I promessi sposi è il romanzo del mio cuore. In una lettera del 1849 Manzoni consigliava la figlia Vittoria di farlo leggere alla sua nipotina, perché lo stupore e la disponibilità che hanno i bambini «è il mezzo di farglielo piacere per tutta la vita».

Anch’io mi ci sono imbattuta molto presto. Non così presto come la nipotina di Manzoni ma abbastanza perché, non ancora dodicenne, la mia fosse una lettura scelta per caso, non imposta da nessuno, soprattutto dalla scuola, spesso capace di trasformare i piaceri in piccole o smisurate avversioni. Nonostante la giovane età, il ricordo che serbo è di avere compreso l’opera completamente. Ricordo anche il personaggio che subito mi colpì: la monaca di Monza, costretta dal padre a prendere i voti contro la sua volontà all’età che più o meno avevo io allora.

Solo più tardi avrei capito che nessun romanzo descrive l’adolescenza e il conflitto che ogni ragazzo intraprende con la famiglia meglio di Manzoni nei due capitoli dedicati a Gertrude: di quanta crudeltà e disamore siano capaci coloro che ci danno alla luce, lui – trascurato da un padre forse neppure biologico, rinchiuso a sei anni in collegio, abbandonato dalla madre – ne aveva conoscenza personale. Non a caso, nella prima bozza del romanzo, quello che abitualmente viene chiamato il Fermo e Lucia, oltre al fatto che la storia occupa ben sei capitoli su trentasette, c’è una nota di Manzoni, lì dove Geltrude (con la elle al posto della erre) viene messa bambina in convento, che rimanda alla sua gioventù nel collegio di Merate: «Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l’intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza».

Le malmonacate

Le malmonacate, erano chiamate. All’origine di tutto c’era una legge per Manzoni stupida e ingiusta su cui, però, si era retta per secoli la società patriarcale. Una di quelle leggi che dànno sempre ragione ai più forti e colpiscono i poveretti. L’antica legge del maggiorasco prevedeva l’indivisibilità dei beni patrimoniali, spettanti unicamente al primogenito maschio, destinato a sua volta a procreare dei figli «per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera». Una norma arbitraria, a scapito di cadetti e femmine. Ma mentre per i primi esisteva la possibilità di mettersi al servizio del fratello maggiore o arruolarsi negli eserciti, poverette restavano soprattutto le donne.

Non essendo loro consentito di lavorare per mantenersi, l’unica condizione femminile di vita era quella di sposa. Di un uomo o di Dio, poco importava. Nelle pagine manzoniane questa violenza è somministrata a Gertrude con il contagocce, in maniera subdola e sottile, senza nessun rispetto per «quell’età così critica, nella quale par che entri nell’animo quasi una potenza misteriosa, che solleva, adorna, rinvigorisce tutte l’inclinazioni, tutte l’idee, e qualche volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto». Nessun rispetto per quell’età delicata, in cui è facile essere circuiti e plagiati. «Adescati», per usare un termine manzoniano. In cui basta un po’ di astuzia nel mettere in scena tutto un armamentario di blandizie, elusioni e pressioni per trasformare un giovane in un burattino manovrato da «redini invisibili».

Ciò che più colpisce di Gertrude è la sua totale incapacità di dire no a tutto questo. Noi femmine siamo educate a essere compiacenti e a stare nei ranghi. A non urlare perché non sta bene. A non dire parolacce perché diventi volgare. Nell’evoluta Romagna, mia madre mi diceva fai la brava almeno tu, che sei una femmina! Il paragone era con i miei fratelli maschi, a cui era ontologicamente concesso un certo margine di disobbedienza. Per noi donne l’esercizio di far valere la nostra volontà è arduo.

Per questo ricordo il tifo che ho fatto fin dall’inizio per Gertrude, mentre, neppure dodicenne, sfogliavo le pagine ansiosamente e a spettavo quel suo fatidico diniego.

