Ormai è chiaro: Governo Meloni e Pnrr non vanno d’accordo. Il rallentamento iniziale nell’attuazione del Piano, giustificato dall’esecutivo con il fatto che si dovesse ancora organizzare dopo le elezioni, si è trasformato in un ritardo cronico nel 2023. A sette mesi dall’insediamento, il Governo Meloni ha praticamente lasciato il Pnrr nello stato stato in cui si trovava quando la sua gestione era stata ereditata da Mario Draghi.

Per gli investimenti, i ritardi sono iniziati a metà 2022. Si pensava che fossero dovuti alla transizione dal vecchio al nuovo governo, ma la forbice tra gli obiettivi da raggiungere e quelli raggiunti non ha fatto altro che allargarsi nell’ultimo anno. Entro fine giugno, dovremmo aver completato il 44 per cento degli investimenti previsti dal Piano, ma, per il momento, siamo fermi al 30 per cento, secondo i dati dell’osservatorio OpenPnrr di OpenPolis.

Per quanto riguarda le riforme, il ritardo del nostro Paese sembra accumularsi proprio a partire dal momento dell’insediamento del Governo. Alla fine del terzo trimestre, eravamo tendenzialmente in pari con la tabella di marcia, mentre oggi la percentuale di completamento è ferma al 69 per cento, contro un 79 per cento previsto entro la fine di giugno.

Tutta colpa del Governo?

Sarebbe sbagliato attribuire questi ritardi solo al Governo. Un primo fattore per giustificare i problemi è proprio il cambio di esecutivo. Per quanto siano passati mesi dall’insediamento, è normale che la riorganizzazione porti ad accumulare qualche ritardo, Ma anche il Governo ha fatto la sua parte nel rallentare le cose: l’insistenza sulla necessità di modificare il Piano, peraltro senza indicare una precisa direzione, ha per esempio fatto spostare il focus dei lavori dall’attuazione alla possibile riscrittura. Anche la volontà di modificare la governance del Pnrr, che era stata blindata da Draghi per evitare lo spoil system, non ha sicuramente aiutato. Anziché pensare a una nuova task force al giorno, il Governo si sarebbe potuto limitare a utilizzare i meccanismi di governance che erano già in piedi.

Sul lato degli investimenti, l’esecutivo può sicuramente giustificarsi con la scarsa capacità della pubblica amministrazione di organizzare e attuare progetti che utilizzino fondi europei. Il ritardo accumulato in questi mesi è probabilmente dovuto più a questo che all’inefficienza del Governo. Nel primo anno e mezzo di attuazione del Piano, è andato tutto più o meno bene anche perché molti degli obiettivi da raggiungere per gli investimenti erano soprattutto formali. Con il Governo Meloni si è invece aperta la fase dell’attuazione vera e propria, dall’allocazione dei fondi alle regioni per le costruzioni degli asili alla costruzione degli alloggi universitari. Quando le cose si sono fatte concrete, la macchina pubblica italiana si è inceppata. Limitarsi a incolpare il Governo per un problema che ci accompagna da decenni sarebbe troppo semplice, anche se l’esecutivo non ha fatto granché per velocizzare le cose.

Meno giustificabile è invece il ritardo sulle riforme. Per farle, non serve una struttura burocratica efficiente, basta una maggioranza stabile e la visione politica necessaria. Sulla prima, l’esecutivo non ha problemi, mentre la seconda è probabilmente il motivo per cui si stanno registrando i ritardi. Non è che al Governo manchi una visione politica, il problema è che è opposta rispetto allo spirito del Pnrr: la maggioranza lotta ogni giorno per evitare un aumento della concorrenza, per rallentare il contrasto all’evasione, per rendere sempre più complicata e giustizialista la legislazione. Come ci si può aspettare una riforma che aumenti la tracciabilità delle transazioni (riducendo l’evasione) da un Governo la cui Presidente del Consiglio parla delle tasse ai commercianti definendole “pizzo di Stato”?

La colpa non si può attribuire solo al Governo, ma il modo in cui si sta comportando non aiuta. Meloni vorrebbe prendere i soldi del Pnrr senza stare alle regole, ma non è possibile. Il problema delle inefficienze della macchina pubblica non si risolve da un giorno all’altro, ma ci si aspetterebbe almeno qualche tentativo da parte dell’esecutivo che, in questi sette mesi, non si è visto. Nel frattempo, la destra potrebbe cambiare idea sulle riforme e capire che la ripartenza della crescita economica non può prescindere dal rispetto di principi europei come la concorrenza e la lotta all’evasione. Ma questo forse è chiedere troppo.

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