Nel 1964 uscì a Buenos Aires il romanzo Juan XXIII (XXIV) o la resurrección de don Quijote di Jerónimo del Rey, pseudonimo di Leonardo Castellani (1899-1981), che racconta un papa argentino mezzo secolo prima di Francesco.

Castellani fu gesuita; sospeso a divinis nel 1949, tornò sacerdote nel 1966. A riscoprirlo in Spagna è stato lo scrittore Juan Manuel de Prada, che ha poi raccontato questo visionario romanzo nel libro, di autori diversi, Il papa senza corona. Vita e morte di Giovanni Paolo I (Carocci). Eccone larghi stralci.
(Giovanni Maria Vian)

Pío Ducadelia, figlio d’italiani, è un ritratto dello stesso autore: religioso “geromiano” – presto scopriremo che quest’ordine geromiano è un ritratto della Compagnia di Gesù – a cui è stato proibito di dire messa, all’improvviso viene riabilitato e mandato a Roma come assessore dell’arcivescovo di Buenos Aires.

È iniziato il concilio Vaticano II, che a metà delle sue sessioni deve trasferirsi nel palazzo del Laterano a causa di complicazioni politiche che non tardano a sfociare in una cruenta guerra russo-europea, durante la quale i sovietici lanciano bombe atomiche sulle principali capitali del continente prima di venire sconfitti da un’alleanza di paesi europei che restaurano la monarchia in Italia e Francia.

Su questo sfondo di incertezza e agitazione bellica si susseguono le deliberazioni dei padri conciliari alle quali Ducadelia partecipa come teologo pontificio dopo avere impressionato papa Roncalli con le sue proposte di riforma per la chiesa, che sono fondate sulla lotta alla «burocrazia impersonale nel trattare gli affari ecclesiastici».

Per ottenere questa sburocratizzazione Ducadelia propone, per esempio, «una decentralizzazione del governo ecclesiastico, con la nomina di patriarchi, come nel secolo V», e la costituzione di un «Consiglio del papa» formato da dodici esperti, «ognuno in un ramo del governo».

Ducadelia propone anche una «revisione e sistemazione del celibato ecclesiastico per renderlo più rigoroso e decente»; e consiglia al papa, per evitare scandali finanziari, di disporre che «né i vescovi né gli ordini religiosi possano avere documenti di credito di alcun tipo», e che «tutti i beni ecclesiastici si investano in beni immobili, i quali saranno affidati per la loro produttività ai certosini e ai trappisti».

Ma il concilio deve sciogliersi, di fronte all’avanzata dei sovietici, e il papa prendere il cammino dell’esilio, dove muore, lasciando la disposizione che – a causa alla dispersione del collegio cardinalizio – il suo successore venga eletto da tre compromissari.

Ducadelia, intanto, è imprigionato e portato in Russia, dove soffre spaventose torture; quando alla fine viene liberato e rientra a Roma, scopre con stupore di essere stato eletto papa.

Mostrando una venerazione filiale per il suo predecessore, decide di prendere il nome di Giovanni e di ripetere il suo stesso ordinale (…) Subito, il nuovo Giovanni XXIII (o XXIV) dichiara che il primo compito del suo pontificato è «la battaglia della purezza interna» della chiesa e la lotta contro ciò che chiama l’«ecclesiasticismo», che nel romanzo viene così descritto: «Sono tutti questi magnati decrepiti che non vogliono cambiamenti nella chiesa perché a loro va bene così; e a loro va bene perché mancano di tatto e di olfatto per vedere (anche di vista, naturalmente) che stanno rimanendo soli, che il mondo si ritira in silenzio dalla chiesa… Soli e compiaciuti dei loro onori puerili e delle loro comodità… femminili. L’ecclesiasticismo è la peggiore eresia che esiste oggi nella chiesa».

Per combattere questo ecclesiasticismo e avviare la battaglia della purezza interna, Ducadelia riduce di due terzi la burocrazia vaticana, considerando che si tratta di «una macchina», che «per questo non ha tatto». (…) Nella sua ricerca di sacerdoti con calore umano, Ducadelia non ha difficoltà a castigare i predicatori fallutos (ipocriti o falsari, nello spagnolo dell’Argentina) né a ridurre gli stipendi curiali, e questo gli attira molti scontenti e ostilità.

Solleva una grande tempesta di critiche anche la sua decisione di andare a vivere molto poveramente in un edificio vicino al Laterano, (…) annota che non vuole «chiese di turismo», ma parrocchie vive e attive, e per questo dispone di costruirne nei quartieri nuovi della città con il denaro ottenuto dalla vendita di alcune opere d’arte.

