«Vorrei che mia figlia continuasse gli studi, ma tutti intorno a me mi scoraggiano: dicono che una donna istruita faccia più fatica a trovare marito», «Non riesco a smettere di fumare, nonostante mio marito lo detesti», «I miei genitori vogliono farmi sposare una ragazza che non rispecchia il mio ideale di donna». Questi sono alcuni dei quesiti che uomini e donne dell’epoca Taishō (1912-1926) rivolgevano per iscritto alla posta del cuore (minoue sōdan) del quotidiano Yomiuri Shinbun, inaugurata nel 1914.

Mentre nel periodo Meiji (1868-1912) si tralasciava qualunque questione non fosse strettamente legata alla sopravvivenza, ecco che la crescita socio-economica dell’epoca successiva permetteva di concentrarsi su temi più lievi ed emotivi. La diffusione dei media spiegava, inoltre, quanto il modello sociale del tempo fosse in bilico tra l’ideale e il reale: la vita culturale offerta dalla città si scontrava con le difficoltà pratiche del vivere urbano, la libertà e l’abbandono delle vecchie credenze causavano una certa irrequietezza psicologica, il desiderio di democrazia si mostrava in aperto contrasto con le discriminazioni in atto.

Il terzo volume dei Quaderni giapponesi di Igort (Oblomov) porta addosso il segno dell’erotismo, del grottesco, dell’anelito alla trasgressione, ma soprattutto racconta un’eredità storica fondamentale fatta di piccole, intensissime (spesso sotterranee) spinte al mutamento messe in atto da uomini e donne comuni, da artisti maggiori e minori che, attraverso i secoli, hanno contribuito a quell’aspirazione alla diversità, alla crescita e alla libertà che hanno fondato il Giappone di oggi e che nutrono ancora il suo immaginario culturale.

Igort ha l’autorità per cimentarsi in una operazione tanto complessa. Autore prolifico di graphic novel pluripremiati, regista, illustratore ed editore, è stato il primo occidentale a disegnare un manga in Giappone e ha pubblicato su tutte le più prestigiose riviste italiane e internazionali.

Non è oltretutto un caso che, nelle sue esplorazioni, Igort si sia concentrato sui periodi Taishō e Shōwa (1926-1989) e che paia per certi versi raccontare anche il Giappone di oggi. In un libro uscito di recente, il giornalista Ōkura Yukihiro spiegava le sorprendenti similitudini tra il periodo Taishō e l’epoca attuale; in Il Giappone del ventunesimo secolo visto da 100 anni fa – un messaggio dalle persone dell’epoca Taishō (Shinhyōron, 2019), si scopre così come il Giappone di allora e il Giappone odierno si somiglino notevolmente, e non solo per i disastri naturali e la crisi economica di lungo periodo che, in entrambi i casi, è seguita a un periodo di grande prosperità. Sono accomunati, bensì, da fenomeni quali l’americanizzazione, il consumismo, una società segnata da una spiccata diseguaglianza economica tra ricchi e poveri e da una democrazia popolare.

Moga e mobo

Direttamente connesse al periodo in questione, sono due delle tre parole citate nel sottotitolo di Quaderni giapponesi 3: «Moga mobo, mostri». Le moga (modern girl) rappresentarono una minoranza forte che anticipò la nascita di una donna nuova, emancipata nei costumi e nel modo di concepire la società e il sé. Le moga indossavano sia kimono che abiti occidentali (yōfuku), erano istruite, lavoravano. Non erano così numerose da riempire le strade, ma i loro discorsi erano potenti: parlavano di uguaglianza tra i sessi, di libertà, si ispiravano a un femminismo di matrice inglese e americana. I tempi erano ancora immaturi per il suffragio universale (che si sarebbe realizzato solo dopo la guerra, formalmente nel 1945, effettivamente nel 1946) ma le moga lo concepivano già negli intenti.

La risposta maschile al fenomeno delle moga fu quello dei mobo (modern boy). L’approccio era più leggero rispetto alla controparte femminile e li si riconosceva immediatamente grazie a un determinato codice di abbigliamento: indossavano camicie blu, cravatte rosse, cappelli a bombetta, pantaloni da marinaio, roido megane ovvero occhiali tondi fatti di celluloide, ripresi nel nome dallo stile del comico americano Harold Clayton Lloyd. Si recavano nei caffè di Ginza dove, in sottofondo, scivolava liquido e irregolare il jazz. Eppure, pur rispecchiando la parte più vacua e superficiale del fenomeno, i mobo erano anch’essi istruiti. Anzi, in quel periodo si registrò un numero talmente abbondante di giovani laureati che pare il mercato del lavoro non fosse in grado di assorbirli tutti (una bella fotografia del 1930 ritrae un mobo in un ufficio di collocamento nella zona di Shinjuku a Tōkyō, intento a compilare i documenti prima di infilarli nell’apposita cassetta postale).