Nel momento in cui Gertrude capisce che c’è bisogno del suo consenso e anche lei, come le altre, è libera di maritarsi e godersi il mondo, «pur che l’avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva infatti», sembra, dunque, che sia fatta. E invece accetta di scrivere la supplica per essere accolta in convento. Un passo falso, ma di tempo per ribellarsi pare che ancora ne abbia. Troppo in fretta però trascorre l’anno di noviziato, tra la vestizione e la professione monastica. Un anno di ripensamenti, pentimenti, pentimenti dei pentimenti, indugi, slanci, determinazioni, dubbi. Un anno che le infila un cappio al collo e lo stringe un poco ogni giorno.

«Ti prego, Gertrude, trova il coraggio!», dicevo tra me e me.

E arriva in un battibaleno pure il mese da passare fuori dal monastero, nel mondo, verifica necessaria, prima dell’esame della vocazione, della propria decisione di abbandonarlo. Gertrude continua a pensare e ripensare a come tirarsi indietro. Quel rifiuto le si strozza sempre in gola.

«Dì di no, Gertrude!», continuavo a ripetermi.

No e sì

No a suo padre. Sì a se stessa. No alle giornate cupe, disadorne e fredde nella prigione di un convento. Sì alle immagini sfavillanti e inebrianti di pranzi, al «fracasso giulivo delle feste», a conversazioni, sale gremite di gente, balli, villeggiature, vestiti e bagliori di gioielli, carrozze, incontri, innamoramenti, nozze, odori, sguardi, risate, insomma, tutto quell’insieme di allegria e piaceri che fa parte indissolubilmente del godimento del mondo.

Gertrude ci riprova a dire no. Ed ecco, riesce finalmente a scrivere una lettera di ritrattazione. La forza per affrontare occhi negli occhi il padre, però, non c’è. Quel padre nel Fermo e Lucia ha pure un nome, Matteo, sparito invece nei Promessi sposi: si sta avviando a diventare semplicemente il principe, perché «non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre». Bene.

Quell’uomo non risponde alla sua lettera. O meglio le risponde con la violenza del silenzio e il frastuono della sua grande collera. Taciuta, non espressa. Ma pervasiva. Nel mese trascorso a casa, i musi lunghi dei parenti e la serie di restrizioni che riservano a Gertrude che «implorava un po’ d’amore», significano una cosa soltanto: non sei come ti vogliamo. Quante volte anch’io avrei sofferto la pena dell’emarginazione familiare e sociale per non essere come genitori, insegnanti, amiche, fidanzati mi avrebbero voluto. Quante volte avrei barattato le mie istanze, la mia autenticità, i miei diritti, per un pezzettino di affetto e per essere accettata.

«No, Gertrude, lotta almeno tu, non piegarti, non avere paura, riprenditi quel sì!»

Ma non è una lotta l’invaghimento che prova per il paggio di casa sua. È un diversivo, un’ancora momentanea, una droga che stordisce. E il senso di colpa che ne scaturisce, una volta che il principe scopre il carteggio tra i due, diventa la sua condanna. Il rumore dei passi irritati del padre, la sua pena. Quel ragazzotto si trasforma nel suo boia. La legge dei padri non ha potere senza la complicità delle figlie. Il dominato deve collaborare con il dominante. E solo quando i padri dicono hai sbagliato, e le figlie sentono il loro peccato, il cerchio si chiude. Gertrude si vergogna per quel suo amore nascente. E implora il perdono. La prepotenza del principe allora può attuarsi, dopodiché, «dimenticando la sua gravità consueta», lui corre incontro a sua figlia «con una tenerezza in gran parte sincera». In fondo anche i padri non sono liberi. La conservazione del patrimonio è il grande meccanismo cui soggiace l’intero corpo sociale. Sconosciuti altri modi di agire.

«Perché, Gertrude, perché? Perché?!»

Gertrude ingoia il suo no. In maniera definitiva. E permette alla ghigliottina del padre di decapitare la sua libertà. La lama di ferro cade «e fu monaca per sempre».

Eppure, ancora oggi, tutte le volte che rileggo i capitoli dedicati alla Monaca di Monza, spero sempre che, alla fine, Gertrude riesca a urlare a squarciagola quel suo no.

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