Parlare di case è diventato di moda. Da quasi due anni a questa parte siamo entrati in una bizzarra piega dello spaziotempo, e per quanto i segnali di miglioramento e la vaccinazione di massa lascino ben sperare, possiamo dire di esserci ancora dentro.

Il virus ha provocato una sospensione del nostro fuori, spingendoci a una forzata abitazione del dentro. Nel lembo di occidente in cui viviamo, l’incubo dello spazio architettonico inteso come riparo – dalle intemperie, dalle bombe, dalle malattie – che sembrava scongiurato da tempo e non più immaginabile, è tornato a farci visita a sorpresa. Di colpo la casa è ritornata alla sua funzione primaria di strumento di sopravvivenza. E non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che i provvedimenti adottati dai governi nazionali per contrastare la diffusione dell’epidemia ce l’hanno pian piano trasformata anche in qualcos’altro. Qualcosa di molto simile al concetto di prigione. E a questo proprio non eravamo pronti.

Tra fiction e realtà

Prima che scoppiasse questo pasticcio, prima che diventassi anche io come tutti “prigioniero” tra mura domestiche, circa due anni fa, vagando per le corsie di un supermercato in cerca di niente in particolare, nella mia testa, immacolato e puro, si creò il vuoto. Mi accade a volte, in questa sorta di stato meditativo involontario (o indotto dal regime consumistico) che il buco senza contenuto della mia mente diventi “negativo” a tal punto da attrarre magneticamente un pieno positivo che arriva da fuori, e che giungano così, come calamitate all’interno di un vortice, senza preavviso, delle cosiddette idee.

In quell’occasione, nello specifico mi giunse una domanda. Quante case si abitano nella vita? Cominciai a fare il conto delle mie. Il numero risultante superava abbondantemente la cinquantina. Mi resi conto però di non aver contato solo le case in cui avevo abitato ma di avere incluso anche luoghi in cui avevo messo piede anche solo per poco tempo, magari un pugno di minuti. Luoghi che evidentemente erano però stati per me in qualche modo significanti.

Mi venne così l’idea di scrivere un libro in cui il protagonista, barricato in casa a causa di una minaccia che non volevo fosse specificata (l’idea era di lasciarla anonima sullo sfondo, come nel racconto Qualcosa era successo di Buzzati), si mette a fare lo schedario degli spazi architettonici in cui ha transitato nella propria vita. Volevo creare una sorta di mappa catastale della sua esistenza, un romanzo di formazione costruito per accumulo di architetture ricordate. Colmo di eccitazione cominciai a far scalette e poi a scrivere, ma, ahimé, nel pieno dello slancio, scoppiò la pandemia.

La pandemia ha influito, oltre che sulla mia esistenza e in quella di tutti, anche sul romanzo. Di colpo mi sono trovato a vivere la mia stessa storia di fiction, con la realtà che lentamente, giorno dopo giorno, superava in maniera sempre più terribile e spettacolare la finzione.

Scrivevo le avventure di Dimitri, un uomo bloccato in casa da una metafisica minaccia, intento a raccogliere in un atlante le case più importanti della sua vita mentre fuori, nella realtà, la minaccia prendeva un volto, un nome, e costringeva me, come il mio alter ego inventato, alla prigionia: stavo praticamente vivendo un episodio di The Twilight Zone. Sono stato così costretto a fare degli aggiustamenti in corsa e alla fine ho deciso di dare anche nella finzione un nome alla minaccia oscura. L’ho chiamata Virus, con la V maiuscola, e con molta paura ho portato a termine questo benedetto libro, di cui mi ricorderò per tutta la vita.

Microcosmi

Chissà cosa deve aver spinto Andrea Bajani a scrivere il suo ultimo romanzo, e chissà come si è sentito a scrivere anche lui di case, mentre il mondo chiudeva a chiave gli uomini. L’autore ci aveva già abituato al tema del domestico, in Dimora naturale, raccolta di poesie edita da Einaudi nel 2020.

Dimorare, per l’appunto, etimologicamente, “restare”, “soffermarsi”. Già in molte di quelle liriche si inquadravano gli spazi architettonici come isole in cui l’uomo si ferma a pensare, a guardare, a vivere. Isole costruite esse stesse dall’uomo, interferenze in muratura nel fluire del mondo, e del mondo ricostruzione imitativa e alternativa, microcosmi possibili. Questo sono forse le case: mondi artificiali, nel mondo, a immagine del mondo.

Come il Dimitri del mio romanzo, il protagonista de Il Libro delle Case di Bajani disegna il percorso della propria vita partendo dai suoi microcosmi / nuclei abitativi, seguendo un criterio spaziale e non temporale. 

Il romanzo è la storia di un uomo, denominato Io, insieme a quella di Sorella, Madre, Padre, Nonna, e in un secondo momento Moglie e Bambina, sviluppata attraverso la descrizione delle case che occupa: case private, come quella di infanzia, un seminterrato di cemento a Roma, o quella «Dell’adulterio» in cui ha consumato una storia d’amore clandestina, e case pubbliche come gli spazi che hanno contenuto il corpo di Aldo Moro e quello di Pasolini.

Ma poi cos’è pubblico e cos’è privato? Bajani spappola questa distinzione, riuscendo a essere sempre lirico e teso, come esprimendo un “realismo con la febbre”, che poi è quella modalità stilistica, quel registro, che da lettore fin da ragazzo mi appassiona e che mi fa preferire Proust a Hemingway.

