Case e uomini quanti Dio ne aveva messi sulla Terra non c’era verso di sradicarli. Si dovette far ricorso al piede di porco, all’adulazione, alla persuasione, mettere in campo escavatrici, buoni sconto, intimidazioni, e la fede nel futuro.

Si fecero discorsi, pressioni, trattative. Si lasciò intendere: andate via, prendete armi e bagagli, abbandonate case e campagne, siate pronti a rinunciare anche se non a perdonare.

È finita, gli stormi di gru si sono già radunati ai margini dei campi e presto si leveranno in aria con quei tremendi versi striduli, fate come loro, salite sulle vostre automobili ceche e giapponesi, e via a tutto gas.

Dite addio alle case che i vostri genitori hanno costruito, addio alle case che avete tirato su voi stessi, accostate una guancia all’albero al cui ramo avevate appeso l’altalena, imprimete nella memoria le silenziose, nebbiose sere d’agosto, le albe vellutate e ricamate al di sopra dei campi, tutto ciò che era pieno ora si svuota.

La Città vi aspetta a braccia aperte, impaziente, ha acceso le luci e riscaldato le vie principali, quando sarete lì vi darà tutto ciò che ha, la Città attende nuovi contribuenti, i vecchi sono ormai spremuti, e si aspetta che a questo richiamo rispondiate con qualcosa di più di un borbottio. La Città è un’opportunità. Anzi, in realtà è l’unica opzione possibile.

E alla fine tutti si arresero, le mani sporche di terra si levarono in alto, qualcuna stretta in un pugno, con le nocche arrossate dalle vesciche, i denti che digrignavano maledizioni, ma si udirono anche sospiri di sollievo e occasionalmente anche grida di gioia.

E così in direzione sud iniziò a colare una valanga di assi di legno, mattoni, cemento, umani e relitti umani, abili e riformati, spilungoni e trasandati, giovinetti e invasati, sudaticci e impomatati, gente di ogni tipo senza distinzioni di età o di sesso, non si fa nessuna selezione adesso, si prendono tutti, nessuno escluso, vermi della terra e arrampicatori, anche a rischio che i deboli crollino e che anche i più forti possano vacillare, non si bada ai dettagli, tutto viene fagocitato, sapendo che alcuni sono utili, altri solo d’ingombro, va a finire così quando si opera un cambiamento, non tutto va secondo i piani, per aria ci sono più variabili che uccelli, e davanti a sé più che una strada dritta c’è un futuro fosco e opaco. È così che va, in tutto il mondo, quando la Campagna si riversa in Città.

Tutto in Città 

Ne derivarono distruzione e orrore, tribolazione e stupore. Adesso la Città era tutto perché dentro c’erano tutti. Nei boschi, nei campi, nei prati erano rimasti solo alci, lupi, cerbiatti e procioni a contendersi i ruoli, a decidere chi è qualcuno e chi è solo un’imitazione.

Uno spazio deserto, ma non per lo sguardo dell’aquila, che volteggiando in alto con un colpo d’occhio scopriva animali e creature viventi come mai in precedenza.

Ora che l’uomo aveva smesso di importunarli, gli animali prendevano il controllo su tutto. L’aquila si librò al di sopra delle case e si rese conto che erano tutte diventate dei ruderi.

I cortili erano ingombri di macerie, la fuga doveva esser stata precipitosa, visto che erano rimasti abbandonati sul terreno tosaerba, secchi, asce, rastrelli, carcasse di automobili, tute da lavoro giallo catarifrangente che luccicavano in mezzo a mucchi di foglie in decomposizione.

Cervi dalla coda bianca trotterellavano sui campi domandandosi dove fossero finite tutte quelle scimmie urlatrici che si muovevano su due zampe e che solo poco tempo prima andavano sfacchinando sui campi con i loro aggeggi rumorosi.

Nessuno voleva più acquistare le case, nemmeno a prezzi stracciati, e così se ne stavano lì annichilite, fino a che si afflosciavano come berretti di feltro inzuppati di pioggia. Le case infradiciate scricchiolavano e gemevano, emettendo rumori che gli animali ascoltavano perplessi.

Nella Città tutto era diverso. Di alloggi c’era richiesta e un gran bisogno, venivano venduti, comprati e costruiti, non ce n’erano mai abbastanza.

Si vedeva gente ovunque, nelle piazze, in ogni slargo, in ogni terreno abbandonato, nelle fondamenta di edifici in demolizione, parte di quelle persone era inutile, parte utile, ma quale parte fosse cosa era difficile a dirsi, petche nuovi mestieri avevano sostituito quelli ormai estinti.

