Dettagli. Sabato sul Giornale, a pagina due, veniva raccontata la performance del giorno precedente del vecchio Silvio Berlusconi, appena arrivato a Napoli. Dal ristorante Cicciotto a Marechiaro, mentre il proprietario novantenne improvvisava Malafemmina – l’atmosfera era grottesca e surreale come in un film di Paolo Sorrentino – il presidente cantava con lui e apostrofava la moglie di finte nozze Marta Fascina, («guarda che vuol dire femmina cattiva») che gli stava accanto con volto da madonna perplessa.

Fra una nota e un lazzo l’ex Cavaliere affondava contro Mario Draghi: «Inviare armi all’Ucraina significa essere cobelligeranti», l’Europa deve cercare «di far accogliere agli ucraini le domande di Putin».

In questo articolo che resocontava l’ultimo attacco del leader contro il governo, Mara Carfagna veniva definita la «leader di fatto del “partito draghiano”». È il riconoscimento da parte del giornale della casa che c’è un partito nel partito. E c’è una leader. La ministra forzista più vicina al premier. A lei l’anziano leader si è aggrappato sabato mattina per rimangiarsi gli attacchi a Draghi e, anzi, vantare i successi di Forza Italia nel governo.

In quello stesso momento, mentre Berlusconi cantava, la ministra del Sud era sul palco della convention azzurra organizzata alla mostra Oltremare – “L’Italia del futuro, la forza che unisce” – a ricevere applausi.

Chiamava per nome i dirigenti locali per mostrare con garbo che quella platea è casa sua. Ricordava con angelica malizia di essere stata stata ripetutamente eletta in città e nella regione con barcate di voti. Il più clamoroso è stato il risultato del 2010 al consiglio regionale della Campania, quasi 60mila preferenze, record di tutti i tempi.

Carfagna era a suo agio, difendeva il suo governo e riaddrizzava la linea di FI sul ddl Concorrenza. Finito il panel, ha stoppato le domande dei cronisti a proposito dei veleni interni che hanno funestato il partito nell’ultima settimana: «Quella di oggi è un’iniziativa importante. Nessuno vuole sciuparla alimentando polemiche interne». 

Queen of Dragons

Altri dettagli. A Napoli sabato mattina c’è stata dunque la dimostrazione plastica che Carfagna è solidamente ancorata dentro Forza Italia. La sua consacrazione come leader potenziale, invece, è avvenuta in ambienti molto più solidi e prestigiosi rispetto alla compagnia di giro che nel weekend si è riunita alla mostra di Oltremare, e che fino all’ultimo resta in bilico fra il rilancio di una storia politica e la veglia funebre di partito agonizzante.

Il “Carfagna day”, così titolava Repubblica, è stato il 13 maggio alla convention “Verso Sud – la strategia europea per una nuova geopolitica economico e socio culturale del Mediterraneo”, a Villa Zagara.

Un megaevento organizzato dalla ministra a Sorrento, la sua città, in collaborazione con The European House Ambrosetti. Lo staff della ministra fa circolare discretamente una definizione, è “Queen of Dragons”, “regina di Draghi”. Non è sobria, ma rende l’idea di quello che si vuole comunicare.

Lì, davanti a un parterre de rois, si è parlato di «nuova stagione del Sud», della clausola del 40 per cento del Pnrr, e cioè della quota delle risorse destinato alle regioni del Mezzogiorno, di «hub del Mediterraneo».

In prima fila c’era il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, all’avvio dei lavori – officiava la giornalista di Sky Maria Latella, anche lei come la ministra «donna del sud» – hanno parlato il premier Mario Draghi e il presidente della Camera Roberto Fico. Mezzo governo, invitato, è andato a rendere omaggio all’ospite.

Notevoli le presenze internazionali: la principessa del Kuwait e presidente del Council of Arab Businesswomen Sheika Hissah Saad Al Sabah, il ministro algerino Mohamed Arkab, il presidente della National Oil Corporation libica Mustafa Sanalla, il governatore della Banca centrale di Tunisia Marouane El Abassi, il ministro portoghese dell’Economia António Costa Silva.

Dettagli che raccontano attenzione e potere: il vice ambasciatore americano Thomas Smitham, che due giorni prima era con Draghi e Biden alla Casa Bianca, ha anticipato il suo arrivo per essere presente alla cena di gala. Lì Renato Brunetta, chiamando un brindisi, si è rivolto al ministro Vittorio Colao gongolando: «Mara è brava, proprio brava». Chi era presente a quella serata ha avuto l’impressione che le beghe interne di Forza Italia fossero lontane anni luce. O, meglio, irrilevanti.