Le case attraversate da Io sono anch’esse protagoniste della storia, attraverso un animismo poetico che le rende significanti e comunicanti quanto gli esseri umani. Il romanzo si potrebbe leggere persino a spezzoni, a morsi, o in maniera non lineare, senza perdere quasi niente della sua intensità drammatica; ci si renderebbe comunque conto di quanto le case siano giustamente esseri con una voce.

Nel mio libro il protagonista Dimitri inserisce fra le case più importanti della sua vita una casa di fiction entrata con violenza nella quiete della sua fanciullezza, ironia della sorte chiamata “La villa del bambino urlante” da Bernardino Zapponi e Dario Argento nel film Profondo Rosso. Le case urlano sempre, anche quando sembrano bisbigliare o star zitte. Gli esseri umani vi lasciano le loro tracce, abitandole, arredandole. E quelle tracce possono rimandare indietro, amplificati, aumentati di valore, a volte profondamente distorti, emozioni e significati.

Significati molteplici

In Atlante delle case maledette ho chiesto aiuto a un illustratore, Paolo Bacilieri, perché volevo rendere ultra-narrativa la storia, forzarne i confini, uscire dal rischio dell’autobiografia costringendo una fantasia diversa dalla mia a immaginare le mie case; Bajani nel suo Il libro delle case dota invece ogni capitolo di una piantina dell’immobile, come per dare ancoraggio geometrico e sintetico a una forma fortemente libera e visionaria di rappresentazione del reale.

La sensazione è quella di essere coinvolti in un gioco di indagine razionale del quale si danno gli indizi per arrivare alla costruzione di un quadro chiaro e univoco; ma in realtà si tratta di un whodunit fasullo, le carte vengono sbaragliate in tavola mentre si sta giocando, le conclusioni sono sospese, e l’assassino come nel “Pasticciaccio” di Gadda chissà chi è. Però abbiamo indagato, e il cuore ha battuto forte.

Bajani realizza un affresco ricco di particolari, un dipinto a più centri focali. Non c’è un punto univoco in cui l’occhio converge. Le case sono molteplici, sembra dirci la sua storia, e così i significati.

Natura morale

Sembra dirlo anche Emanuele Coccia in molti passi del suo saggio Filosofia della casa. Le case sono di rado «pura scatola di separazione dal mondo», sono di più; contengono gli oggetti, le cose che noi vi accomodiamo dentro e che altro non sono che una moltiplicazione del nostro io. Giocattoli, diari, quadri, ninnoli, utensili da cucina.

Nella casa in cui vivo e che sto per lasciare c’è un pezzo di carta incollato con l’adesivo che ricopre il buco che feci anni fa dando un calcio alla porta in seguito a un litigio. È ancora lì, e parla. Il nuovo inquilino che lo scoprirà ci dovrà fare i conti, prima di ripararlo, e fantasticherà, girerà il suo film mentale. Farà i conti con quel buco, farà i conti con una parte di me.

Coccia ci rivela che casa non è soltanto spazio del privato, casa non è qualcosa che ci individualizza e separa: casa è una «Tecnica materiale che usiamo per intrecciare la nostra vita e il nostro destino con quelli altrui». Per questo la vera natura delle case non è architettonica ma morale. Non a caso nelle case avviene il mistero dell’amore, quello vero, che non è il mito dell’innamoramento o del piacere sessuale tipico dei nostri tempi ma faticosa costruzione (la metafora è edilizia, per l’appunto).

Perdiamo la capacità di immaginare case ogniqualvolta abdichiamo alla costruzione del sapere e della tecnica che permettono a due vite di viverne una assieme: «Le case sono formule spaziali per vivere l’amore». Vi si costruiscono i legami familiari, ci si eclissa in esse sospendendo la coscienza e abbandonando il mondo durante quella simulazione di morte che avviene nelle camere da letto e che chiamiamo sonno, si sogna (durante quella stessa assenza dalla vita e dalla coscienza), si creano connessioni e interferenze, si innescano e disinnescano ordigni esistenziali di grande portata. Si esplora.

Bene parlare di case, giusto che diventi una moda, in questo tempo di transizione: il virus ci ha costretti ad abitarle sul serio, le case, a capire le vere funzioni delle nostre capanne e i loro mutamenti nel corso dei secoli; non lo sapevamo più fare. Le case erano per noi soltanto una sosta, statica e immota, fra un trasloco e l’altro. Non ci eravamo accorti che la vita stessa è un traslocare, un passare da un punto all’altro, e che quei punti non sono solo spazio inerte.

I metri quadrati, quando ci sei costretto dentro, come in quest’anno e mezzo ci è successo, diventano prigione e prima o poi si esauriscono. Chiusi dentro le case per coercizione, più avvezzi alla PlayStation e al binge watching che all’esplorazione e all’immaginazione di comunitari misteri, siamo stati costretti a tuffarci nell’esplorazione potenzialmente più sconvolgente: quella del nostro abisso. Ci siamo rimessi in allenamento. Nel mondo post-pandemico sarà utile aver capito che le case siamo noi, e la cantina più buia è quella che ci portiamo dentro.


Francesco Bianconi è autore del libro Atlante delle case maledette, edito da Rizzoli Lizard

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