I Responsabili erano perplessi, un dito in bocca e l’altro sulla tastiera, se dare o no un’opportunità, se concedere un lavoro o un vantaggio, un appartamento o una baracca. I Centri commerciali vuoti diedero un po’ di respiro, ma in men che non si dica anche quelli si ritrovarono pieni di sfollati o di volontari.

E non fu una gran consolazione che la Città non dovesse più sostenere con i soldi dei contribuenti la popolazione delle campagne. Là le forniture di elettricità e acqua erano state quasi del tutto interrotte, e nessuno poteva più rimetterci piede.

Adesso praticamente tutti erano in Città, ma non tutti avevano un alloggio o un lavoro. Arrivarono tempi di tensioni e tumulti, a cui la Città non era preparata.

L’avanzata dei Contadini

I Contadini arrivavano ai confini della Città come sempre avevano fatto nel corso della storia, chi con trepidazione, chi pieno di speranza, uno con i brandelli della propria autostima buttati in un fagotto sul tappetino di gomma sotto il sedile del passeggero, un altro con una pila ben ordinata di referenze professionali in una valigetta in pelle.

Alcuni erano vestiti con molta cura, l’idea era di far vedere che non venivano proprio da un buco di provincia, altri si erano ficcati addosso gli stessi stracci di sempre, pensando che in fondo non serviva a niente mettersi in ghingheri, tanto lì non scalderanno le strade per noi né ci daranno un alloggio.

Uno se ne stava seduto in treno vicino al finestrino, con la lingua rimosse un nervulo di salsiccia rimasto tra i denti e si domandava se il domani gli avrebbe portato la stessa merda di ieri in un pacchetto diverso, o se si sarebbe aperta una qualche opportunità̀ completamente nuova, se una fogliolina verde sarebbe spuntata in mezzo a tutte quelle marce.

Un altro ancora sentiva la mancanza del suo cane, quella fedeltà quasi irrazionale, quando si rannicchiava ai suoi piedi a prescindere da quanto fosse accaduto o stesse accadendo nell’esistenza del padrone.

Un terzo arrancava sulla strada asfaltata con un fagotto di vestiti sotto il braccio e lo spazzolino da denti nello zaino, il pollice in su, nel caso gli dessero un passaggio, e alla fine lo presero su, perché tutti in fondo procedevano nella stessa direzione, dal momento che non ce n’erano altre.

Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova. Nessuna idea di quel che li aspettava, erano solo consapevoli di cosa avevano perduto, per sempre. E così la nostalgia giocava brutti scherzi, rivangando dal passato solo momenti luminosi e felici, lasciando invece pietosamente alle spalle le fatiche sul bordo di un campo petroso e nella puzza atroce della porcilaia.

Si finiva per indorare il passato, che diventava altro nelle varie versioni dei narratori che edulcoravano l’originale: un maldestro strimpellatore stonato ricompariva come un maestro della canzone popolare, il clima imbronciato sembrava nei ricordi amabilmente soleggiato e i sobborghi stepposi diventavano prati che erano un piacere per gli occhi. La memoria, si sa, è inaffidabile, ma come rinunciare alla misericordia per se stessi?

A casa

I Contadini se ne stavano ai margini della Città pieni di sospetto, di timore, di pensieri macerati dall’amarezza. Molti erano convinti che i Cittadini fossero tutti gente altezzosa, svelta e malvagia, ma si sbagliavano, perché in Città c’era sempre stato ogni genere di persone proprio come nella Campagna, ma questa credenza, o piuttosto questa sensazione, non si poteva metterla in discussione, perché la sensazione aveva da tempo sostituito la conoscenza, come il trattore la zappa.

Rispetto alla morbida luminosità delle aie, le luci in Città avevano un che di furioso e innaturalmente sfolgorante, e le orecchie, abituate ai fruscii delle foglie dei pioppi, in mezzo al rumore del traffico si acchiocciolavano.

I nuovi arrivati si davano un contegno e assumevano un’espressione impassibile, come se niente fosse successo, anche se il valore della casa, l’unica loro proprietà, s’era ridotto a zero. Quell’espressione del viso per un po’ reggeva, per poi tornare a corrugarsi appena non c’era nessuno in vista.

I più sfacciati non si curavano nemmeno dell’espressione, ma avanzavano sulle principali arterie in direzione del centro, procedendo lentamente, ciondolando, come se non fossero mai vissuti altrove o non venissero da nessuna parte, ma fossero sempre stati qui, a casa loro.


Questo testo è l’incipit del nuovo romanzo di Kari Hotakainen, La grande migrazione, in uscita per Iperborea. Traduzione di Nicola Rainò. 

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