Nella sua due giorni Carfagna non ha mai deviato dal profilo istituzionale, stroncando con un sorriso ogni allusione a una sua eventuale ascesa politica. Tanto è nei fatti. Ma «a medio termine», è l’impressione che ne cava ci ci ha parlato. Senza fretta.

Il governo andrà avanti fino a maggio – sabato anche Berlusconi su questo è stato chiarissimo – e c’è tutto il tempo di aspettare come va a finire la storia di una Forza Italia fatalmente attratta dal burrone leghista. Adesso, spiegano i suoi più vicini, Carfagna «è ministro».

È ministra. E solo per cortesia istituzionale a Sorrento ha invitato anche i leader dei partiti. E i compari giallorossi Giuseppe Conte e Enrico Letta sono andati a rivendicare che è stato il governo precedente ad aver impostato il Pnrr e varato quella “Decontribuzione sud” che ora la ministra chiede di mantenere.

Non che per loro quell’iniziativa fosse ineccepibile: non è esteticamente bello che il rilancio pubblico del Mezzogiorno sia scritto direttamente da casa Ambrosetti. Non bello anche il mancato invito al ministro del Lavoro Andrea Orlando, come se l’occupazione non fosse un tema cruciale al sud. Brutta davvero l’assenza del mondo della cultura a Villa Zagara.

Sfumature. Il fatto è che la ministra che ha vinto un terno al lotto: sta in un ministero che grazie al Pnrr distribuisce fiumi di soldi. Una situazione perfetta per un’«azione di governo» che pesa come una campagna elettorale in grande stile. Altro che le beghe di Forza Italia. 

«Mara non rompe»

Per questo «Mara non rompe». Non ne ha bisogno e ne hanno dovuto prendere atto anche i sedotti e abbandonati dell’associazione Voce Libera varata da lei nel 2019, in grande spolvero, a Roma al Tempio di Adriano. Doveva servire a riorganizzare le truppe liberal di Forza Italia. «Sarà un’avventura bellissima» aveva promesso lei. Ma poi l’avventura non è partita. Il sito è fermo alla fine 2020, come una fotografia ingiallita. Nel febbraio del 2021 lei è diventata ministra per scelta diretta di Mario Draghi e Sergio Mattarella che, su suggerimento del secondo, per la delegazione azzurra nell’esecutivo hanno scelto le tre personalità più lontane dal mondo forza-leghista dunque più affidabili per il premier.

In Forza Italia lo sgarbo non è stato digerito bene. Ma ormai lei è «leader di fatto del “partito draghiano”», come appunto scrive il Giornale.

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La nemesi e le matriarche

Per eterogenersi dei fini Forza Italia è diventata un affare di donne. In questa stagione politica sia detto senza ironia: finiti i fasti, si fa per dire, di olgettine, farfalline, hostess infelicitate dalle battute del vecchio satiro, ora che la barca non va più ai comandi ci sono politiche temprate e ormai esperte. 

«Berlusconi, monarca anarchico, alla fine le donne le sopporta meglio». Non è neanche questa una battuta, che ascoltiamo al telefono, da Napoli, quando lui sta per fare il suo ingresso scenografico sul palco –  gli hanno preparato una coreografia faraonica non si capisce se per dargli un’ultima illusione o per darsela –  «Silvio è un maschio alfa che tollera le femmine alfa», viene spiegato da chi sa di cosa parla. E invece è molto meno indulgente con gli uomini. Non avrà eredi, nel senso di maschi.

È la nemesi, come la vuoi chiamare, per un partito nato per unica volontà e soldi di un uomo. «L’egoarca», «sua emittenza, «ottavo nano», «il pregiudicato», «l’irredimibile», la «eccezione a livello biologico» e via scendendo (sulle definizioni di Berlusconi da parte dei suoi nemici si potrebbe fare un libro nero, ma non avrebbe più lettori). Uno che ha quel guaio lì, che «frequenta le minorenni» come confidò nel 2009 Veronica Lario mentre faceva le carte per diventare una ricca ex moglie, proiettando la scena del «drago» a cui si offrono «figure di vergini», il «papi» delle cene eleganti.

