L’unico a poter risolvere l’impasse in cui il centrodestra è bloccato da mesi – per l’esattezza dall’elezione del presidente della Repubblica – era Silvio Berlusconi. Detto fatto, il leader di Forza Italia ha orchestrato ad Arcore il vertice della riappacificazione tra la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e quello della Lega, Matteo Salvini. L’obiettivo di farli sedere di nuovo intorno allo stesso tavolo, dopo tre mesi e tanti incontri poi cancellati, è stato raggiunto: «Alla fine solo il Cavaliere è in grado di metterli d’accordo», dice un dirigente di Forza Italia.

In effetti il copione è noto e questo non è il primo incontro riappacificatore in casa di Berlusconi, che rispolvera il ruolo di saggio e di primo vero federatore del centrodestra.

La gestione è delicata e non c’è spazio per gli alleati minori: sono invitati solo Meloni con Ignazio La Russa e Salvini con Roberto Calderoli, a fianco di Berlusconi invece c’è Licia Ronzulli e poi Antonio Tajani collegato da Bruxelles. Pranzo leggero per rompere il ghiaccio, poi colloquio di un’ora. Dopo che la delegazione leghista se ne è andata per impegni romani, però, il Cavaliere si ferma un’altra ora a parlare con Meloni. 

 «D'altronde è così evidente che se si disunisce si perdono le elezioni e vince la sinistra, soltanto un pazzo penserebbe di mandare all'aria questa coalizione», spiega lui in prima persona al termine del vertice. Accordo di massima sul fatto che sia necessario ritrovare le ragioni per stare uniti, dunque, si è trovato.

Si è discusso delle scelte dei candidati alle amministrative, dove «abbiamo trovato l’accordo per 21 città, su cinque l’accordo non è stato trovato per pure contrapposizioni locali, persona contro persona, ma siamo sicuri che negli eventuali ballottaggi troveremo l’accordo», ha spiegato. Però l’entusiasmo sembra condiviso solo da due parti su tre.

«Viste le condizioni di partenza è stato un successo», dice un membro del governo di Fi, riferendosi al clima competitivo tra Salvini e Meloni delle ultime settimane. Soddisfazione filtra anche dalla Lega, con il leader che parla di «ottima giornata». Decisamente più fredda, invece, è la nota ufficiale che FdI invia alle agenzie: «È sicuramente positivo essersi incontrati ma l'unità della coalizione non basta declamarla. Occorre costruirla nei fatti». Alcuni punti positivi sono stati fissati, come «la comune contrarietà ad una futura legge proporzionale», ma rimangono molti elementi ancora incerti, come le «fumose regole d’ingaggio sulle modalità con cui formare liste e programmi comuni».

Il nodo Sicilia

Meloni, infatti, forte dei sondaggi che la danno oltre il 22 per cento non intende cedere su una partita che ritiene fondamentale come quella per la regione Sicilia. Lei vuole confermare il bis di Nello Musumeci e per farlo è pronta a mettere in discussione anche altri territori come la Lombardia: Berlusconi era pronto a dire sì alla ricandidatura, ma resistenze rimangono sul fronte leghista e confermate poi da Nino Minardo, coordinatore della Lega in Sicilia.

Al vertice, si è strappato solo altro tempo: «Hanno deciso che di Sicilia si discuterà dopo le amministrative, in particolare quelle di Palermo», spiega una fonte della Lega. La sintesi dilatoria, però, spinge FdI a tenere il punto: «Restano ancora diversi nodi aperti. A partire dalla non ancora ufficializzata ricandidatura del presidente uscente Musumeci in Sicilia». Incontro aggiornato, dunque, e successo della mediazione berlusconiana, ma la tensione non è ancora del tutto stemperata.

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