In Italia non è che a volte ritornano, ci sono personaggi che non escono mai di scena. Prendete Andelko Aleksic e Roberto De Santis, i due che la Procura di Roma ha messo sotto inchiesta insieme ad altri e all'ex ministro berlusconiano dell'Agricoltura, Saverio Romano, per la fornitura di 5 milioni di mascherine cinesi anti Covid e 430 mila camici alla Protezione civile del Lazio che sarebbero state sprovviste, secondo l'accusa, delle certificazioni necessarie. Dispositivi sanitari farlocchi, insomma.

Aleksic e De Santis sono finiti altre volte agli onori della cronaca, come si dice in questi casi, e sempre per affari discussi e dai contorni sfuggenti.

Il caso del croato Aleksic è clamoroso perché nella primavera di quattro anni fa ci mancò poco che si comprasse mezza Mondadori nonostante nessuno sapesse dire qualcosa del suo passato e spiegare dove avrebbe trovato i soldi per un'operazione del genere, chi avrebbe potuto darglieli, in base a quali garanzie e con quali competenze si stesse accingendo ad avviare la scalata.

Come se questi enormi interrogativi fossero dettagli, la più grande casa editrice italiana avviò trattative molto concrete e stringenti con lui per consegnargli le riviste della casa, da TuStyle a Confidenze e perfino Panorama, la grande corazzata di Segrate, una macchina da guerra capace in passato di macinare utili a ripetizione e che nel suo periodo di massimo splendore aveva puntato al milione di copie vendute a settimana.

La zanzara e l’elefante

Perfino l'Associazione stampa lombarda, il sindacato dei giornalisti, intervenne con un comunicato ufficiale per avvertire la Mondadori che con Aleksic stava imboccando una strada pericolosa e senza uscita.

A Segrate, però, volevano vendere a tutti i costi perché da gallina dalle uova d'oro il settore delle riviste si era trasformato in un pozzo senza fondo e Panorama portava il gonfalone delle perdite dopo anni in cui era stata guidata da Giorgio Mulè (ora sottosegretario forzista alla Difesa).

Rispetto alla grande Mondadori Aleksic era il nulla, una zanzara che si voleva mangiare un elefante: la Mondadori aveva 5 mila dipendenti, la società di Aleksic un dipendente solo secondo i dati forniti dal sistema delle Camere di commercio.

Arrivato dalla Croazia, Aleksic aveva deciso di cambiarsi il nome da Andelko ad Angelo e di diventare un grande imprenditore di giornali. I primi passi erano stati più che stentati e tutto quello che era riuscito a mettere insieme erano riviste semi clandestine sulle persone scomparse, gli oroscopi, la religione con mensili dalle testate evocative: Scomparsi, Santità, Astrella, Eva Tremila, Sirio.

In un'intervista auto promozionale e avara di vere informazioni si era presentato come figlioccio di un certo Franco Angelotti, concessionario pubblicitario del gruppo Piscopo Editore che aveva avuto un attimo di fortuna con la rivista Cioè, la prima a importare gadget dalla Cina.

Nel frattempo aveva fondato una sua società, la European Network, la stessa tornata fuori nell'inchiesta sulle mascherine e dalla quale l'ex ministro di Forza Italia, Romano ha ammesso di aver ricevuto un anno fa 60 mila euro a titolo di consulenza.

Ai tempi dell'assalto alla Mondadori, la European si avvaleva dell'apporto di Claudia Lippi come direttore commerciale, si occupava di giornali e aveva acquistato dalle Edizioni Mafra la rivista Astromese e un'altra pubblicazione che era tutto un programma: Gossip.

Alla fine tra polemiche e proteste l'affare con la Mondadori si arenò e le riviste della casa presero una direzione meno incerta, acquisite da Maurizio Belpietro, ora direttore della Verità e già direttore di Panorama.

Merchant bank palazzo Chigi

De Santis è sulla breccia da molto più tempo. Apparve per la prima volta sui giornali alla fine degli anni Novanta del secolo passato spuntato dal Salento, comune di Martano, dove come funzionario delle Coop era diventato intimo di Massimo D'Alema di cui in un'intervista una volta ha detto: «E' come mio fratello».

A Roma si piazzò in una casa con affaccio sul Colosseo e in un ufficio lussuoso al numero 49 di piazza Navona, sede della London Court. Era il momento in cui D'Alema era diventato il primo ex comunista capo del governo e London Court considerata la merchant bank di palazzo Chigi. Su cui piovono sospetti e sarcasmi.

Tipo quello di Guido Rossi, già presidente Consob (la commissione che vigila sulle società e la borsa) che bolla la London Court come l'unica merchant bank del mondo dove non si parla inglese. Insinuante, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga commenta che «in un regime reale di economia privata non si vede perché per fare delle scelte si debbano salire le scale di palazzo Chigi».

La London Court è l'apripista del gioco d'azzardo legale in Italia con il lancio del Bingo che però dopo una partenza promettente finisce presto su un binario morto. Presidente della società è Vincenzo Scotti, il democristiano più volte ministro e poi sottosegretario con Berlusconi e infine promotore della Link, l'università al centro di mille attenzioni, ritenuta culla del grillismo e crocevia di spie.

Da allora il nome di De Santis appare ai intervalli sui giornali associato a una miriade di scandali e inchieste di cui è perfino difficile tenere il conto. Dal crac della Festival crociere all'importazione di petrolio venezuelano dove spunta il nome di Marcello Dell'Utri fino allo scandalo della sanità pugliese con l'ex vice presidente Pd della Puglia, Sandro Frisullo, e Gianpi Tarantini, quello delle escort portate a Berlusconi. Secondo i pubblici ministeri Tarantini avrebbe chiesto a Berlusconi un occhio di riguardo proprio per De Santis. Ora tocca alle mascherine anti Covid.

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