Scorrono per tutti i sei minuti di All Tomorrow’s Party i titoli di coda del documentario che il regista Todd Haynes ha dedicato ai Velvet Underground, caricato da una settimana su Apple Tv+. È l’elenco dei film, delle foto, delle opere di Andy Warhol e dell’avanguardia visuale che alla metà degli anni Sessanta si riuniva a New York attorno al regista Jonas Mekas e alla sua Cinemateca. Circa due ore e mezzo di materiale inzeppato in due ore di montaggio dove gli schermi si raddoppiano e si sovrappongono, omaggio alle tecniche dell’expanded cinema.

Può sembrare strano, ma una ripresa tradizionale dei Velvet Underground – nel loro stato di grazia iniziale attorno al 1967 – praticamente non esiste. Quasi sempre dove c’è l’immagine manca l’audio, e viceversa. Nel caso del materiale girato da Warhol per lo show itinerante Exploding plastic inevitable non si ascolta neppure una canzone ma un “drone” di quasi un’ora mentre la camera zumma ora su Nico ora su Lou Reed e sugli altri.

Ventenni e spietati

Haynes, 60 anni, regista del new queer cinema, che al rock ha dedicato alcune delle sue opere migliori (I’m not there su Bob Dylan, Velvet Goldmine su David Bowie e Iggy Pop) racconta i Velvet come fossero i postumi di un sogno. Li ha scoperti negli anni Ottanta come tanti della sua generazione. Negli ultimi quattro anni ha cucito assieme al suo compagno Brian O’Keefe i pezzetti e i fantasmi di questa storia.

In rigoroso bianco e nero, la grana delle pellicole che giravano sulle Bolex portatili 16 mm, gli smartphone dell’epoca. Negli screen test di Andy Warhol – i ritratti a mezzobusto – appaiono i volti di Lou Reed e John Cale, ventenni e spietati. Grazie ai film girati dallo stesso Warhol, da Jonas Mekas (che prestò all’artista polacco la prima macchina da presa), Stan Brackhage, Kenneth Anger, entriamo dentro gli show di luce e musica dei Velvet Underground, ombre nascoste tra la luce accecante dei proiettori. E New York, Nico, le superstar della Factory Mary Woronow e Gerard Malanga, nell’effetto onirico di immagini che invitavano lo spettatore a un gioco folle e dissoluto. Tre minuti, un caricatore intero, duravano i ritratti: Warhol chiedeva al soggetto di «non fare niente», neppure muovere le palpebre. Cinquantotto minuti i baci al rallentatore di Kiss. Otto ore lo stranoto piano a camera fissa sull’Empire State Bulding.

Il senso (o meglio, il non senso) del tempo è importante in questa storia. Subito dopo l’esecuzione di Vexations di Eric Satie, John Cale ventunenne violista e pianista gallese sbarcato a New York, serissimo e incravattato, viene invitato a uno show di freak e tipi strani della Cbs (I’ve got a secret). Qui il presentatore si fa grasse risate all’idea di una performance durata 18 ore. Giustamente.

Fra i musicisti contemporanei che frequentavano la tv con la stessa faccia tosta in quegli anni c’era John Cage in persona, che andò pure da Mike Buongiorno. «Accordavamo gli strumenti a 60 hz, sul ronzio del frigorifero», ricorda oggi Cale della sua militanza coi Dream Syndacate di La Monte Young, uno dei primi a utilizzare la tecnica orientale del drone. La nota lunga e trattenuta sarà fondamentale nella creazione del jazz modale e del rock psichedelico. Nota per appassionati: La Monte è vivo e vegeto, ha 86 anni, si veste da biker, quasi non compone più. L’intervista originale a John Cale (80 anni il prossimo marzo) è uno dei pezzi forti del documentario di Haynes.

La Factory

I Velvet Underground nascevano in un ambiente dove le gerarchie estetiche erano improvvisamente annullate: l’avanguardia e la cultura di massa, la musica classica e la canzonetta, arte e pubblicità, quadri e barattoli, le bandiere di Jasper Johns e i collage di Robert Rauschenberg convivevano attraverso l’estetica camp e queer. Di recente anche Gus Van Sant, stessa formazione di Todd Haynes, stessa militanza nel new queer cinema, si è occupato di questo periodo in un piccolo musical “didattico” dedicato a Andy Warhol, prodotto con una compagnia portoghese e andato in scena a Roma. «Oggi pensiamo di sapere esattamente chi siamo e quale lettera Lgbt corrispondiamo – ha detto in intervista Todd Haynes – In un certo senso a quel tempo non avevano ancora tutte le risposte, e andava bene anche così».

