non fosse stato coinvolto nell’indagine che portò al maxiprocesso. I padrini contavano sulla sua influenza a Roma per bloccare ciò che non erano riusciti a fare nei primi due gradi di giudizio.

«Che vergogna», si faceva sentire la voce di nonna solo leggermente fiaccata dalla convalescenza, a tavola mentre scorrevano le immagini del corpo riverso a terra dell’onorevole siciliano. «Come abbiamo potuto fare finta di niente», ripeteva, come se ribadire il concetto fosse una forma di espiazione pubblica di colpe che lei non aveva, che tuttavia sentiva sulla propria carne perché nel partito di Lima aveva creduto e militato. Sentiva che quella complicità tra Dc e mafia era anche un tradimento alla nostra storia personale: in fondo la mafia, che fosse sicula o calabrese, sempre mafia era. E quella che aveva ucciso mio padre e bruciato il mobilificio non era tanto diversa da quella che aveva ammazzato in Sicilia.

Dall’omicidio politico-mafioso di Lima, annuncio di una nuova guerra imminente e questa volta diretta non contro un altro clan, ogni cosa sembrava rotolare verso il baratro. I giorni passavano e venivano riempiti dalla cronaca del baccanale di violenza organizzato dalle mafie. A noi cambiava poco, nel precipizio eravamo caduti due anni prima e cosa poteva accadere di peggio?

Fiduciosi nei successi del pool antimafia di Palermo con il maxiprocesso, avevamo messo da parte l’idea di andare via dalla Calabria. Il desiderio di fuggire lontano era forte, più grande però era la voglia di restare nel luogo dove eravamo nati. Ma la resistenza all’esilio volontario avrebbe avuto breve durata. Era terminata anche la seconda guerra di ’ndrangheta a Reggio Calabria. Seicento morti dal 1985, cento morti ammazzati ogni 365 giorni. I sequestri, l’esercito per le strade. E continuavano a non chiamarla con il nome appropriato: guerra. C’era una guerra nel sud di un paese membro della Comunità europea, fondatore dell’Unione europea. Un conflitto che a nessuno conveniva vedere.

Hanno ammazzato un giudice

Il 1992 era il mio ultimo anno di elementari. Frequentavo una scuola fuori dal mio paese. Quella del centro l’avevo lasciata dopo l’omicidio di papà. Troppe pressioni, troppi ricordi, uno non lo scorderò mai: lui con la moto Guzzi che d’accordo con la bidella mi aspetta fuori dalla scuola lato bagni, e io che esco dalla finestra alla fine delle cinque ore e salgo dietro sulla moto. La quinta elementare la ricordo a tratti. Ricordo solo l’addio di una compagna, che lasciava la Calabria per trasferirsi in Australia: si chiamava Domenica, chissà che fine ha fatto, se ha trovato la sua strada. Ricordo che la salutammo come si saluta un soldato. Speravamo che riuscisse a realizzarsi fuori dall’inferno in cui noi avremmo continuato a vivere. Nella nuova scuola c’era molta più libertà. Dalla primavera fino alla fine dell’anno scolastico le lezioni le facevamo spesso fuori, in cortile oppure nella campagna circostante.

Arrivati al 23 maggio 1992, mancavano due settimane suppergiù alla fine delle elementari. Avremmo dovuto dare gli esami. Che tenerezza a guardarci con gli occhi di adulti del nostro tempo. L’Italia cadeva a pezzi, eravamo accerchiati da ’ndrangheta, esercito, morti ammazzati, eppure ci preoccupava l’esame. Un esame che non esiste più, peraltro. Per questo il mondo andrebbe affidato ai bambini, alla loro onestà e ingenuità: nessuno come loro riesce a superare il peggio della storia pensando a ciò che è davvero importante. Era sabato, il 23 maggio 1992. L’Italia era appena entrata in Tangentopoli. L’attenzione del paese era rivolta alle lunghe e controverse elezioni per il nuovo presidente della Repubblica. Cossiga si era dimesso prima che finisse il suo mandato e aveva già individuato il suo successore in Forlani, ma a rivendicare la candidatura c’era anche Andreotti.