Quello che, secondo il procuratore aggiunto Tiziano Siciliano, ancora la scorsa settimana durante la requisitoria in aula del processo Ruby ter, «da presidente del Consiglio» – è la tesi dell’accusa – «usava sistematicamente allietare le proprie serate ospitando a casa propria gruppi di odalische, schiave sessuali a pagamento».

Insomma è una nemesi anzi la Nemesi – secondo il dizionario Treccani «divinità personificazione nella mitologia greca e latina della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo» (….) «atto di giustizia compensativa» (...) «anche generico per punizione o vendetta, con carattere di ineluttabile fatalità» – se ora quel suo partito, o quel che ne resta, e anzi persino la sua stessa vita, sia governata da un quintetto di donne potenti e impossibili, non amiche fra loro, regine, queen, amazzoni, badanti o commissarie politiche. Gli uomini azzurri per lo più le detestano ma per ragioni diverse ormai sono costretti a doverle ossequiarle. Un gruppo scelto di matriarche. Selezionato dal tempo e dalla ostinata resistenza. Una cinquina che sembra una tombola.

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 13-05-2022 Roma, Italia Politica Stati Generali della Natalità Nella foto: Licia Ronzulli FI Photo Mauro Scrobogna/LaPresse May 13, 2022 Rome Italy Politics General States of Birth In the photo: Licia Ronzulli FI

Di Carfagna abbiamo detto. Al polo opposto, alla destra del capo, c’è Licia Ronzulli: una partenza da infermiera la cui vita, con il tocco magico di Silvio, in un due per tre si è trasformata. Europarlamentare e poi senatrice.

Oggi viene definita con una smorfia «la badante», ha surclassato nel cuore del capo Antonio Tajani, descritto ormai come «un reggicoda». Lei invece si autodefinisce «un soldato di Berlusconi». Negli anni belli, belli per loro, partecipava all’organizzazione delle serate a Villa Certosa, smistava le ospiti nei bungalow.

All’epoca Berlusconi si giustificava «è qui a farmi da segretaria», oggi c’è chi assicura di averlo sentito dire che dati quei trascorsi delicati «non posso cacciarla». Lei ha un rapporto cortese con Marta Fascina, non un vaso di ferro; ma soprattutto ha un rapporto d’acciaio con Marina Berlusconi, la primogenita, una in posizione da capogiro nella lista di Forbes delle ereditiere più ricche del mondo.

Marina, all’anagrafe Maria Elvira, vigila amorosamente sull’anziano padre e altrettanto amorosamente sul forziere della famiglia. C’è chi sussurra che a Licia anni fa avrebbe dato un mandato: liquidare la troppo esuberante Francesca Pascale, la penultima fidanzata – missione compiuta – e liquidare il partito. Un partito in cui Ronzulli la vera donna al comando.

Lei si schermisce: «Non sono io che decido, è lui», risponde con sgarbata falsa modestia ai pochi che ormai gli chiedono conto delle decisioni di cui si fa implacabile esecutrice.

La settimana scorsa Berlusconi ha rimosso dall’incarico di coordinatore regionale in Lombardia Massimiliano Salini, uomo forte di Mariastella Gelmini, e al suo posto ha messo lei. Sarà lui, dunque, cioè lei, a stilare le liste per le politiche nella regione che resta la roccaforte del berlusconismo. Sarà lei a ricevere i questuanti con il cappello in mano.

La ministra degli Affari regionali ha preso male la detronizzazione e si è sfogata con lo sconsolato Tajani. La conversazione è stata intercettata dal Foglio: «La Ronzulli porta allo sfascio il partito. Sulla Lombardia sta decidendo tutto lei. Vuole sfregiare uomini vicini a me». Lui, costernato: «Ma tu lo sai cosa significa mettere d’accordo tutti? Ci sei tu. Licia. Poi c’è la Bernini. La Casellati che minaccia di togliere il saluto. Voglio bene a tutti voi. Anche per me è difficile».

Quel pomeriggio la ministra ha rilasciato una intervista al Corriere: «Non riconosco il metodo e lo stile di Berlusconi». (a Napoli lui ha risposto con durezza: «Ho scelto la senatrice Ronzulli perché questa era l’indicazione di tutti i lombardi»). Le voci di dentro di Forza Italia spiegano che ad affermazioni così dovrebbero seguire dimissioni. Non sono arrivate.

