Negli slogan del 25 aprile italiano e del primo maggio in Europa è stato facile individuare una frammentazione della sinistra che riflette la crisi globale del pensiero politico progressista, ben oltre le posizioni sulla crisi ucraina.

Meno facile è comprenderne le ragioni. Dobbiamo ancora una volta partire dall’identità, vale a dire quella riflessione sulle nostre vite, che ci permette di stabilire il nostro posto nel mondo e strutturare le nostre comunità. In politica la costruzione di un’identità forte e chiara, perché facilmente rappresentabile attraverso simboli, persone e parole chiave, è un tema su cui i conservatori in Europa e nel mondo hanno cominciato a costruire la loro forza non appena è stato evidente che il comunismo non era più il principale nemico da affrontare.

Queste forze hanno scelto una narrazione incentrata sull’identità nazionale ed etnica, un tema attraverso cui hanno compattato il proprio elettorato spesso scegliendo la via dello scontro aperto.

Una narrazione che si presta a creare tensioni e spaccature nette nella società civile, ma soprattutto a mettere in crisi gli avversari per cui, invece, la parola identità corrisponde a diverse tipologie di narrazione: identità sociali, religiose, di genere… È comprensibile che le forze progressiste siano diventate estremamente riluttanti a confrontarsi sul tema, consapevoli che esprimere le proprie opinioni pubbliche rischia di rafforzare la narrazione di destra. Un silenzio che ha contribuito a frammentare l’identità progressista di cui oggi sopravvivono schegge diverse che spesso ci paiono incoerenti tra di loro, come l’anti-atlantismo in un corteo per il lavoro.

Altrettanto controproducente è stato affrontare il tema dell’identità utilizzando una narrativa di contrapposizione assoluta. Negli Stati Uniti alle parole forti del trumpismo, su immigrati o sul disprezzo dell’establishment politico, non è seguita un’adeguata reazione democratica che mettesse in risalto i problemi sociali che avrebbero causato. Il risultato è stato una opposizione partita dal basso che ha portato a esprimersi in movimenti come Black Lives Matter o della cancel culture. Una narrativa che in alcuni casi ha finito per riprendere i modi e i toni dei conservatori cambiandone il soggetto.

Identità divise

In Europa questo atteggiamento ha portato a conseguenze diverse. Ogni volta che gli argomenti sul tavolo sono stati presentati come uno scontro diretto - da una parte le classi sociali più deboli, le minoranze, gli emarginati, dall’altra “tutti gli altri” - si è finito per creare una polarizzazione nella quale le forze conservatrici hanno fatto valere la loro maggiore esperienza nel trattare in modo divisivo il tema identitario.

L’affossamento del ddl Zan o dello ius soli sono un esempio di quanto questo muro contro muro sia stato improduttivo.

E tuttavia il progressismo non può continuare a evitare di parlare di identità: il problema è parte di quei bisogni della società contemporanea che la politica ha l’obbligo di intercettare. Dobbiamo però sempre ricordare che ciò che distingue le forze conservatrici da quelle progressiste è che queste ultime non dovrebbero avere la necessità di avere un punto focale.

La sinistra è strutturata per portare avanti molte più battaglie cogenti e coerenti insieme. Sicurezza sul lavoro, occupazione, sanità, istruzione, sostenibilità dovrebbero essere istanze da prendere in considerazione quotidianamente insieme alle questioni identitarie. Anzi, sono proprio le connessioni esistenti tra questi argomenti, che riflettono i diversi interessi di un elettorato eterogeneo, a permetterci di affrontarli con ottimismo.

È un processo che la classe politica è chiamata a tradurre in termini di sviluppo educativo e culturale, in modo che la costruzione identitaria possa partire dalla base. Non si cambia l’identità di uno schieramento facendo una proposta, ma ponendo domande e creando attraverso di esse lo spazio per la partecipazione pubblica, culturale, educativa.

Le forze progressiste hanno la necessità e la responsabilità di portare questa complessità della molteplicità all’interno del dibattito politico. Questo processo, alla base della convivenza, è quello che occorre per creare una società in cui l’identità non è fonte di divisione, ma parte di una via comune di sviluppo. Chissà che la classe politica progressista riesca a interpretare proprio questa complessità, facendo dialogare le diverse identità che oggi sfilano rumorose, ma divise, piuttosto che formarne, per l’ennesima volta, una nuova ma silenziosa.

 

© Riproduzione riservata