È possibile che in futuro al parlamento sia reso più difficile ripristinare, per almeno tre anni, le norme abrogate dai cittadini tramite referendum. Un meccanismo per far sì che Camera e Senato rispettino la volontà popolare, a differenza di quanto si è provato a fare nel 2011 a seguito del referendum sull’acqua. A palazzo Madama, la commissione Affari costituzionali ha fatto un primo passo in questa direzione approvando un disegno di legge costituzionale che contiene il meccanismo “salva” consultazioni.

In pratica, qualora la proposta sottoposta a referendum sia approvata, fino al termine della legislatura (o comunque non prima di tre anni) i parlamentari potranno reintrodurre le norme cancellate solo con un voto rafforzato, ovvero a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. Un meccanismo per disincentivare il legislatore ad approvare misure su cui i cittadini si sono espressi contrariamente.

Può sempre succedere, però, che il parlamento scriva e approvi leggi che non corrispondano alla volontà popolare emersa dalle consultazioni, magari cambiando la sintassi della misura e riscrivendo in sostanza gli stessi contenuti. In questo caso scatterebbe un secondo “salvagente”: un quinto dei parlamentari di ciascuna Camera potrà rivolgersi alla Corte costituzionale per chiedere l’illegittimità costituzionale delle norme. E per la prima volta potranno farlo direttamente anche i cittadini, con un minimo di 300mila firme.

L’iter

Ci sono voluti diversi mesi per raggiungere un accordo tra i gruppi parlamentari e scrivere il testo approvato oggi in commissione. L’iter è iniziato il 17 novembre 2020, allora sul tavolo c’era la proposta a firma Gianluca Perilli del Movimento 5 stelle che, tra le altre cose, prevedeva un lasso di tempo più lungo - 5 anni - per la reintroduzione delle vecchie norme tramite maggioranza rafforzata. Non tutti i partiti erano d’accordo. Per trovare una sintesi è stato creato un comitato ristretto, un gruppo di lavoro dove solitamente partecipano meno senatori rispetto a quelli della commissione, che ha elaborato una sintesi poi confluita in un secondo testo presentato dal relatore Vincenzo Garruti (M5s).

Il tetto temporale è sceso così a tre anni, mentre sia il meccanismo della maggioranza rafforzata sia la corsia presso la Corte costituzionale sono stati ritoccati. Ma soprattutto è stato previsto l’intervento diretto alla Consulta da parte dei cittadini, come chiesto dai Cinque stelle. Lo stesso relatore sottolinea come la norma «è importante perché affianca alla democrazia partecipativa una forma di democrazia diretta», con cui 300mila cittadini possono chiedere una verifica ai giudici. «Si dà un peso maggiore valore all'articolo 1 della Costituzione in merito alla sovranità popolare, che con questo ddl non potrà essere elusa dal legislatore».

Come nel caso del referendum sul sistema di gestione del servizio idrico, indetto nel 2011. Con la consultazione popolare si è votato per cancellare una norma introdotta nel 2008 dal governo Berlusconi sull’affidamento della distruzione dell’acqua alle aziende private. Pochi mesi dopo, con la cosiddetta Manovra bis, governo e parlamento hanno provato a reintrodurre la norma cancellata con un articolo dal titolo “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dall’Unione europea”. La norma, giudicata troppo simile alla precedente sottoposta a referendum, è stata oggetto di ricorso da parte delle regioni che si sono rivolte alla Corte costituzionale.

I giudici ne hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale: «La disposizione del decreto Tremonti» violava «il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’articolo 75 Costituzione». Memori di quanto successo dieci anni fa, i senatori hanno lavorato per introdurre regole più severe e rendere più difficile a chi siede tra gli scranni di disattendere le decisioni referendarie. Almeno per tre anni, poi il meccanismo non sarà più valido e si tornerà ad affidarsi al buon senso degli eletti.

Il provvedimento è solo all'inizio del suo lungo percorso. Essendo un ddl costituzionale la “navetta” tra Camera e Senato segue il procedimento più lungo: dopo il primo via libera da parte delle assemblee (dove è possibile presentare anche modifiche), serve un nuovo voto di Camera e Senato con un intervallo di tempo di almeno tre mesi. Ma secondo il relatore i tempi necessari per approvarlo entro la fine della legislatura «ci sono», serve solo la volontà politica.

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