Il fronte di centrodestra è più fragile che mai e rischia di saltare sull’elezione del capo dello Stato. Per fare ordine è stato convocato un vertice domani: il leader della Lega Matteo Salvini e quella di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni riuniti a villa Grande, la residenza romana di Silvio Berlusconi che è diventata il suo quartier generale da cui guidare le mosse in vista del Quirinale.

Il nodo è sempre lo stesso: la candidatura di Berlusconi a presidente della Repubblica. Lui vuole provarci a tutti i costi, gli alleati speravano che la velleità si spegnesse da sè e invece ora rischiano di dovergli imporre uno stop con chissà quali conseguenze.

La questione è complicata e a mettere ordine sta provando furiosamente Salvini, impegnato mettere la sua Lega al centro dei giochi ma in difficoltà a gestire l’alleato. Ieri ha tenuto una conferenza stampa che ufficialmente riguardava il caro bollette e il rilancio dell’opzione nucleare, in realtà tutti aspettavano una sua parola sul Colle. Che puntualmente è arrivata.

Nei giorni scorsi aveva ipotizzato un rimpasto di governo parlando di governo “dei leader”, che prevedere il rimpasto e l’ingresso nell’esecutivo dei segretari dei partiti. Ieri ha confermato di contare che «il prossimo presidente del Consiglio si chiami Mario Draghi» ma «La Lega c’è a prescindere da chi è a Chigi, da chi sarà il premier. Il prossimo presidente della Repubblica? Entro 15 giorni avrete il nome».

Tradotto: la Lega non ha intenzione di uscire dalla maggioranza per tornare alle urne in nessun caso, anzi vorrebbe impegnarsi ancora di più in chiave politica. L’opposto di Forza Italia, che minacciava elezioni anticipate nel caso in cui Draghi salisse al Colle. Più di questo, però, non è ancora dato capire.

Tanto che il comportamento di Salvini sta iniziando a indispettire il Partito democratico di Enrico Letta. Il segretario del Pd aveva accolto positivamente l’iniziativa di Salvini di porsi come interlocutore, ma i continui cambi di posizione e le sortite di Berlusconi hanno infastidito il Nazareno.

La riflessione in sede al Pd è che «la proposta del governo dei leader è un modo di Salvini per tirare la palla in tribuna. Ormai si appella alle soluzioni più creative o, meglio, improvvisate». Il segretario dem sta provando ad ancorare Salvini a un patto che preveda la fine naturale della legislatura al 2023 e un tavolo condiviso per scegliere il nome al Quirinale che non sia quello di Berlusconi. Fino ad ora, però, senza successo a causa della presenza ingombrante del Cavaliere.

Il piano B

Che nella Lega siano in corso operazioni per indurre il leader di Forza Italia al passo indietro è chiaro. Fino a che punto potranno arrivare, si scoprirà nella riunione di domani in cui Berlusconi dovrà sciogliere le riserve e dare assicurazioni credibili agli alleati sulle sue reali possibilità di venire eletto. Poche o nulle, filtra da Lega e Fratelli d’Italia.

Se Meloni si è inabissata e si gode il suo posto all’opposizione, Salvini nel ruolo di regista non può sbilanciarsi troppo. A dirlo allora è il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. «Berlusconi è convinto di essere in grado di prendere i voti necessari», ragiona, ma «non è un segreto per nessuno che la sua figura è molto divisiva». E la soluzione è una: «Dobbiamo prepararci anche un piano B e trovare anche un’altra figura di centrodestra che sia condivisibile anche dal centrosinistra».

Se questa è la via maestra, una corsia preferenziale per Salvini guarda in direzione dell’ex alleato Cinque stelle. Il leader leghista e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno un rapporto che non si è mai del tutto incrinato.

Nella grande difficoltà di Giuseppe Conte ad attestarsi come leader politico del Movimento, Di Maio controlla ancora una parte dei parlamentari e ha imparato l’arte di avere più interlocutori nascosti. Non è passata inosservata, infatti, la scelta di ben tre delegati regionali Cinque stelle in quota di minoranza, in regioni guidate dal centrodestra e soprattutto in Lombardia.

Ecco allora che forse il tranello potrebbe venire teso al Pd. Salvini ha proposto un tavolo per scegliere un candidato condiviso, ma non è scontato che il suo interlocutore privilegiato sia il Pd. Lo schema, infatti, potrebbe essere quello di trovare prima l’accordo con l’ex alleato Cinque stelle, in questa fase alla disperata ricerca di conferme sulla durata della legislatura.

Le geometrie sono ancora tutte aperte, dunque si procede per gradi: prima di tutto va sciolta la riserva di Berlusconi, possibilmente inducendolo a rinunciare. Poi va trovata una rosa di nomi da mettere sul piatto della maggioranza e i più sussurrati dai leghisti sono quello di Marcello Pera, Letizia Moratti e Giuliano Amato. Nella rosa qualcuno inserisce anche la presidente del Senato, Elisabetta Casellati.

La confusione sotto al cielo rimane molta, l’unica certezza è che la mossa spetta a Salvini e lui è deciso a non sbagliarla.

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