Simenon cominciò a scrivere giovanissimo: a 16 anni si occupava di cronaca per la Gazzetta di Liegi e poco dopo, a ritmi serrati, iniziò a pubblicare romanzi popolari. Ripensando a quel periodo ha raccontato di come in lui fosse già imperante l’obiettivo di diventare scrittore: considererà così il giornalismo come un apprendistato importantissimo per la funzione futura del narratore e i romanzi popolari come l’occasione per fare “la mano al mestiere”.

Non sorprende quindi che il confine tra il reporter e il narratore risulti sfumato perché viaggiare significa arricchire e alimentare la fantasia dello scrittore e ogni uomo incontrato può trasformarsi in una potenziale storia: così nei suoi reportage, pubblicati da Adelphi, risuonano continuamente le storie, gli uomini e le situazioni che costelleranno le avventure di Maigret e dei romanzi-romanzi, quelli senza il commissario. In uno dei testi contenuti in Europa 33, dedicato alla visita a Batumi, sul Mar Nero, non sarà difficile constatare come l’atmosfera e l’umanità che il Simenon reporter incontra ritorni nelle disavventure del console turco protagonista del romanzo Le finestre di fronte, imprigionato in una rete di spie staliniane e nel coacervo culturale che genera la città portuale, e lo stesso vale per le visite ai Tropici, descritte in A margine dei meridiani, i cui odori e colori ritornano nello straordinario romanzo conradiano Cargo.

Gli esempi sarebbero innumerevoli: ogni parola di Simenon e ogni esperienza da lui vissuta non si perde, ma si trasforma nella materia umana che abiterà i suoi romanzi e che verrà raccontata provando, spesso inutilmente, a «raddrizzare il destino delle persone» come scrive in Il borgomastro di Furnes.

Riparatore di destini

Nelle sue Memorie intime ricorda: «È stato in uno dei miei Maigret, credo, che ho coniato l’espressione “riparatore di destini” attribuendo al mio commissario la stessa confusa aspirazione che nutrivo io». È anche per questo quindi che Maigret si identifica spesso con i personaggi che lo circondano (come in Maigret e il cliente del sabato, dove il povero protagonista viene violato nel luogo sacro per il commissario, la casa), sempre descritti obbedendo al motto “comprendere e non giudicare”, elemento che ricorre nei romanzi del commissario e negli altri, romanzi della crisi, dove un avvenimento improvviso travolge la vita di un uomo.

Questo interesse assoluto per l’uomo e per il suo destino, la possibilità di intervenire tra le pieghe della sua esistenza per salvarlo (molti Maigret si concludono con il protagonista che non affida alla giustizia i colpevoli e uno dei suoi romanzi più grandi, Il grande Bob, racconta di un uomo tragico che, incapace di salvare l’umanità intera, si limita religiosamente a salvare un’unica persona), risuona ancor di più nell’ultima raccolta di reportage Dietro le quinte della polizia (traduzione di Lorenza di Lella e Maria Laura Vanorio) che si concentra sull’universo della polizia parigina e su ciò che si muove attorno al Quai des Orfèvres, luogo di lavoro di Maigret, dove Simenon fu invitato per seguire da vicino le loro azioni. Più che negli altri reportage qui la fusione tra Simenon e il suo commissario, tra autore, e non solo dei gialli, e opera, si fa ancora più sottile, in una mise en abîme che si compirà con Le memorie di Maigret del 1951, dove il commissario coglie «volentieri l’occasione di chiarire una buona volta i suoi rapporti con il signor Simenon».

Tra le pagine di Dietro le quinte della polizia si può incontrare l’interesse di Simenon per le vicende umane (straziante la descrizione della separazione di una famiglia per il confino del padre nella Guyana francese), per le persone e i delinquenti che brulicano per la città di Parigi, per il lavoro del poliziotto («Uomini calmi e misurati, custodiscono tutti i segreti di Parigi, se non della Francia intera») e per le sue somiglianze con quello dello scrittore («Un buon ispettore riesce a risolvere un caso al giorno. E per farlo non lavora che più di due ore. Ovviamente in teoria tutta la sua giornata appartiene allo stato, ma è come se volesse far scrivere un romanziere per otto ore al giorno»).

Parigi come la Francia intera

Scintilla poi in ogni pagina la città di Parigi, sineddoche della Francia intera («al tempo stesso un bazar orientale e una grande festa popolare»), privilegiato sfondo per le vicende del commissario Maigret e di altri romanzi: gli interventi delle vetture della polizia nei vari arrondissements diventano l’occasione per dare a ogni luogo una caratterizzazione eccezionale, una geografia e una precisa popolazione, nello stesso modo in cui in La neve era sporca ogni quartiere genera nel protagonista viandante sensazioni e pensieri differenti.

Ci sono poi una manciata di pagine dove Simenon scartabella il registro delle persone scomparse a Parigi e immagina dove queste possano essere: sembra di assistere al movimento della mente dello scrittore che costruisce sempre delle indagini a partire da un bianco, un’assenza, trasformandosi in un «medium abitato da visioni», come lo definì l’amico Fellini, in uno “stato di trance” che lo accomuna al suo Maigret (che così viene descritto in Maigret a New York).

Leggendo i reportage si ha dunque l’impressione di seguire l’addomesticamento dello sguardo di Simenon, la sua predilezione, comune in ogni cosa che ha scritto, per gli spazi oscuri e problematici dell’animo umano (da qui la sospensione temporale di molti suoi romanzi, che sembrano parlare di un’umanità senza tempo, come il signor Maugin in Le persiane verdi o il signor Cardinaud del romanzo omonimo, personaggi che incarnano le paure e i desideri di ogni uomo).

Simenon non si sente mai migliore dei personaggi soccombenti che descrive e così ogni suo scritto, in fondo condensabile in un’investigazione, non sembra principalmente indirizzato alla ricerca di un colpevole perché da una stessa colpa, un comune peccato originale, sono accomunati tutti gli uomini, ma solo pochi, spesso i reietti e i più umili, sono capaci di vederla e di cercare un riscatto.

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