Il notaio Sergio Natini aveva sviluppato fin da piccolo una passione smodata per il cinema, che a volte sconfinava nell’ossessione. Non solo aveva visto tantissimi film ma sognava anche di girarne uno tutto suo. Il colmo era che Natini viveva proprio a due passi da Rai Cinema, il posto dove si decidevano le sorti produttive di tanti lungometraggi.

Natini usciva a fare due passi insieme al suo fedele labrador Ford (chiamato così in onore di Ombre rosse, manco a dirlo), e sempre si soffermava a dare una sbirciatina dentro la prestigiosa sede, il tappeto rosso coi canapi, il gabbiotto della portineria sulla destra, le scale in lontananza sormontate da un ascensore modello Stigler Otis. Subito la sua mente si perdeva in fantasie cinematografiche, e molto spesso correva fino al momento in cui il suo film vinceva uno o più David di Donatello. «Natini sbanca la notte degli Oscar italiani», pensava, arrivando a visualizzare i titoli a caratteri cubitali delle prime pagine sui giornali.

Panni di sempre

Finito il giro tornava alla sua vita di sempre, rivestiva i panni del notaio un po’ polveroso seduto sopra una fortuna accumulata quasi per editto divino – ma i detrattori la chiamavano Casta – fatta di timbri su scartoffie.

Gli piaceva pensarsi come il protagonista di quel racconto di Luigi Pirandello intitolato La carriola, anche lui stimato professionista che conservava soltanto un momento di assurdità nella propria vita, quando si chiudeva nel suo studio e faceva camminare la sua cagnolina afferrandola per le zampe posteriori. Anche a Natini spesso, guardando la targa sfavillante fuori dal suo ufficio che ne indicava l’invidiata posizione, prendeva un senso di spaesamento, come se facesse fatica a riconoscersi davvero in quel bronzeo biglietto da visita.

Quanto sarebbe stato più bello veder scritto: Sergio Natini, regista. Contava i minuti per portare a spasso il suo fedele labrador Ford, così da ripassare davanti al portone che gli faceva battere il cuore. Ci passava due, tre volte al giorno, dipendeva dalle esigenze fisiologiche della bestiola (forse era l’unico caso in cui il padrone portava il guinzaglio al cane, e non viceversa). Ma poi con gli anni l’andazzo peggiorò, e Nativi prese a passare davanti all’ingresso di Rai Cinema più volte al giorno, anche per andare a ritirare le giacche in tintoria o pagare il bollo dell’automobile. Come detto, Natini non si sarebbe potuto lamentare della sua vita. Era esattamente come l’aveva progettata, forse un tantino ripetitiva e tetragona, ma solida e rassicurante.

Se da ragazzo non l’aveva proprio sognata così, si poteva comunque dire che l’aveva perseguita, che le premesse fortunate (avere alle spalle tre generazioni di notai) erano state supportate da un suo impegno costante. Nelle giornate migliori, era solito ripetere che «il destino è scritto ma può impigrirsi, e alla lunga, se trascurato, il tuo può andare a un altro, e quello di un altro può finire a te». Bisognava vigilare! Eppure, restava quella mania del cinema.

Quanto è bravo Bergman

Quante volte nella redazione di un atto, quando sembrava completamente concentrato nella sua attività notarile, Natini alzava la testa dal faldone e chiedeva al cliente: «Ma quanto è bravo Ingmar Bergman? Lei ha visto Scene da un matrimonio?». Oppure a casa, magari all’ora di cena, insieme alla sua famiglia che pure gli voleva bene, quante volte aveva palesato d’infischiarsene dei discorsi che possono intercorrere tra una moglie devota, un figlio modello e un marito stimato, esclamando di punto in bianco: «È tutta una questione di découpage!». Spesso Natini seguiva dei fili tutti suoi che gli si ingarbugliavano in testa, e che doveva assolutamente tenere per sé, pena la perdita del rispetto nel suo ambiente ricco e opulento, sì, ma povero di stravaganze.

L’unica cosa su cui non avrebbe arretrato di un passo, era quell’ebbrezza sincera, quella gioia torva, che gli dava vedere spuntare l’ingresso di Rai Cinema all’orizzonte. A volte Natini si fermava per vedere chi entrava e chi usciva.

Aveva la presunzione di capire subito chi fossero quegli uomini e quelle donne che andavano avanti e indietro: gli sceneggiatori avevano l’aria arruffata e le giacche sdrucite, gli attori erano sempre in tiro anche alle nove di mattina, mentre i registi portavano sempre occhiali di varie fogge e colori, perché nessuno di loro voleva rinunciare a quell’orpello oculistico che era anche un vezzo meta-cinematografico! «Com’è fortunata la gente del cinema» rifletteva tra sé Natini, anche se col passare del tempo le sue considerazioni si facevano più biliose e cariche d’invidia.

In fin dei conti quella era una beffa bella e buona! Ma come, a lui, proprio a lui, che in quel quartiere romano c’era nato e a cui bastava girare l’angolo per arrivare a destinazione, il passo nel palazzo dei palazzi, nella piazza san Pietro del cinema, nel soglio di Fellini e Antonioni, era precluso!

Il fedele labrador Ford morì, ma Natini non volle sentir ragioni, e continuò a uscire per fare “il giro dell’isolato” (così annunciava a sua moglie, all’americana) almeno tre o quattro volte al giorno. Continuò imperterrito anche quando il figlio diventò grande e, dopo essere andato a studiare per un periodo in Inghilterra, alla fine abbassò il capo e prese il comando dello studio notarile, non commettendo l’errore di beccarsi per pigrizia il destino di qualcun altro.

Ora Sergio Natini grazie alla pensione aveva molto più tempo libero e la sua ossessione per il cinema trovò nuova linfa nelle tante ore oziose che prima, obtorto collo, aveva dovuto destinare ai timbri sulle scartoffie. All’inizio avrebbe voluto farsi amico il portiere dello stabile di Rai Cinema, nel tentativo puerile di ingraziarselo per ottenere chissà quale lasciapassare, ma quello non gli aveva mai dato troppa confidenza, forse intuendo il suo segreto, l’oscura attrazione che lo spingeva ogni giorno nei paraggi di quel palazzo. Natini ormai passando digrignava i denti e si metteva a borbottare lamentele incomprensibili. Stava diventando insofferente, e la vecchiaia in qualche modo lo autorizzava a non provarne vergogna.

Prendere coraggio

Un giorno non seppe più tenersi, possibile che in tutti quegli anni, nell’arco di un’intera vita, non avesse mai trovato il coraggio di fare capolino là dentro? Azzardò un passo verso le scale, e per la prima volta s’imbatté in un cartello che da fuori non si vedeva: «Rai Cinema – Reception». Natini prese coraggio e s’avviò nella direzione indicata dalla freccia. Salì i gradini a due a due, finché non si ritrovò in un corridoio bianco, in fondo al quale riconobbe la sala più importante, quella in cui si riuniva la commissione che decideva le sorti dei film, quali produrre e quali no (lo intuì, senza che nessuno glielo dicesse, come se si trovasse faccia a faccia col suo vero destino che prima d’allora non aveva conosciuto mai).

Percorse ad ampie falcate il corridoio, ora con il cuore in gola, emozionato per essere finalmente anche lui a Rai Cinema, assieme a sceneggiatori, attori e registi. Spalancò la porta e le teste della commissione si voltarono verso di lui, restando in silenzio. Qualcuno gli fece cenno di accomodarsi.

«Stavamo giusto valutando il suo film» gli dissero.

Natini annuì brevemente, si distese sulla seggiola, chiuse gli occhi e crepò.

 

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