Il renziano Vito De Filippo, già sottosegretario dei governi Renzi e Gentiloni e già presidente della Basilicata, si cosparge il capo di cenere e rientra nel gruppo del Pd. Il «bentornato» di Graziano Delrio, presidente dei deputati dem, è particolarmente caloroso. De Filippo ha il suo momento di gloria, ma non sposta il pallottoliere: alla Camera il governo non ha problemi di numeri. Li ha al Senato.

Venerdì è stato il giorno dell’euforia delle trattative con molti «responsabili», ieri – sabato – è stato il giorno della gelata. Nella videoriunione dei leader del centrodestra Lorenzo Cesa, a nome dell’Udc – tre senatori – ha confermato l’indisponibilità a fare da stampella a Conte. Dal canto suo invece Clemente Mastella si è preso a male parole con Carlo Calenda. Il candidato al Campidoglio ha rivelato via Twitter di aver ricevuto dal sindaco di Benevento una proposta di scambio politico: il sì dei suoi pochi affezionati parlamentari a Conte in cambio dell’appoggio del Pd alla corsa per Roma. Il Pd smentisce. Mastella gli dà dello «squallido»: «Ti ho telefonato per chiederti cosa facevi e mi hai detto che eri contro Renzi. Allora sei per il Pd? “No – mi hai risposto – il Pd mi dovrà scegliere per forza come candidato sindaco». In ogni caso Matteo Richetti, socio politico di Calenda, è indisponibile a votare il Conte ter, e tanto meno il bis.

Veniamo ai ricercatissimi renziani di palazzo Madama. La trattativa con Riccardo Nencini, depositario del simbolo del gruppo Iv, è ancora in alto mare; danno segnali di disponibilità a votare la fiducia a Conte Donatella Conzatti e, da ieri, Eugenio Comincini. Fanno tre, per ora. Troppo pochi. Un fedelissimo di Renzi se la ride: «Iv regge, è il Conte-Mastella che non regge».

Il Conte-Mastella non regge

In altri termini, e con altri sentimenti, questa è la convinzione diffusa ormai anche nel Pd. «La fiducia non basta per governare, serve un nuovo patto di legislatura», dice Andrea Orlando, vice di Nicola Zingaretti, a Repubblica. Una sottolineatura anche all’indirizzo di palazzo Chigi, che al momento si dà da fare per avere la maggioranza dei voti al Senato e allungarsi la vita. Oggi il Pd riunisce la sua direzione. L’ostilità al voto anticipato dei gruppi parlamentari è variamente motivata – «il paese non capirebbe» si è sentito ripetere venerdì alla Camera – e il segretario teme un governo che «tira a campare», in cui fatalmente il Pd finisca ancora più gregario e debole di prima.

La possibilità di arrivare a fine legislatura con un governo politico è riposta in un sussulto interno a Italia viva e non certo in un pugno di voti da contrattare di volta in volta. In realtà nel Pd non tutti la pensano così. Venerdì, durante l’ufficio politico (una specie di «caminetto» dei notabili del partito), il ministro Dario Franceschini ha fatto una lezione di realpolitik ai colleghi: ai tempi del bipolarismo il termine «responsabile» evocava «negatività», ora «le maggioranze di governo si cercano in parlamento, apertamente, alla luce del sole e senza vergognarsene». «Descrivere improvvisamente eventuali nuovi ingressi nella maggioranza, orba di Italia viva, come una reincarnazione di partigiani combattenti per la libertà pare un po’ troppo», replica Gianni Cuperlo, «è apprezzabile anche una sobrietà di toni, nessuno è tanto ingenuo da credere che sui banchi del Senato siedano De Gasperi, Nenni e Berlinguer». E se il governo, portata a casa la pelle, non si rilancia, non riuscirà ad andare lontano: «Si convincano gli italiani della bontà del progetto anche “reclutando” in posti di primaria responsabilità figure e personalità dall’autorevolezza, competenza e prestigio fuori discussione», suggerisce Cuperlo.

Renziani, non Renzi

Ieri si sono riuniti i direttivi dei gruppi M5s di Camera e Senato. Nelle file del Movimento comincia a serpeggiare l’idea che è meglio attenuare la pregiudiziale anti Iv, visto che i responsabili che palazzo Chigi si aspettava – e che ha dato per certi – stentano ad arrivare. La notizia è filtrata fuori dalla riunione ed è stata subito smentita: «Qualunque riavvicinamento con Renzi è impossibile». Nel campo democratico la questione non è affatto quella dei numeri. Tanto più grazie all’astensione di Italia viva, martedì il premier avrà più sì che no. Ma poi? La possibilità di una prosecuzione della legislatura fino alla fine, è la convinzione, non può passare per qualche senatore che tratta per sé. E se resta lo stigma dell’inaffidabilità a Renzi, diverso è il tono verso i senatori renziani (e alle senatrici): «Dopo l’apertura della crisi da parte di Iv, garantire il governo è sempre più difficile», dice una nota della segreteria, in parlamento «tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità per salvaguardare gli interessi del paese». E se non è un appello, poco ci manca.

© Riproduzione riservata