Una partita piena di colpi di scena, quindici fumate nere e chissà come sarebbe finita se alle 17.58 un tremendo boato in Sicilia non avesse sconvolto ogni scenario richiedendo con urgenza una soluzione. Lunedì 25 maggio, a soli due giorni dalla strage di Capaci, verrà eletto presidente Oscar Luigi Scalfaro. Per me quel 23 maggio era una giornata come tante. Una giornata senza nulla da ricordare fino alle sei del pomeriggio. Fino a quel boato che aveva fatto tremare l’Italia. Saranno state le sei e mezza, forse le sei e quarantacinque. Ciò che non si cancellerà mai nei miei ricordi è quell’urlo che lanciai per tutta la casa: «Nonna, nonna, hanno ucciso un giudice a Palermo, siamo in guerra!». Mi trovavo nella stanza da letto dei nonni, lì c’era una piccola tv, moderna per l’epoca, nera, della Philips. Non saprei spiegare il motivo per cui mentre giocavo era sintonizzata sulla Rai. Ebbene, fu un attimo perché la vita reale stravolgesse il tempo del gioco. Corsi fino alla cucina, in cerca di un suo abbraccio. Le immagini erano apocalittiche: l’autostrada divelta, le auto distrutte. Attentato a Capaci, l’obiettivo era il giudice Giovanni Falcone. Un massacro nel cuore dell’Europa.

Amelia si sedette, sembrava non reggere a tanto orrore. Lei, così vigorosa, tremava. Mi prese sulle sue gambe. Nell’abbraccio prolungato, per quanto provasse a nasconderlo, sentivo il suo pianto soffocato, il battito accelerato nel petto sul quale poggiava la mia testa. Mi voltai appena e vidi i miei zii e mia madre. Occhi lucidi, testa alta, si mordevano le labbra per trattenere il pianto, ma la rabbia era evidente. Più tardi avremmo interpretato che quella strage segnava il tempo della dura consapevolezza. Falcone era stato ucciso, la guerra di Cosa Nostra allo stato era iniziata dopo la sentenza definitiva di Cassazione sul maxiprocesso. Riina, il capo dei capi, era latitante e comandava come un re. Per noi però la strage di Capaci aveva un ulteriore significato che andava oltre la lettura politico-criminale. Significava che la rivoluzione palermitana non aveva rivoluzionato alcunché, o meglio dimostrava che a stare dalla parte giusta erano ancora in pochi.

Immutabilità

(...) Quel dolore collettivo non ci ha cambiati, ha solo prodotto una breve indignazione e reso consapevoli che esiste una mafia brutale che va combattuta. E ci mancherebbe! Il problema, però, è tutto il resto: la cultura mafiosa, la prepotenza, l’umiliazione degli ultimi, dei più deboli, di chi non ha voce, di chi è sotto ricatto. I tratti tipici della mafiosità li ritroviamo a trent’anni dalle stragi in ampi strati della società: economia, finanza, istituzioni, politica, comunità. Grazie anche a una legittimazione e normalizzazione di ciò che violento non era: tutti quei reati, dalla corruzione all’evasione al riciclaggio, che non producono cadaveri per le strade nell’immediato. Per intenderci: il clima politico oggi ha portato a una riforma della giustizia che suggerisce ai cittadini di considerare la corruzione un reato “normale”.

E così sia: la corruzione, il riciclaggio, le grandi evasioni fiscali non sono una priorità, e lo dimostra il fatto che chi ha pensato questa riforma ha voluto lasciarli fuori dal regime speciale, dunque se in secondo grado il processo non si chiude in due anni non si potrà più procedere: improcedibilità, appunto, rottamazione. È un esempio dei tanti che si potrebbero fare. Ma non è di questioni giuridiche che voglio interessarmi in queste pagine. Quello che voglio raccontare, sul filo della mia memoria personale intrecciato alla memoria collettiva del paese, è il dilagare di questa cultura della prepotenza, infiltrata un po’ ovunque. Perché ancora non sono del tutto rassegnato al fatto che questa cultura debba vincere sempre.

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