Colf, badanti, vigilantes sono le categorie professionali più note. Ma anche personale delle agenzie di viaggio, di noleggio auto e quello che opera nell’ambito della ristorazione e del turismo. Sono loro a formare la principale porzione dei quattro milioni e mezzo di lavoratori che sarebbero interessati dall’introduzione del salario minimo con una soglia fissata a nove euro lordi all’ora. Una questione tornata d’attualità dopo l’approvazione della direttiva dell’Unione europea che sollecita una riforma in tal senso. In Italia, il disegno di legge presentato da Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro nel governo Conte 2, è tuttora in commissione al Senato, fermo al punto di partenza. «I ministeri competenti non hanno ancora espresso il parere sul testo e gli emendamenti, rendendo impossibile il prosieguo dei lavori», dice la deputata del Movimento 5 Stelle, Enrica Segneri.

L’indicazione proveniente da Bruxelles ha dunque riaperto il confronto. I dati aiutano ad avere un quadro più chiaro sulla possibile portata dell’intervento. Prima di tutto va sottolineato che, secondo il database del Cnel, sono vigenti 854 contratti collettivi nazionali, di cui però il 53 per cento non risulta praticamente utilizzato.

Tra quest’ultimi c’è un sottobosco difficile da individuare rispetto alle paghe orarie minime al di sotto dei nove euro, indicata come soglia base in quanto è prevista dal ddl Catalfo in discussione. Non venendo applicati, l’interesse per questa fetta di contratti rimane relativo. 

I dati a disposizione raccontano quali sono i comparti interessati in maniera principale dall’eventuale introduzione della misura. Sotto la soglia dei nove euro, escludendo le ultra mensilità (tredicesima) e Tfr (la liquidazione), ci sono quattro milioni e mezzo di lavoratori, di cui tre  milioni e 953mila catalogati alla voce «dipendenti privati», 369mila nel comparto agricolo e 615mila impegnati nel lavoro domestico.

Il tutto escluso gli autonomi e le partite Iva che non sono interessati da un provvedimento che per definizione riguarda chi ha uno stipendio e non chi invece emette fattura. Al netto di questi aspetti, ci sono due milioni e 596mila lavoratori al di sotto della soglia di otto euro, di cui un milione e 886mila nella macro categoria dei dipendenti privati.

Un dato che fa il paio con le statistiche di Eurostat che mettono l’Italia tra i paesi con un maggior numero di occupati a rischio povertà. Il 12,2 per cento la colloca ben al di sopra sopra delle media dell’Ue, che è fissata al 9,4.

I fragili del turismo

Esaminando il capitolo del lavoro privato, invece, il settore più toccato dall’eventuale riforma del salario minimo sarebbe quello che mette insieme dipendenti di agenzie di viaggio e servizi per le imprese. L’incidenza rispetto allo scenario attuale sarebbe sul 34,9 per cento del personale, più di uno ogni tre.

Una percentuale appena inferiore a quella che viene identificata come altre attività, che include per esempio gli addetti alla sicurezza privata, quei vigilantes spesso assurti a modello delle paghe orarie più basse. Ma anche i lavoratori nell’ambito dello sport e dell’intrattenimento.

Altrettanto significativo sarebbe l’impatto, pari al 24,3 per cento, su chi opera nell’ambito del turismo e della ristorazione, spesso oggetto di cronaca e di polemiche nelle ultime settimane.

Poco sotto il 15 per cento ci sono i lavoratori della voce istruzione, sanità e assistenza sociale, davanti al comparto delle costruzioni, che si attestano poco sopra il dieci per cento, leggermente avanti ai comparti di trasporto e magazzinaggio e quello dell’attività manifatturiera che si fermano esattamente al dieci per cento. Chi è impiegato in finanza e assicurazione è praticamente solo sfiorato dalla questione con un’incidenza dell’1,8 per cento.

Da nord a sud

C’è poi la ripartizione territoriale, che viene compiuta su numeri più piccoli: nel caso specifico la platea viene selezionata inserendo anche la tredicesima nel computo della paga oraria. «Per quanto riguarda la suddivisione fra macroregioni, l’incidenza per i lavoratori dipendenti è decisamente superiore nella macroregione del sud e delle isole (17,5 per cento)», si legge nel report dell’Inps, depositato da Pasquale Tridico al Senato dopo un’audizione.

Tuttavia, in termini assoluti le cifre sono più elevate al nord, 1.031.893, con una percentuale del 13,1, rispetto al 517.878 del mezzogiorno, che però va relazionato al numero di lavoratori. Al centro invece ci sono 475.448 lavoratori sotto la soglia con un’incidenza del 16,7.

Badanti e un paradosso

Dinanzi a questo scenario i lavoratori domestici sono tra quelli più interessati. Ma non mancano prese di posizioni originali, come il caso dell’associazione sindacale nazionale dei datori di lavoro domestico (Assindatcolf) che, secondo quanto si legge dalla memoria depositata a palazzo Madama, «ritiene indispensabile escludere il settore domestico dal testo di legge definitivo». E cita espressamente quanto rilevato dall’Inps, che suggerisce «la necessità di valutare i possibili effetti dell’introduzione delle misure salariali minime in due settori caratterizzati da marcate peculiarità con riguardo ai processi di lavoro e all’assetto delle retribuzioni: l’agricoltura ed il lavoro domestico».

Sono questi i due ambiti in cui ci sarebbero, in termini di percentuale, ci sarebbero gli effetti maggiori. I lavoratori domestici sono nell’80 per cento dei casi sotto la soglia dei nove euro all’ora. Con un picco del 91,5 per cento al sud e un dato più basso al nord (78,8) e al centro (76,9). Infine, per gli operai agricoli l’incidenza totale è del 35,1 per cento.

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