«Non fare affermare personaggi-star che possono attrarre una audience da sé stessi su qualsiasi soggetto», questo era (nell’Annuario aziendale del remoto 1949, quando la tv era ancora ai suoi primordi) il proposito scrupoloso quanto utopico, di Mr. Williams, un dirigente altissimo della Bbc che intravedeva con chiarezza, mentre lo respingeva inorridito, il destino manifesto dei mass media. Che, come un albero che già contiene i frutti, nascevano già gravidi dei tanti “conduttori”, i quasi amici a cui lo “spettatore” s’apparenta a forza di trovarseli a ora fissa. Ben diversi dai signori della pagina pur venerati dalle cerchie ben più ristrette dei “lettori” (si narra che a Milano fosse d’uso la lettura ad alta voce della nota di Montanelli fresca di stampa, nel mentre che la servetta era in cucina a sbrigare le faccende).

Il conduttore ideale

Un conduttore, beninteso, è tale solo se è figura ricorrente impastata con il tempo della vita, ma non come il mezzo busto o l’annunciatore che presto saranno rimpiazzati da un robot non dissimile dall’assistente che Windows ci fornisce (già, in Cina, un canale lo utilizza). Il conduttore, lo dice la parola stessa, ha il controllo di un arsenale narrativo fatto di sorprese di scaletta, video, grafiche, canzoni, territori collegati a mostrar le loro piaghe, tenzoni in studio per tenere in quota sguardi e sintonia.

Quanto alle opinioni, da un lato le pascola se sono altrui, mentre le proprie le piega, consapevole o meno che ne sia, al carattere del suo profilo pubblico, che pretende che le idee manifeste siano fisse, come i tratti di un personaggio di romanzo.

Prigioniero di se stesso il Nostro è dunque poco adatto a caricarsi di politiche missioni, ma i politici lo tengono da conto perché ha il potere di inquadrare questo o l’altro e influenzare in tal modo le carriere. Un politico accorto, in questo quadro, userà il conduttore – che sia sodale o meno conta zero – per farsene l’ospite e sventolare il brand, con la posa reiterata, lo slogan, il luogo comune, la battuta; mentre i seguaci nel territorio provvederanno a sfruttare quello slancio mediatico per lo scambio di dettaglio.

I conduttori sono dunque “manipolatori del consenso”? Assolutamente no! Perché da uomini di televisione sono rabdomanti che il consenso lo cercano già pronto a essere spillato come audience. Posto che è la misura di quest’ultima che garantisce stipendio e ruolo nella “democrazia”.

Stracciarsi le vesti perché la mitica agorà appare intubata nei talk show è una reazione ovvia da parte di chi si distillava Montanelli parola per parola. Ma così stanno le cose e conviene analizzarle dal di dentro piuttosto che inorridirsene da fuori.

Democrazia da talk show

Quel che è certo è che i malanni della talk show-democrazia non si curano di certo con le chiacchiere, che sarebbe come stare al gioco, ma utilizzando la forza, ove mai esistesse, della politica per garantire come minimo la concorrenza fra le aziende, anziché coltivare le storture del presepe di Rai, Mediaset, La7, Sky, Discovery e compagnia.

E poi, accada quel che accada, anche il peggio, purché sia transitorio e non ossificato in un regime. Ad esempio: lo star system ha già rifilato agli Stati Uniti un Reagan divo del cinema e il Trump conduttore di un talent. Lo “In God we trust” scritto sul dollaro ha vacillato, ma Biden l’anti divo ha stravinto nel voto popolare.

Certo, mentre emergeva che gli Usa sono spaccati nel profondo. Ma quel solco è stato tracciato dalla Storia, e i conduttori lo difendono perché è perfetto per seminare l’audience.

 

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