Ora lo possiamo affermare con certezza: a marzo 2020, i ricercatori italiani dell’Istituto Spallanzani hanno consegnato il Coronavirus vivo, che erano riusciti ad isolare e mettere in coltura tra i primi al mondo, agli scienziati russi, che così hanno potuto sviluppare i due vaccini sovietici di stato: Sputnik V e EpiVacCorona.

Riassumiamo la vicenda. Il 29 gennaio 2020 due turisti cinesi provenienti da Wuhan in visita a Roma si ammalano e sviluppano i sintomi tipici del Covid - febbre alta e polmonite bilaterale.

Vengono ricoverati all’istituto Spallanzani di Roma, e qui in pochi giorni un team di scienziati guidati dalla dottoressa Maria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia, riesce a isolare dai due il Coronavirus, a metterlo in coltura e a sequenziare il suo genoma.

In quei giorni, a inizio pandemia, isolare il virus in coltura significava avere a disposizione un materiale biologico preziosissimo a cui ambivano tutti i laboratori di ricerca pubblici e privati del pianeta. Fino a quel momento, solo tre altri laboratori – uno cinese, uno statunitense e uno inglese – erano riusciti a farlo.

Perché era così importante avere il virus in coltura a quel tempo? Per poter studiare come esso infettasse le nostre cellule in vitro e capire i meccanismi della malattia, ma soprattutto per produrre farmaci e vaccini contro il Covid.

Chi riesce a mantenere il virus in coltura possiede una vera e propria fabbrica inesauribile di materiale genetico che può utilizzare per produrre in massa un vaccino; poi, può verificare se gli anticorpi e l’immunità indotta da quel vaccino riescono a neutralizzare il virus che cresce in quelle stesse colture, e se ciò accade, può iniziare a testarlo sull’uomo.

Gli scienziati dello Spallanzani possedevano una  miniera d’oro. Il direttore scientifico dell’ospedale, Giuseppe Ippolito, l’aveva detto chiaramente: «L’isolamento del virus è un passo fondamentale che permetterà di mettere a punto un vaccino».

Il virus a Vector

LaPresse

«Quando a febbraio 2020 noi dell’Istituto Spallanzani abbiamo isolato il coronavirus e siamo riusciti a metterlo in coltura e poi a sequenziarlo», mi dice la dottoressa Maria Capobianchi, «la sequenza dell’intero genoma è stata pubblicata sulla piattaforma di condivisione Gisaid, disponibile per tutto il mondo scientifico. Si chiama Inmi-1, (che sta per Istituto Nazionale Malattie Infettive, lo Spallanzani) e chiunque sia registrato su Gisaid la può vedere e scaricare. L’isolato iniziale, sempre denominato Inmi-1, è stato messo da noi a disposizione della comunità scientifica internazionale tramite biorepository certificate di condivisione di ceppi, come EvaG in Europa e Bei per gli USA. Su richiesta, con motivazione scientifica, è stato dato per studiarlo».

E voi l’avete fornito a qualcuno?

«L’abbiamo dato a una ventina di laboratori».

Anche russi?

«Sì, l’abbiamo fornito a Vector, il centro di ricerca statale russo».

Quando ho saputo questa notizia sono trasalito. «L’avete dato ai russi dell’Istituto Vector?»

«La condivisione dei ceppi delle sequenze tra organizzazioni impegnate nella ricerca sicuramente ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dei vaccini e dei monoclonali», risponde la dottoressa Capobianchi. «Non c’è niente di losco o demoniaco nella condivisione, purché ovviamente sia trasparente e regolamentata».

Quindi, l’Istituto statale di ricerca russo Vector attraverso EvaG ha avuto in maniera «trasparente e regolamentata» il prezioso ceppo virale Inmi-1, isolato dai ricercatori dello Spallanzani. Ma questo fatto ormai ammesso nasconde molte ambiguità.

Per capirle bisogna spiegare che cos’è EvaG, e che cos’è l’istituto Vector.