A dimostrazione dello sguardo puntato sull’estero, in quegli anni all’università si notavano due gruppi di giovani mobo, uno ispirato alla Russia (roshia-gata), un altro all’America (america-gata): mentre il primo aveva un approccio più scientifico, politicamente impegnato e di stampo marxista, tanto da partecipare attivamente alle iniziative pubbliche, il secondo, più scanzonato, tendeva al non sense, all’allegria e alla leggerezza d’oltreoceano.

Con il miglioramento della condizione economica generale, moga e mobo venivano così a ingrossare le fila della nuova classe media. Come nota Inoue Toshikazu, professore della prestigiosa Università Gakushūin di Tōkyō, nel saggio La società Showa prima della guerra 1926-1945 (Kōdansha, 2011), possono entrambi considerarsi una conseguenza diretta dell’abbondanza materiale del tempo, segno di come la fine del periodo Meiji (1868-1912) coincidesse politicamente ed economicamente con una crescita che interessava non solo le élite, ma abbracciava fasce più ampie della popolazione.

Il Giappone dello strappo

È in questo clima, precisamente nel 1926, che nasce in Giappone la letteratura proletaria. L’entusiasmo, tuttavia, non ha tempo di attecchire. Solo pochi anni dopo, nel 1933, lo scrittore e attivista sociale Kobayashi Takiji viene ucciso e tutti i tentativi di ridurre la forbice tra classi più e meno abbienti vengono soppressi dal governo, le spinte al cambiamento talmente umiliate dall’alto, che si genera una profonda sfiducia nei movimenti sociali. Anzi, visto che l’impegno non pareva trovare sbocco, ecco che ci si piegava verso la leggerezza e lo svago. È da questo clima mutato che nasce il fenomeno dell’ero-guro nonsense (erotismo+grottesco+insensato) di cui Tōkyō diviene la culla e che i Quaderni giapponesi dipingono con straordinaria vivacità.

In tratti e parole, Igort racconta il macabro quanto celebre caso di Abe Sada del 1932, l’omicidio a opera di una ex prostituta che, dopo aver soffocato durante un gioco erotico l’amante, gli tagliò membro e testicoli per poi portarseli dietro in una fuga durata tre giorni. Non si trattò tuttavia di un caso isolato: in quegli anni furono numerosi i casi eclatanti. Allo stesso periodo risale, ad esempio, l’incidente denominato “Sakatayama shinjū”, dal nome della montagna adiacente alla città di Ōiso nel Kanagawa (Monte Sakatayama) e shinjū, termine con cui si indica fin dall’antichità la pratica del doppio suicidio d’amore. In attesa dell’arrivo dei parenti del giovane studente dell’Università Keiō di Tōkyō e della ragazza dell’alta borghesia di Shizuoka che si erano uccisi insieme, i corpi furono seppelliti in un tempio buddhista nelle prossimità. Il cadavere di lei, tuttavia, fu trafugato e venne ritrovato nudo vicino al mare. L’incidente ebbe una incredibile copertura mediatica, si rincorrevano dettagli scabrosi – invero mai confutati – e, a un mese soltanto dall’accadimento, la storia divenne persino un film per la Shōchiku, una delle maggiori case di produzione giapponesi. In questo incidente, come in quello di Abe Sada, tutti e tre gli elementi ero, guro e nonsense si accordavano perfettamente, ritraendo con precisione il clima morboso dell’epoca e l’immaginario che si veniva sviluppando.

Eppure, questa è solo una minima parte dell’immenso bacino di informazioni, curiosità, aneddoti cui attinge Igort per raccontare il Giappone del cambiamento, della trasgressione, dello strappo. La forma del ‘quaderno’ è riuscitissima, perché in un collage che contempla narrazione in prima persona, incontro reale e immaginario con figure chiave di fenomeni come il pinku eiga, il muzan-e, consultazione di testi nuovi e antichi, disegni e fotografie, essa restituisce di quei fenomeni minori, spesso misconosciuti persino in patria, l’esuberanza e l’importanza.

Igort è un visitatore del tempo ed è un piacere starlo a guardare mentre si prende libertà, licenze cromatiche, mescolanze che sono in linea non solo con l’oggetto della sua esplorazione – perché mai, come nell’epoca a partire dal periodo Meiji (1868-1912), c’è stata una ibridazione reciproca tra alto e basso, una contaminazione di elementi tra oriente e occidente – ma anche con la spiegazione stessa di wa 和, il kanji deputato a definire tutto quanto è giapponese, e che significa propriamente l’armonizzazione di elementi anche molto diversi, conservando di ognuno le caratteristiche proprie.

Ecco, i Quaderni giapponesi di Igort sono un esempio perfetto di wa.


Igort è autore del terzo volume dei Quaderni giapponesi, edito da Oblomov

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