Ma Gelmini, che pure è salita sul palco di Napoli, poi ha lasciato la città senza aspettare il comizio di Silvio. «Impegni precedenti», assicura il suo staff, in realtà si trattava di un incolore convegno sull’autonomia regionale. In realtà ha fatto bene a non restare nelle platea napoletana, perché avrebbe dovuto assistere all’intervento di Ronzulli, pronta a tirarsi l’applauso contro i dissensi con una mezza minaccia: «Questo non è il tempo per chi non ci crede, per chi ci divide».

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 14-05-2022 Roma Politica Convention della Lega “E’ l’Italia che vogliamo” Nella foto Maria Stella Gelmini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 14-05-2022 Rome (Italy) Convention of the Lega party In the pic Maria Stella Gelmini

Nella cinquina delle matriarche c’è anche Anna Maria Bernini, la capogruppo al Senato. «La più brava», ammettono anche quelli che non la amano. Bolognese, secchiona, competente, elegante, nel governo in cui Carfagna era ministra delle Pari opportunità lei copriva il cruciale – ma lo si sarebbe capito poi – dicastero per le Politiche europee.

Ma è di un’altra stoffa, lei: è avvocata, docente di Diritto pubblico comparato, specialista in arbitrato interno e arbitrato internazionale come già suo autorevole padre, Giorgio, prestigioso ministro del primo governo Berlusconi. È nelle grazie del capo che però le porta rispetto perché è il suo polso a guidare il gruppo nella camera più delicata.

Dove peraltro in queste ore si consuma l’insorgenza della presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati che da quando ha clamorosamente mancato l’elezione al Quirinale (quasi 70 franchi tiratori) minaccia di abbandonare il partito e di entrare in Fratelli d’Italia (ma Giorgia Meloni non sarebbe interessata all’acquisto).

Bernini è la sospettata numero uno di aver organizzato i cecchini contro Casellati. Le due signore non si amano. Ma la verità è che palazzo Madama tutti sanno che Casellati era ineleggibile per via di quel non piccolo senso di sé che l’ha resa insopportabile ai compagni di partito. E che da seconda carica dello stato l’ha spinta a buttarsi in un voto kamikaze. 

Per farla contenta sabato a Napoli Tajani, ormai destinato a fare da parafulmine a tutto, le ha concesso un ingresso da star nel teatro, con tanto di annuncio, disannuncio, applauso e telecamere che zoommano su di lei. E a comizio finito ha costretto Berlusconi a riprendere il microfono per renderle omaggio. Un eccesso di gratificazione che ha finito fatalmente per trasformarsi in una burletta. 

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L’unica spendibile

Ma Casellati non è del girone delle matriarche. Fra loro è solo Carfagna a studiare da leader. Ma con calma. «Mara non rompe. Non ne è capace». «Rispetto a quando abbiamo varato l’associazione non è cambiato niente: il declino di Berlusconi resta, il rischio che Forza Italia finisca per essere mangiata dalla Lega pure, e anche il rischio di un esaurimento inglorioso. Ma l’associazione è stata spenta». «C’erano state tante adesioni, qualcuno deve aver pagato anche la tessera», «Non vuole fregare Berlusconi e non lo farà, ma non si rassegna al metodo Ronzulli», «È l’unica spendibile in mezzo allo sfascio del partito».

Tre telefonate, tre ex tessere di Voce Libera, tre cortesi richieste di non essere citati. In quel periodo Carfagna era stata corteggiata da Matteo Renzi e poi da Carlo Calenda, entrambi le hanno offerto un posto d’onore nelle loro cose e cosette di centro, Calenda direttamente la leadership di Azione, ma lei «lo ha scaricato», ha raccontato Tpi, insomma ha risposto «no grazie, resto in Forza Italia».

Non se n’è andata e non se ne andrà, giurano i suoi più vicini e più delusi, non strapperà con l’anziano leader. Perché Berlusconi è quello che nel 2007 dal palco dei Telegatti, le ha detto: «Se non fossi già sposato, la sposerei immediatamente».

Al tempo la leva della politica la faceva così. Lei giovane bellissima, con un curriculum da modella e showgirl, bersagliata ferocemente dalla satira antiberlusconiana – lei querela a raffica – di lì scala le vette a grandi falcate: è coordinatrice delle donne azzurre, poi deputata e subito dopo ministra delle pari opportunità del quarto governo Berlusconi. Data in partenza anche negli anni di una simpatia politica per Fini. E così oggi. Ma «non se ne andrà» assicurano, «diverso è se Forza Italia se ne andasse nella Lega. A quel punto lei sarà la leader naturale». Di tutto quello che non finirà nell’abbraccio mortale di Matteo Salvini. 

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