EvaG, che sta per European Viral Archive Global – cioè Archivio Virale Europeo Globale – è un’organizzazione non profit che gestisce un "repository”, cioè una specie di biblioteca online che comprende tutti i virus del mondo e tutti i ceppi di ogni virus, isolati da singoli laboratori scientifici sparsi nelle varie nazioni.

Il loro motto è: “Il miglior modo per ottenere materiale virale nella comunità scientifica!” Si rivolgono all’EvaG sia istituti di ricerca pubblici – come laboratori di università dei vari paesi – che sfogliano il suo catalogo online poi richiedono un virus per studiarlo, sia aziende private –come le compagnie farmaceutiche – che richiedono un determinato materiale virale, per esempio, per produrre un vaccino.

Ogni volta che un ente pubblico o privato richiede un materiale virale all’EvaG, deve sottoscrivere con esso un cosiddetto MTA, cioè un Material Transfer Agreement, ovvero un Accordo di Trasferimento di Materiale, nel quale c’è scritto che non può consegnare quel materiale ad altri, e viene stabilita una cifra in denaro da versare al laboratorio che ha isolato quel virus.

Se un virus viene richiesto dagli scienziati di un laboratorio per ricerche senza scopo di lucro (mettiamo che vogliano studiare se possa infettare le cellule cerebrali dell’uomo), allora quel laboratorio deve pagare da contratto una cifra irrisoria, che copre giusto le spese di spedizione e di mantenimento del prezioso materiale.

Se volete il virus dello Spallanzani per fare ricerche dovete pagare all’EvaG solo 2000 euro.  Se invece viene richiesto da una casa farmaceutica che a partire da quel prezioso virus in coltura progetta di sviluppare un vaccino, allora questa intenzione deve essere messa nero su bianco in un MTA che in questo caso viene definito "Industrial”, cioè “industriale”, e la casa farmaceutica si impegna a pagare una cifra sostanziosa e a versare royalty sulle vendite del futuro vaccino a chi quel virus l’ha isolato.

Quando il gruppo di ricerca del quale facevo parte a fine anni Novanta sequenziò un gene che in un mollusco marino e nel ratto sembrava controllare la formazione della memoria a lungo termine, una compagnia farmaceutica chiese di utilizzarlo per ricavare un ipotetico farmaco contro l’Alzheimer, ma prima dovette pagare alla mia università alcuni milioni di dollari di diritti.

Gli incidenti di Vector

People walk by an artistic depiction of Russian President Vladimir Putin by Kriss Salmanis of Latvia, outside the Russian embassy in Bucharest, Romania, Friday, April 29, 2022. (AP Photo/Vadim Ghirda)

E adesso bisogna spiegare cos’è il Centro di Ricerca russo Vector, che a marzo 2020 ha richiesto, e ottenuto, da EvaG un prezioso campione del Coronavirus isolato dalla Spallanzani, e con esso le istruzioni su come mantenerlo in coltura in vitro.

Il Centro Nazionale di Indagini di Biologia e Biotecnologie Vector è uno degli istituti di ricerca biologica statale più grande di tutta la Russia. Si trova a Koltsovo, nell’oblast di Novosibirsk, in Siberia.

È stato fondato nel 1974 e faceva parte del sistema di laboratori per la guerra biologica denominato Biopreparat.

Dentro i suoi grigi edifici sono stati creati virus capaci di produrre tossine, si sono studiati batteri letali e varie sostanze tossiche per il sistema nervoso usate come veleni durante la guerra fredda. I suoi edifici sono circondati da uno spesso muro di cinta guardato a vista ancor oggi da un distaccamento militare.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, il Vector è stato gradualmente riconvertito, almeno sulla carta, in un laboratorio di ricerca come tutti gli altri.

Nel 1990 il Vector è diventato il centro di virologia e microbiologia più grande e moderno dell’Unione Sovietica, superando i 4.500 addetti.

