Ne Le anime disegnate, un illuminante saggio di Luca Raffaelli pubblicato prima da Minimum Fax e ora da Tunué, sono scritte molte cose interessanti sui cartoni animati, ma una è più interessante di tutte e riguarda la mia generazione, cioè chi oggi ha tra i trenta e i quarant’anni. Raffaelli sostiene che molta della fortuna degli anime, i cartoni animati giapponesi in cui i protagonisti erano soprattutto orfani e orfane miserabilissimi, si deve al fatto che in quegli anni (gli Ottanta e i Novanta) i bambini si riconoscevano nei personaggi perché quella era la prima volta in cui le madri cominciavano a lasciare la vita da casalinghe per recarsi al lavoro e i figli rimanevano con le nonne o le baby sitter.

Credo, e questo lo aggiungo io, che anche il divorzio ormai diventato consuetudine abbia avuto un ruolo fondamentale e il risultato è stato che molti dei bambini di quell’epoca, la mia epoca, sono cresciuti con la sindrome dell’abbandono, consapevoli che avrebbero dovuto cavarsela da soli, imparando a provvedere alle proprie necessità emotive, oltre che pratiche.

Bambini che dalla solitudine hanno imparato molto e che, grazie alla sofferenza di quel piccolo dramma prima epocale e infine famigliare, sono riusciti a trovare scappatoie più o meno lecite per essere felici. Ma non sarà andata per tutti così. Molti ancora sono in analisi, immagino, oppure non ci sono mai andati. Oppure ne sono usciti senza risolvere un bel niente. Oggi è culturalmente assodato che le madri abbiano una vita fuori dalle mura domestiche e che le coppie si separino anche se i figli sono molto piccoli, dunque lo strappo è molto più dolce che decenni fa.

Traumi generazionali

Ogni generazione ha i propri traumi, l’esempio più facile è quello dei bambini cresciuti durante la guerra. Ogni figlio che nasce e cresce inserito in un determinato contesto sociale, in una geografia che oramai non ha più tanti confini ma che prima ce li aveva eccome, è un futuro adulto che dovrà faticare per togliersi di dosso il dramma della propria generazione, oltre a quello della propria famiglia.

Cosa ne sarà dei figli mostrati su Instagram, TikTok, Facebook? Che fine faranno i bambini piccoli che non hanno modo di evitare che i genitori postino le loro foto, i loro video, i loro geniali dialoghi?

Chi grida alla strumentalizzazione da parte di adulti senza scrupoli che non fanno nulla a caso e dunque ogni foto pubblicata è un’astuta mossa economica prima che mediatica. Chi dice che i bambini non hanno la facoltà di scegliere, di pretendere il rispetto della loro privacy e che tutto questo non è altro che un furto della loro innocenza.

Chi, e questo è più preoccupante, che le foto messe online verranno utilizzate da gente orribile e fatte girare sul deep web, cosa che sicuramente è accaduta e accade ma quanto il fenomeno è davvero diffuso? Ha ancora senso parlare di privacy, anche quando riguarda i minori, in un mondo dove i Google Home e le Alexa sanno a che ora nostro figlio ha fatto la cacca e che cosa ha mangiato a cena?

Saranno adulti infelici?

Non possiamo evitare che i nostri figli vivano in questo tempo e l’unica domanda che vale la pena farsi è se questi bambini che oggi vengono così esposti saranno adulti infelici.

Genitori narcisisti, ossessionati dalla propria immagine, dal riconoscimento, accecati dalla fama, cresceranno figli incapaci di abitare il futuro? No.

I figli si adatteranno, impareranno qualcosa che i genitori non hanno loro insegnato, troveranno la propria strada nonostante tutto e tutti. Come ha fatto chiunque di noi, da sempre, cercando di dimenticare e strapparsi di dosso traumi ben più feroci di post su Instagram.

Probabilmente qualcuno si divertirà a rivedersi in quelle immagini postate vent’anni prima o forse qualcun altro si sentirà immeritatamente esposto, messo al centro di una scena che non voleva calcare.

Non si possono tutelare i figli tanto quanto si vorrebbe e pretendere di salvarli da qualsiasi cosa è pura utopia, come è impossibile pensare di non provocare in loro dolore o sofferenza. Ogni genitore, pre o post social, è destinato a essere la maledizione del proprio figlio, che non dovrà fare altro che riscattarsi, cercare di superare la propria inadeguatezza e il proprio imbarazzo e cercare un posto felice tutto per sé.

Desiderio di tutti è crescere figli felici, ma la cosa più realista cui possiamo aspirare è cercare di crescere bambini ai quali fornire buoni strumenti per non portarci rancore.


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