La decisione del governo di revocare, non solo sospendere, le licenze riguardanti l’export di bombe d’aereo e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è importante sotto molti punti di vista. Le associazioni e organizzazioni della società civile che da tempo si battono per fermare il flusso di armi italiane che finiscono a paesi coinvolti nel conflitto in Yemen (che ha portato alla peggiore catastrofe umanitaria del mondo secondo l’Onu) l’hanno definita storica, e a buon diritto. Per la prima volta infatti dall’approvazione della legge 185/90 che regola l’export di armamenti si è deciso di cancellare – e non solo sospendere come già avvenuto dal 2019 per le stesse armi e gli stessi paesi – una fornitura militare diretta all’estero.

È utile fare un passo indietro per capire al meglio la situazione. Negli ultimi anni l’Arabia Saudita è diventata uno dei principali paesi destinatari delle armi “made in Italy”, così come gli Emirati Arabi Uniti. Questo perché nell’ultimo decennio i paesi del Golfo hanno aumentato drasticamente la propria spesa militare, in particolare per quanto riguarda gli acquisti di sistemi d’arma. In particolare, nell’ultimo lustro disponibile, quello che va dal 2015 al 2019, l’Italia ha autorizzato vendite di armi verso l’Arabia Saudita per 855 milioni di euro e ne ha consegnate per 692 milioni. Verso Emirati sono andati 703 milioni di autorizzazioni, con consegne per 500 milioni.

La guerra nello Yemen

Da quando nel marzo 2015 è scoppiato il conflitto yemenita l’attenzione delle organizzazioni per il disarmo e la pace si però concentrata soprattutto sulla fornitura delle bombe della serie Mk, perché sono proprio questi i tipi di ordigni che sicuramente sono stati utilizzati nei bombardamenti a guida saudita e di cui si sono anche trovati resti post-esplosione con numeri di serie, che certificano la produzione italiana da parte dall’azienda Rwm Italia.

Relativamente a queste bombe la maggiore licenza approvata, che costituisce anche la più grande autorizzazione per export munizioni della storia, è stata quella del 2016, corrispondente a oltre 411 milioni di euro, rilasciata sotto il governo Renzi.

Tale contratto riguardava circa 20.000 ordigni: grazie alla revoca odierna verrà cancellato l’invio delle 12.700 ancora non consegnate. Il 2016 è stato anche l’anno del record storico di autorizzazioni complessive (ben 15 miliardi di euro) che hanno contribuito a un risultato che negli ultimi cinque anni ha visto licenze per 44 miliardi, pari al totale complessivo dei 15 anni precedenti.

Dunque la rilevanza storica di questa decisione non risiede solo in una “prima volta” riguardante i meccanismi tecnici e burocratici dell’export di armi, cosa che magari può interessare gli esperti del tema, ma va a incidere direttamente su un conflitto sanguinoso che ha provocato la morte di migliaia di civili. I possibili e probabili bombardamenti futuri dovranno fare a meno delle bombe prodotte in Italia.

La decisione di Biden

La decisione del governo Conte arriva poi, con una coincidenza temporale singolare ma positiva, a pochi giorni dalla decisione dell’Amministrazione di Joe Biden di congelare le ultime autorizzazioni armate di Trump verso gli stessi paesi: i caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti e almeno mezzo miliardo di munizioni per l’Arabia Saudita. Ieri il governo italiano ha fatto un passo ancora più concreto, cosa che ci aspettiamo possa fare anche la nuova amministrazione statunitense.

Certamente questa decisione da sola non implicherà una immediata risoluzione del conflitto yemenita e una pace sicura, ma potrebbe dare lo slancio all’Italia per un nuovo e più autorevole ruolo sul piano diplomatico nel tentativo di trovare una soluzione a quella crisi.

Una discontinuità

Inoltre la decisione di oggi non fa diventare improvvisamente l’Italia un paese pacifista o senza interessi nel business degli armamenti, perché ancora troppe sono le armi italiane che finiscono a paesi coinvolti in conflitti armati o che violano i diritti umani. Situazioni che sono espressamente vietate sia dalla legge nazionale che dalle norme internazionali firmate dal nostro paese. Ma l’importante decisione sulle forniture ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi segna un momento di discontinuità che ci permetterà di chiedere che decisioni simili vengano prese ad esempio anche nei confronti dell’Egitto o della Turchia. E non sarà più possibile dire che si tratta di richieste impossibili per la prassi o i meccanismi burocratici. Una grande differenza per chi ha sempre chiesto attenzione, controllo e rispetto delle norme sul commercio di armi.

Francesco Vignarca è coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo

 

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