Oggi possiede laboratori di ricerca di microbiologia, virologia e biologia molecolare adatti anche per i più alti livelli di rischio biologico, e ospita una delle collezioni di virus vivi più complete al mondo, che include esemplari di virus pericolosissimi come l’Ebola, il virus Marburg e quello della SARS, ed è uno dei due soli laboratori al mondo – assieme a quello del Cdc americano –  autorizzato a conservare esemplari del virus del vaiolo. Però ci sono alcuni problemi.

Il primo problema è che l’Istituto Vector ha un record di sicurezza non proprio cristallino. Nel 1998, il dottor Nikolai Ustinov, che ci lavorava, morì dopo essersi punto accidentalmente con una siringa piena di virus Marburg: stava cercando di sviluppare un missile mortale caricato con quel virus che potesse essere usato per bombardare gli Usa.

Nel 2004, la dottoressa Antonina Presnyakova morì dopo essersi punta accidentalmente con un ago contaminato dal virus Ebola mentre stava cercando di sviluppare un vaccino.

Il 17 settembre 2019, in una sala di decontaminazione del Vector dove venivano conservati ceppi di virus dell’epatite e dell’influenza aviaria, un’esplosione di gas ferì gravemente uno scienziato e provocò la dispersione di molti virus.

«Saranno anche i più moderni di tutta la Russia, ma i laboratori del Vector hanno apparecchiature antiquate che noi in occidente usavamo trent’anni fa», confessa un biologo che quei luoghi li conosce bene.

Ma il problema fondamentale è un altro. «Vuoi sapere quanti studi di ricerca di base di buon livello hanno pubblicato negli ultimi vent’anni gli scienziati del Vector?», chiede ironicamente un illustre virologo di fama mondiale che preferisce restare anonimo.  «Zero, nessuno. Perché all’Istituto Vector fanno pochissima ricerca di base, cioè non studiano come funzionano i virus, ma fanno solo ricerca applicata, cioè producono scoperte che abbiano un uso commerciale».

Negli ultimi anni gli scienziati del Vector hanno brevettato un sistema di diagnosi per il virus HIV e un altro per quello dell’epatite B, hanno prodotto molecole quali l’interferone alfa 2, da utilizzare come farmaco immunostimolante, o farmaci antivirali come il Ridostin, efficace contro l’influenza, hanno sviluppato un vaccino contro l’epatite A e uno contro l’Ebola.

Insomma, il Vector sulla carta figura come un insieme di laboratori di ricerca simili a quelli di una qualsiasi università occidentale, ma invece è una compagnia farmaceutica che per di più dipende dallo Stato, visto che è sotto il diretto controllo del Servizio Federale di Supervisione della Protezione e del Benessere del Consumatore, il Rospotrebnadzor, il quale a sua volta è controllato direttamente dal governo russo, cioè dal presidente Putin.

Il valore del virus ottenuto gratis

Sputnik

E così il Vector, una compagnia farmaceutica di Stato mascherata, a marzo 2020 richiede allo Spallanzani, tramite l’EvaG, i preziosi campioni del coronavirus che i nostri scienziati italiani erano riusciti ad isolare. Per farci cosa?

A fine gennaio 2020, Sergey Krayevoy, viceministro della Salute russo, l’aveva spiegato chiaro e tondo in una intervista alla Tass, l’agenzia di stampa ufficiale governativa: «Abbiamo cominciato a lavorare sul vaccino, ma prima dobbiamo risolvere alcune questioni fondamentali. Primo, ci serve un modello sperimentale animale appropriato. Secondo, ci serve il virus vivo. Stiamo cercando di ottenere dai compagni cinesi il materiale biologico che ci serve».

Per avere il virus, a febbraio 29020, Putin aveva inviato a Wuhan due tra i più noti scienziati russi: Natalia Pshenichnaya, vicedirettrice dell’Istituto centrale di ricerche epidemiologiche, e Aleksandr Semenov, dell’Istituto Pasteur di San Pietroburgo, entrambi membri del Rospotrebnadzor, la struttura sanitaria civile a cui il presidente Putin aveva affidato il contrasto all’epidemia.

