Il presidente del Consiglio Mario Draghi sta riscuotendo un pesante dividendo sulla crisi ucraina dopo il silenzio e la posizione defilata assunta nelle prime fasi del conflitto.

Come è maturata questa svolta che dà all’Italia un raro riconoscimento di affidabilità in politica internazionale? Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha aperto alla possibilità di considerare l’Ucraina territorio neutrale come l’Austria, che è una delle richieste di Mosca, e ha incassato la piena disponibilità dell’Italia a contribuire all’azione internazionale «per porre fine alla guerra e promuovere una soluzione durevole della crisi in Ucraina».

A spiegare l’inatteso processo in corso è stato lo stesso premier italiano nel corso della conversazione telefonica avuta l’altro ieri con il presidente ucraino.

L’Italia si candida a ricoprire un ruolo di garanzia per far sì che ci siano dei passi avanti nel processo del dialogo. Un atteggiamento apprezzato dal presidente ucraino.

Inoltre, Draghi ha ribadito il sostegno del suo esecutivo alle autorità e al popolo ucraini, mentre il presidente dell’Ucraina ha lamentato il blocco da parte russa dei corridoi umanitari, la prosecuzione dell’assedio e dei bombardamenti delle città, con conseguenti perdite civili.

Le ragioni di una svolta

All’inizio ci sono state numerose critiche verso l’atteggiamento prudente e cauto del premier Draghi che non si era recato dal presidente russo Vladimir Putin mentre il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, facevano la spola con Mosca e si sentivano quasi quotidianamente con il Cremlino.

La partita a livello europeo sembrava saldamente in mano alla Germania, per la preminenza stessa del paese e della sua economia, e alla Francia per via del suo ruolo di paese membro permanente nel consiglio di Sicurezza dell’Onu con diritto di veto e per la dotazione nucleare (force de frappe) del suo esercito.

Eppure il destino riservava delle sorprese. Mentre i piani di blitzkrieg di Mosca si scontravano sulle vaste pianure di Kiev con l’inattesa (per i servizi di intelligence russi) resistenza delle forze armate e della popolazione ucraina, così i tentativi diplomatici di mediazione dei governi di Parigi e Berlino si arenavano di fronte all’irrigidimento russo e alla posizione sempre più decisa ed interventista del presidente americano, Joe Biden.

Washington ha progressivamente preso la scena dei vari comprimari europei (Londra, Parigi e Berlino) mentre Roma restava acquattata in attesa di fare la mossa giusta al momento giusto in relazione al suo peso geostrategico.

Il momento di proporsi come garante della sicurezza dell’Ucraina, ruolo in precedenza offerto da Francia e Turchia, è arrivato da palazzo Chigi dopo il discorso polacco di domenica scorsa di Joe Biden a Varsavia, un richiamo durissimo al Cremlino e ai suoi leader attuali che non dovrebbero essere lì.

Ovviamente Biden stava parlando al suo elettorato in vista delle elezioni di novembre di midterm che rinnovano parzialmente il Congresso, ma ha altresì fatto capire che Washington non ha particolare fretta di risolvere il conflitto in suolo europeo.

Forse vagheggia una guerra di logoramento tipo quella afghana, subìta prima dai russi e poi dagli americani, che debiliti Mosca e la sua leadership. Ma questa posizione americana intransigente ha aperto la strada all’iniziativa europea di tentare una mediazione convincente fra le parti in conflitto.

Uno spiraglio

In questo spiraglio si è prepotentemente e tempestivamente inserito Draghi proponendo l’Italia come garante e mettendo sul piatto tutta la sua personale affidabilità di ex governatore della Banca centrale europea che ha salvato l’euro dalla rovina.

Facendo dimenticare le iniziali incomprensioni tra Zelensky e lo stesso Draghi, che aveva detto di non aver potuto raggiungere telefonicamente il presidente ucraino, ricevendo la risposta piccata del presidente, i rapporti tra i due si sono assestati e la “forza tranquilla” di Draghi ha stabilito nell’ordine l’apertura di Roma ai profughi ucraini, l’aumento delle spese militari e l’invio delle armi a Kiev.

Il discorso di Biden a Varsavia, come ha scritto Nadia Urbinati su questo giornale, rappresenta l’occasione per l’Unione europea «di farsi velocemente adulta e capace di protagonismo e di governo del e nel suo interesse».

Qui sta la prontezza dell’ex banchiere centrale, che ha saputo cogliere l’occasione giusta, il momento corretto. Così come quando nel 2012 ridusse i tassi di interesse all’inizio del suo mandato di otto anni a Francoforte ribaltando la prematura scelta fatta dal suo predecessore, Jean-Claude Trichet, e quando decise di acquistare titoli di stato come la Fed americana e la Bank of England in precedenza per rispondere al rischio deflazione dell’eurozona, passo annunciato nell’autunno del 2014 e iniziato nel marzo del 2015.

Senza contare la vera svolta, cioè il discorso del whatever it takes del luglio 2012 che trasforma la Bce nel prestatore di ultima istanza nonostante i veti della Bundesbank.

Oggi Draghi, con la decisione di offrirsi come garante della sicurezza in Ucraina, si è mosso nella stessa direzione di quando era all’Eurotower  a Francoforte per aiutare con l’azione del suo governo l’Europa unita a prendere in mano il proprio destino in vista di una pace duratura a Kiev.  

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