Tutti hanno vinto. Il giorno dopo l’accordo sulla riforma della giustizia è il giorno dopo una qualsiasi elezione politica, o anche amministrativa, ma della Prima Repubblica: nessuno ha perso. Nella commissione Giustizia della Camera, dove l’accordo prende materialmente forma con il voto sugli emendamenti, ad attaccare il «dibattito compresso» sono solo i deputati di Fratelli d’Italia, che parlano di «metodologia di lavoro raffazzonata» e di «compromesso al ribasso, favorevole solo per la sopravvivenza di questa maggioranza sgangherata».

Draghi bene, meno Cartabia

Al primo vero stress test del governo, l’unico vero vincitore è il presidente del Consiglio. Mario Draghi era consapevole che l’uscita dalla maggioranza dei Cinque stelle era un’ipotesi irrealizzabile. Ma non ha sottovalutato il potenziale destabilizzante di un Movimento in (crescente) sofferenza. A Draghi del resto un sì alla legge era indispensabile per portare a Bruxelles la prima tranche di riforme. Ma soprattutto il risultato era indispensabile al cammino dell’esecutivo. Alla vigilia dell’inizio del semestre bianco Draghi ha dimostrato come governerà i suoi ministri e la maggioranza. Del resto palazzo Chigi ha avuto, non con i riflessi necessari, la consapevolezza che alcune modifiche alla riforma erano necessarie. Il risultato ottenuto da Marta Cartabia non è perfettamente coincidente con quello del premier. La ministra si è mossa con qualche ingenuità sul piano politico. Per esempio quando voleva iniziare i voti in commissione senza un accordo generale nella maggioranza, cosa che avrebbe probabilmente alimentato il caos e diminuito le possibilità di un’intesa.

Movimento 5 stelle

Nonostante post e dichiarazioni celebrative, per il M5s la riforma è un’amara sconfitta. Per primo si era lanciato già giovedì sera Giuseppe Conte, rivendicando che la riforma «non è la nostra, ma l’abbiamo migliorata». Gli hanno fatto eco tantissimi parlamentari: Paola Taverna, Ettore Licheri, contiani convinti, ma anche i ministri pentastellati come Fabiana Dadone. Ma nei fatti, dell’originario giustizialismo è rimasto poco: il testo vede il ribaltamento totale di tutte le linee guida della riforma Bonafede. Quel che Conte rivendica come miglioramento è l’inserimento di un regime transitorio che applica un’eccezione all’improcedibilità per i reati di mafia, terrorismo e violenze sessuali e concede la possibilità di estendere la durata dei processi, per reati di tutti i tipi di particolare complessità, in caso di richiesta di un giudice, fino a quattro anni in tutto nel periodo di regime provvisorio fino al 2024.

Dal Movimento spiegano che il traguardo sono le elezioni del 2023, in attesa delle quali «abbiamo evitato che i disastri si producessero dall’entrata in vigore». Consapevoli del fatto che anche del «faro» che la legge Spazzacorrotti, altro successo ampiamente celebrato dal Movimento a gennaio 2019, accendeva sui reati di corruzione non rimane quasi nulla: questo tipo di illeciti non rientra infatti nelle eccezioni dell’improcedibilità, è quindi soggetto alle tempistiche strette previste per tutti gli altri reati.

Politicamente, Conte ora è indebolito. Partiva svantaggiato. Lo spin della comunicazione M5s resta che la sua è stata una grande vittoria nonostante il punto di partenza, ma è chiaro che affronta il voto di incoronazione del weekend senza il successo che si augurava.

Di Maio e i ministri

Ad archiviare il dossier Cartabia come un successo sono invece i ministri Cinque stelle. Sono stati loro a portare a casa la mediazione, accogliendo la proposta sostenuta soprattutto dal Pd: si conferma lo schema degli ultimi mesi. Alcuni ministri dem, sottotraccia, hanno costruito contatti sempre più solidi con l’ala governista del Movimento, in primis Luigi Di Maio. Anche Stefano Patuanelli, Federico D’Incà e Dadone sono ormai interlocutori fissi del Pd. Una volta passata a loro, la mediazione arriva ai piani alti con Conte che, di fatto, è quasi “commissariato”.

Fuori dal Movimento

A vincere “lateralmente” sono anche i dibattistiani. Il fatto che Conte abbia messo la propria firma sotto un accordo che sconfessa gran parte dei principi dei Cinque stelle porta acqua al mulino dell’ex deputato appassionato di reportage in Sud America. Lo dimostra un post della sua fedelissima Barbara Lezzi, sulla carta espulsa ma in attesa del processo interno: «Chi ha strappato la vittoria più eclatante è la strategia di Draghi – si legge – Parte puntando a un’asticella talmente alta da poter consentire le mediazioni logoranti che permettono a tutti di piantare una bandierina. Questo avviene perché tutto è nato dal peccato originale dell’aver fatto nascere questo governo».

Più Lega meno Forza Italia

«La riforma mette finalmente in soffitta la proposta giustizialista di Bonafede, riduce i tempi del processo e rimette il cittadino al centro del processo», esulta il numero due di Forza Italia Antonio Tajani. Meno trionfante Francesco Paolo Sisto, capogruppo in commissione: «Nessuno, FI compresa, può essere entusiasta a tutto tondo. È una riforma, necessariamente, un po’ di tutti». Nella realtà la delusione per la centralità che palazzo Chigi ha regalato ai Cinque stelle fra gli azzurri è forte, dopo che FI si è vista respingere tutti gli emendamenti e i tentativi di allargare il perimetro della legge. «Il punto mediano fra noi e i talebani è necessariamente sbilanciato verso i tagliagole», c’è chi spiega.

Tutta diversa la lettura della Lega. Matteo Salvini rivendica il suo ruolo di braccio armato di Draghi: «Sono soddisfatto di avere smontato la riforma Bonafede» (che pure aveva votato da alleato del governo gialloverde). «La Lega è stata forza di garanzia e di equilibrio». In realtà l’uomo dell’equilibrio è stato il ministro Giancarlo Giorgetti. Ma il leader leghista, intervistato dalla Stampa, porta a casa il risultato contro il M5s: «La nostra pazienza sarà inesauribile, ma contiamo sul fatto che Draghi di pazienza ne abbia di meno. Non è possibile che ogni volta questi minaccino crisi di governo, anche ieri dicevano “ritiriamo i ministri, non votiamo”».

Il Pd rischiava di restare solo

Lontano dalla prima linea dello scontro, il Pd racconta la storia in una maniera diversa da quella che appare. E cioè: il segretario Enrico Letta ha avuto chiari subito due obiettivi. Primo correggere la legge ascoltando almeno una parte dei rilievi della magistratura. Secondo, ma cruciale, evitare a qualsiasi costo di votare la legge con il centrodestra di governo e senza M5s. Primo, dunque, non isolare i Cinque stelle. Già il 19 giugno scorso il segretario dem aveva chiesto pubblicamente «qualche piccolo aggiustamento senza cambiare l’impianto della legge». In quella circostanza da palazzo Chigi era filtrata irritazione. Invece quelle parole di Letta, secondo la versione che circola al Nazareno, avrebbero dato manforte a Conte per trattare con Draghi. Ma soprattutto per respingere l’ala oltranzista dei grillini, secondo la quale la legge era irricevibile e immodificabile.

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