Facevano parte di una delegazione internazionale dell’Oms, e intendevano visitare ospedali e laboratori cinesi per ottenere il virus: però, i compagni cinesi avevano proibito loro l’accesso a quelle strutture, avevano secretato ogni informazione, e soprattutto il virus ai russi non lo avevano dato mai. E così, i russi lo hanno chiesto allo Spallanzani, che glielo ha dato.

A questo punto resta da chiarire una questione fondamentale. Quando l’istituto Vector ha richiesto i campioni di Coronavirus vivo allo Spallanzani, l’ha fatto in qualità di istituto di ricerca di base – cosa che risulta solo sulla carta – oppure in qualità di compagnia farmaceutica di Stato- cosa che è in realtà? Perché se ha dichiarato che quel virus gli serviva per ricerca di base avrebbe dovuto sborsare solo poche migliaia di euro, ma se invece avesse dichiarato che gli serviva per sviluppare il vaccino avrebbe dovuto sottoscrivere un MTA industriale, e versare royalties probabilmente multimilionarie allo Spallanzani.

Perché un vaccino contro il Coronavirus, se funziona, è un business assicurato, dato che puoi di sicuro venderlo in miliardi di dosi.

«Glielo abbiamo dato gratis, questo è il problema», mi confida un alto dirigente dello Spallanzani.

Quindi i russi non hanno pagato nulla, non hanno firmato un accordo in cui fosse scritto che avrebbero usato quel virus per sviluppare un vaccino e che quindi avrebbero dovuto pagare una cifra probabilmente multimilionaria allo Spallanzani?

«Sì. E di sicuro non l’hanno deciso la dottoressa Capobianchi e il team che ha isolato il virus», mi risponde il dirigente.

Se uno è uno scienziato, sa bene che dietro alla facciata dell’Istituto Vector si nasconde un’azienda di Stato, e che se gente di quell’istituto ti chiede il Coronavirus lo fa chiaramente per sviluppare un vaccino a fini commerciali, e guadagnare un mucchio di soldi.

«Beh, cosa sia effettivamente il Vector uno scienziato che abbia dimestichezza di questa cose lo sa, sono d’accordo con lei», mi dice.

Allora, questa decisione è stata presa più in alto, in base a considerazioni geopolitiche?, chiedo interessato.

«E’ stato un accordo tra governi», ammette il mio interlocutore.

L’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fatto pressioni affinché il virus fosse consegnato ai russi? E ignorava quale valore commerciale avesse? Oppure lo sapeva benissimo e glielo ha dato lo stesso?

Il mio interlocutore sorride, si stringe nelle spalle e commenta: «Con tutte le dosi di Sputnink che i russi hanno venduto avremmo potuto fare un bel po’ di soldi anche noi».

La missione russa

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A quell’epoca chi fosse riuscito a sviluppare per primo un vaccino contro il Coronavirus ne avrebbe guadagnato anche un grande prestigio politico. Il presidente Putin in persona ci teneva moltissimo. Fatto sta che a metà marzo 2020 gli scienziati russi dell’Istituto Vector chiedono allo Spallanzani un prezioso campione di Coronavirus isolato in coltura, e lo Spallanzani glielo dà, ma si tratta di una leggerezza imperdonabile: è incredibile che questo passaggio di materiale sia avvenuto senza alcun tipo di accordo formale tra i due enti, che regolamentasse in quale modo questo potesse essere utilizzato.

Il fatto che sia rimasto tutto nascosto per due anni sembra una conferma che qualcuno abbia fatto di tutto perché questa cosa non venisse alla luce.

E non bisogna dimenticare che molti degli scienziati dello Spallanzani che avevano isolato il Coronavirus, poi, se ne sono andati dall’Istituto: forse perché si trovavano in una posizione scomoda, o non erano d’accordo sulla linea tenuta?

