Provo a spiegarlo, da giornalista, in particolare ai circa 2.000 colleghi della Rai senza i quali la mia pensione non verrebbe pagata, e di questo sono loro grato. Non va bene così. Non può il Tg1, nel quale ho lavorato a lungo, restare corpo intoccabile, un direttore dopo l’altro, incapace di dare conto dei suoi effetti sociali. Il Tg1 è il primo editore di quel teatrino della politica fatto di litigi spesso irrilevanti, che interpreta il pluralismo in termini di minuti e non di contenuti e ragionamenti, che propina panini imbottiti, effigiati dai selfie dei soliti autogestiti dai partiti. Quasi assente il dialogo: una forma di comunicazione giornalisticamente irresponsabile e politicamente autolesionistica, ormai diffusa anche altrove. Così il Tg1 non è né governativo – è giusto che non lo sia, ma oggi è addirittura snobbato dal governo – ma non è neppure la voce istituzionale del servizio pubblico. È la sua deriva, incalza il degrado del paese, della sua classe politica e della sua classe dirigente. Nonostante i professionisti che ospita, spesso insofferenti delle routine ma incapaci di liberarsene, e in assenza di ogni progetto di accountability, il Tg1 con la Rai tutta, di cui è magna pars, partecipa nel diffondere populismo, sovranismo, irrazionalità e disintermediazione, e indebolisce le fondamenta della democrazia.

Forse solo nei rapporti con il presidente della Repubblica e Oltretevere il Tg1 conserva l’aplomb istituzionale ereditato dal passato. Non oso pensare ai possibili effetti se avessimo una presidenza della repubblica partigiana… Sul Tg2 non c’è molto da dire. Gli è stata affidata l’opposizione di destra, per l’insuperabile follia nel servizio pubblico per cui il pluralismo non si esercita nella correttezza del proprio ruolo professionale, bensì nella contrapposizione eterodiretta di opinioni di parte divergenti. Con l’aggravante che Tg3 e Rainews24, epigoni della sinistra, vivono spesso il proprio ruolo perpetuando la gloriosa tradizione della controvoce “a prescindere” verso i palazzi del potere. Salvo accorgersi a tratti che quei palazzi sono al momento occupati da amici, e da ciò deriva una gioiosa confusione: qui lo dico e qui lo nego…

No, così non può continuare. La testata unificata del giornale radio dimostra che si può fare meglio, anche con mezzi più scarsi. La democrazia e la buona politica lo pretendono. Non si possono sprecare giornalisti e tecnici, e significative quote di budget, per infarcire i palinsesti di notiziari fotocopia, mentre prolificano in azienda altri centri di potere giornalistico autonomo, esterni alle testate, in perenne bilico tra innovazione, lampi di genio e repubblica delle banane.

No, i miei 2.000 colleghi non dovrebbero temere per il proprio futuro. C’è bisogno di loro in Rai, per informare ma anche per compiti creativi diversi: la parte nobile della storia Rai è piena di esempi. C’è grande bisogno di raccontare e documentare, agli italiani e al mondo, le potenzialità del paese e i suoi patrimoni, con programmi che vivano nel tempo. Sì, è probabile che le linee di comando debbano essere snellite e che vicedirettori e capiredattori debbano affrontare qualche problema. Ma ne vale la pena, per noi e per loro.

No, infine: i miei 2.000 colleghi non possono gestire in autonomia la propria rinascita professionale. Non per mancanza di intelligenza, ma di esperienza. Sono prigionieri del presente, difetto tipico nella professione, e hanno poca visione di futuro. Per rimetterli in moto occorre una rivoluzione nei criteri di governo della Rai, col mandato di ricostruire.

Solo la politica può cambiare le regole, e può trarne vantaggi importanti a medio termine. Le proposte non mancano; la migliore è quella di metterla in mano a una Fondazione, un filtro gestito da persone autonome, veramente esperte e non coinvolte personalmente nella produzione. Una riforma che non costa quasi nulla, e in caso di successo spiegherebbe ai cittadini l’utilità del canone. Basta volerlo.

 

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