Barbara Rubin, una giovanissima cineasta del giro, autrice degli ultraespliciti Christmas on Earth e Cocks and Cunts, portò Warhol a sentire la prima formazione del Velvet Underground nel 1967. Suonavano al Cafe Bizzare a SoHo, voltando le spalle al pubblico. Il nome veniva da un libretto sulle perversioni sessuali trovato per strada – almeno secondo la leggenda – dall’artista multimediale Tony Conrad. Invitati alla Factory dal poeta-attore Gerard Malanga suonarono Heroin per un gruppo di artisti, modelle, scoppiati. Andy Warhol diventò seduta stante il loro protettore, consigliere, manager. Di più: per almeno un anno i Velvet Underground furono una delle sue opere.

Warhol insistette per affiancare Nico – nome d’arte dell’attrice Christa Paffgen apparsa anche nella Dolce Vita di Federico Fellini – biondissima e vestita di bianco, ai quattro personaggi da fumetto in pelle e occhiali neri. Ottenne di aggiungere il nome di Nico a quello dei Velvet – come se fossero il gruppo di accompagnamento della chanteuse tedesca. In cambio, riuscì a mandarli in studio con uno dei migliori produttori di allora, Tony Wilson (aveva inciso Sun Ra, Cecil Taylor, Bob Dylan, Simon & Garfunkel), e a proteggerli con la sua personalità da ogni intervento e censura possibile.

C’è qualcosa di felliniano nell’estetica dei Velvet Underground? Il documentario non se lo chiede, ma è inevitabile che Nico si portasse dietro un poco di quell’allure, la via italiana alla psichedelia. A proposito, Gerard Malanga vagabondo in Europa e senza soldi per il biglietto di ritorno, rimase in Italia otto mesi in quel periodo. Conosceva tutti: Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Mario Schifano. Alla fine del 1967 Schifano ripetè al Piper di Roma l’esperimento dell’Exploding plastic, proiettando vecchi western e luci rosse sulla faccia della band Le Stelle.

Lou Reed

Tornando ai Velvet Underground, Lou Reed non era differente dai “personaggi” che frequentavano la Factory. Uscito dall’università di Syracuse, allievo del poeta Delmore Schwarz, le sue canzoni avevano il tocco di Hubert Selby jr. e William Burroughs, parlavano di perversioni e di eroina. Reed era depresso, lunatico, aggressivo. Oggi la sorella Merril ripete a Todd Haynes che mai e poi mai suo fratello venne sottoposto a elettroshock per curare la sua omosessualità, e neppure fu abusato da suo padre, come invece lui lasciò intendere.

È scomparso quasi dieci anni fa, da sempre odiava le interviste. Ascoltiamo la sua voce nella registrazione di un reading a New York del 1971 quando, disoccupato come musicista, recitava Heroin come fosse una poesia, accanto ad Allen Ginsberg. Bellissimo anche il vhs di metà anni Settanta in cui chiacchiera affettuosamente con Andy Warhol, coi capelli corti e le unghie smaltate di nero.

C’è stato un momento in cui Reed parlava della Factory come della sua famiglia e di Warhol come un padre. Difatti lo seguì nella bizzarra tournée americana dopo l’uscita del primo album, facendosi proiettare sulla faccia tutte le diapositive di bolle bianche e rosse. I tipi strani della Factory salirono sui pullman che portavano l’Exploding plastic inevitabile nelle gallerie d’arte nel cuore del paese, spesso di fronte a un esiguo pubblico di ricchi collezionisti. Arrivati infine a Los Angeles i Velvet Underground, neri come topi della metropoli, con gli stivali ai piedi pure in spiaggia, si accorsero di essere diversi dagli altri. Specialmente dagli hippy che cantavano i successi del momento predicando pace e amore, come li ricorda con lo stesso disprezzo di allora la batterista Moe Tucker in un’altra delle interviste originali di Haynes.

Se il primo album dei Velvet è un misto di rhythm’n’blues e Wagner, minimalismo e sadomasochismo – secondo quanto afferma oggi Cale – lo si deve soprattutto alla protezione di Warhol, alla sua banana su fondo bianco e all’estetica camp “casuale”, tra Duchamp e il sorriso di un maestro zen.

«Lo comprarono in pochi – recita un vecchio aforisma di Brian Eno – ma ognuno di loro fondò una band». Eppure la band non sopravvisse a quella tournée. Di nuovo a New York incisero un secondo disco “White light, white heat” con la stessa formazione del primo. Poi Lou Reed litigò di brutto e prevedibilmente con Warhol. Licenziò John Cale mentre Nico preferì andarsene da sola per la sua strada. «La Factory – ricorda in un’intervista la critica cinematografica Amy Taubin – non era un buon posto per le donne». Moe Tucker mollò perchè incinta. Sterling Moss diventò professore di inglese all’Università. In un surreale ultimo atto Lou Reed lasciò il nome della band al chitarrista Doug Yule che chiuse tutto come se fosse una filastrocca.

E nonostante questo il terzo e quarto album dei Velvet Underground sono ancora pieni di canzoni pazzesche, da Pale Blue Eyes a Sweet Jane.

© Riproduzione riservata