Insomma, quel prezioso e pericolosissimo campione di virus vivo isolato allo Spallanzani viene sigillato dentro a un contenitore ultra-sicuro, e viene consegnato agli scienziati russi, probabilmente verso la fine di marzo, se a metà marzo gli scienziati russi dicono di non possedere alcun campione del virus vivo.

Ma proprio il 22 marzo 2020, erano atterrati in Italia, a Pratica di Mare, tredici quadrireattori Ilyushin con a bordo 106 persone- 28 medici, 4 infermieri, due civili e tutto il resto militari- e un gran numero di mezzi attrezzati e camion, che facevano parte della missione Dalla Russia con amore.

Li guidava il generale Sergej Kikot, capo del corpo di guerra chimica-batteriologica della Difesa russa, ed erano venuti, si dice, a portarci aiuti contro la pandemia.

In un primo tempo, la lista degli autorizzati allo sbarco comprendeva solo 104 nomi, ma all’ultimo momento, dopo una telefonata personale tra l’allora premier Giuseppe Conte e il presidente Vladimir Putin, i nomi dei due civili erano stati aggiunti a penna alla lista degli ‘ospiti’ ufficiali.

I due ospiti ‘speciali’ in più erano proprio Natalia Pshenichnaya e Aleksandr Semenov, gli illustri virologi alti dirigenti del Rospotrebnadzor, la struttura sanitaria che coordina la lotta all’epidemia, e che controlla l’Istituto Vector: proprio quelli che il presidente Putin aveva inviato a Wuhan per procurarsi il virus, e che erano tornati a mani vuote.

Probabilmente, il prezioso campione di Coronavirus vivo isolato allo Spallanzani è stato consegnato proprio nelle mani di Natalia Pshenichnaya e Aleksandr Semenov, visto che erano i rappresentanti dell’Istituto Vector in Italia e si trovavano a Roma, e poi loro l’hanno caricato su uno degli aerei russi parcheggiato a Pratica di Mare, che è partito per la Russia, destinazione Mosca e poi Novosibirsk, dove ha sede il Vector.

Ma assieme all’isolato virale gli scienziati dello Spallanzani hanno ovviamente fornito ai colleghi russi le istruzioni per l’uso e il mantenimento di quelle colture – su quali linee cellulari cresce il virus, quali sostanze nutritive vanno aggiunte al cosiddetto medium di coltura perché il virus possa crescere, eccetera-, altre informazioni di valore inestimabile.

Probabilmente, Natalia Pshenichnaya e Aleksandr Semenov le hanno lette, e così hanno imparato come metterlo in cultura, nozioni che prima non conoscevano.

Gli stessi Pshenichnaya e Semenov, poi, a capo della convoglio di uomini e autocarri Kamaz, alcuni dei quali trasportavano laboratori mobile per l’isolamento dei virus, si sono diretti verso il nord Italia, a Bergamo - il luogo al mondo in cui allora infuriava con maggiore forza l’epidemia: e qui i russi si sono messi a perlustrare freneticamente ospedali e residenze per anziani, all’apparenza per sanificarle. E invece noi supponiamo volessero procurarsi altri preziosi esemplari del virus vivo, e magari campioni delle nuove varianti mutate sorte nel frattempo, che ora sapevano come coltivare.

Gli stessi due scienziati, Pshenichnaya e Semenov, sempre loro, hanno anche supervisionato l’accordo siglato a marzo 2021 con lo Spallanzani di Roma per le ricerche sul vaccino Sputnik.

In ogni caso, a marzo 2020, i due maggiori istituti di ricerca russi, il Vector a Novosibirsk e il Gamaleya a Mosca, partono a macchine avanti tutta per produrre i due vaccini di stato russi - l’EpiVacCorona e lo Sputnik V. Hanno utilizzato il virus dello Spallanzani? Quasi sicuramente sì, ma non lo potremo provare mai.

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