Afferma che «il vero tesoro della chiesa sono i poveri»; e per questo si sforza di vivere in povertà, con un solo dollaro al giorno. Allo stesso modo promuove una purificazione degli ordini religiosi, che deve iniziare con il loro rifiuto delle comodità materiali: «Preferisco mille geromiani autentici, conformi alla mente del loro fondatore, che quarantamila falsificati… Quando apparvero i primi geromiani nel mondo, sembravano sette leoni; e ora sembrano innumerevoli pecore».

Molti nemici

Riforme così numerose e sostanziali non fanno che aumentare il numero dei suoi nemici (…) Così, da alcuni settori di destra lo si accusa di «fare confusione con la sua politica filosemita»; al contrario, dall’estremo opposto, la stampa americana lo accusa di antisemitismo, per la sua condanna delle grandi corporazioni finanziarie.

E anche i democristiani baciapile cominciano, da parte loro, a lamentarsi che il papa «neanche cita la Bibbia nei suoi scritti, se non molto di rado, e nemmeno san Tommaso e sant’Agostino: le sue encicliche sembrano scritte da un filosofo del XVIII secolo»; e completano le loro critiche accusandolo di essere «indevoto».

Mentre l’ecclesiasticismo assedia Ducadelia con un’avversione che cresce sempre più, la plutocrazia internazionale pensa di attentare alla sua vita; e non c’è da meravigliarsi perché Ducadelia non ha esitato a rivelarne le macchinazioni, denunciando il male che corrompe le democrazie parlamentari, che «con la favola della sovranità del popolo» si sono trasformate in «una copertura della plutocrazia, un cavallo di Troia della Finanza senza patria, una coperta per società segrete e una splendida arena per il risvegliarsi ribollente del comunismo».

Per Ducadelia il conflitto finale dell’anticristo prima della parusia sarà tra il comunismo a cui fatalmente ci porta una democrazia corrotta e la finanza senza patria, che in un altro tratto ci viene così descritta: «[…] Il suo obiettivo è distruggere il cristianesimo e creare uno Stato Mondiale ateo; con tutti i mezzi possibili, compresi i più infami, senza alcuna restrizione morale e nel segreto più stretto. Li ho sentiti chiamarsi oneworlders, cioè “mondounisti”. Non sono massoni né ebrei; si servono dei massoni, degli ebrei, degli atei, dei protestanti, dei cattolici stupidi (…) Non so se praticano il culto a Satana, ma ne dubito; qui è tutto sobrio, asciutto, moderno; nulla delle antiche mascherate e del grottesco dei massoni».

La rivolta

L’intrepida denuncia di questa cospirazione mondiale fa sì che la stampa si rivolti contro il papa, che all’inizio aveva fervidamente elogiato: «È curioso che tutto ciò per cui lo avevano lodato si è trasformato alla fine in un difetto: così sono gli animi umani, o meglio la maturità senile di quest’epoca (…)».

Ma anche se il suo prestigio davanti al mondo decade, papa Ducadelia non retrocede dal suo proposito donchisciottesco di purificare la chiesa, scrivendo instancabilmente encicliche, viaggiando (a volte in incognito) nei luoghi più diversi del mondo e osando, persino, affrontare la setta mondialista nel suo cubicolo o tana, a rischio della propria vita.

Non a caso Juan XXIII (XXIV) ha come sottotitolo La resurrección de don Quijote, perché è un’opera imbevuta degli ideali cavallereschi di difesa del debole e di lotta senza quartiere contro l’ipocrisia e il fariseismo dell’ambiente; e profumata di un umorismo del migliore Cervantes.

In un passo particolarmente esilarante del romanzo, un intervistatore che vuole creare cattivi rapporti tra Ducadelia e la Compagnia di Gesù gli chiede: «I gesuiti possono viaggiare in aereo?». E alla domanda Ducadelia risponde con una battuta: «Solo come piloti».

Senza alcun dubbio il romanzo di Leonardo Castellani dovette sembrare scioccante, persino stravagante, quando venne pubblicato a metà degli anni Sessanta; ma il suo autore, poeta che sapeva guardare più all’interno e profeta che sapeva guardare più in là delle apparenze, avrebbe potuto rispondere con l’aforisma di Oscar Wilde: «La natura imita l’arte». Anche se a volte tarda mezzo secolo per farlo.

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