«Perché adesso i film sono così lunghi?», titolava di recente Variety, ed è quello che si domandano tutti (sempre meno) tutte le volte (sempre meno) che vanno al cinema. I film “da sala”, per capirci, sono sempre più lunghi, è un fatto.

Ma, a onor del vero, l’ultima, ancora accidentata stagione dimostra che al pubblico non dispiace affatto. Sono andati benissimo House of Gucci (158 minuti) e ovviamente Spider-Man: No Way Home (148); e adesso persino lo splendido Ennio di Tornatore (152), seppur con cifre da documentario d’autore. Tante sono le risposte possibili alla domanda che pone Variety. Io dico, per quel che vale, che la lun

ghezza rende ancora il film un evento, una cosa per cui vale la pena uscire di casa, pagare un biglietto, stare – e questo è il dato anche psicologicamente più interessante – quasi tre ore con la mascherina in faccia.

La lunghezza non è mai stata un tabù per il cinema cosiddetto d’essai, ora pare non esserlo più per nessuno. Dai cinecomic in sala alle serie da piattaforma, ogni durata è accettata: la scarsissima Inventing Anna di Shonda Rhimes è composta di nove episodi che superano tutti o quasi l’ora di durata, ed è uno dei contenuti, come si dice oggi, più visti su Netflix in assoluto nel mondo.

Una lunghissima (anch’essa) premessa per dire che pure The Batman, il titolone più rimandato e dunque atteso dell’ultima annata o forse più, ha una durata monstre: 175 minuti. Il che porta inevitabilmente al secondo quesito: tutto quel tempo è sempre necessario? Presto detto: no, che poi vale nella maggior parte dei casi, praticamente tutti. “Il Batman” – mi piace chiamarlo così anche in italiano, con l’articolo davanti al nome anche maschile, come fanno ancora certi milanesi – risolve in pochi minuti tutto ciò che serve a reggere trama e immaginario: il giochino dell’Enigmista, che fa il suo ritorno ed è molto più complesso e complessato di quello baraccone di Jim Carrey; e poi la solita Gotham City senza mai un filo di luce, spettrale, che pare goticamente illustrata come la Notre-Dame di Doré, piena di monnezza (si poteva come sempre girare a Roma risparmiando sull’allestimento del set) e con la consueta polizia corrotta. Ed è corrotta pure la politica, che, a parte una candidata sindaca black simil-Alexandria Ocasio-Cortez, anche stavolta si nasconde in bassifondi solo un cicinino più cool (lo stile è il berlinese-Berghain), ma allaccia rapporti come sempre pelosi e pericolosi con la mafietta locale. Pochi minuti e ci siamo: “il Batman” è sempre Batman, remake, reboot o requel che dir si voglia, diversissimo eppure ugualissimo a sé stesso.

Le tre ore non servono, o meglio: servono, appunto, a creare quella natura di film-evento sopra detta, e qui l’operazione sembra tendere precisamente a quello. Per un Tim Burton che ha creato l’Uomo Pipistrello filmicamente moderno e adulto e un Christopher Nolan che ne ha definitivamente codificato etica ed estetica, ci sono stati i Batman camp di Joel Schumacher e l’ultimo tentativo di riposizionamento “alto” da parte di Zack Snyder: ma Ben Affleck, per quanto anche in quel caso sottovalutato, non era il volto adatto per riportare la coolness in città.

Ritorno a Gotham

«A Gotham piacciono i ritorni», si sente dire nel nuovo film, e questo ritorno piacerà molto. Robert Pattinson, in tutti i sensi imbruttito (anche in quello milanese: è “il Batman”, del resto), è una scelta inappuntabile. Questo è un Batman chiaramente emo, in chiave dark ma non seminale alla Nolan, semmai a misura di Generazione Z: e chi meglio dell’ex vampiro di Twilight avrebbe potuto, non senza una certa dose di autoironia, dargli il ciuffo alla Tokio Hotel e l’occhio bistrato?

E son perfetti la Catwoman di Zoë Kravitz, la migliore dopo la Michelle Pfeiffer d’inizi anni Novanta, e l’Enigmista del gigione Paul Dano, e il mafioso John Turturro, il poliziotto Jeffrey Wright, il politicante Peter Sarsgaard (la sequenza del suo rapimento è superlativa), il maggiordomo Andy Serkis – quanto al Pinguino di Colin Farrell, c’è ancora solo troppo make-up per capire: s’attende la serie in solitaria, per ora pare il Jared Leto versione Gucci.

È tutto giusto, filologicamente correttissimo, e pure la regia di Matt Reeves sa che non può far finta che non ci sia appena stato Joker, col suo armamentario di tormento privato e socio-politico, ma cerca una strada propria. E la trova, pur nell’esasperazione di una certa solennità esibita, addirittura data per scontata. Tutto è epico fin dal primo minuto (si veda, anzi si senta, anche il “turn” del compositore Michael Giacchino sull’Ave Maria di Schubert), il che a volte funziona (la mitologia creata da Bob Kane insieme sintetizzata e ripensata), a volte sbrodola (l’esile plot di base non giustifica tono e, appunto, durata). È tutto giustissimo e saranno giustissimi gli incassi – per chi naturalmente l’ha prodotto, per gli esercenti che potranno tirare un sospiro di sollievo fino al prossimo film-evento di tre ore, per il pubblico che mollerà per una sera il divano e sarà felice di uscire di casa e spendere quei soldi: e questo è il vero miracolo, di questi tempi. Ci voleva il lunghissimo Batman, non-supereroe che però ha ancora i superpoteri.

 

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