«Quando uscì Bersani, noi andammo da Cuperlo e da Orlando, a dirgli che il Pd è la loro casa. Non potranno fare un congresso contro Renzi perché non c’è più, dovranno fare un congresso contro i riformisti. Loro non ci vogliono più. Ma noi non ce ne andiamo. Ho fondato il Pd, perché abbia una sua identità, che non è quella di Conte. Caro Nicola, la macchina sta sbandando e dal 14 marzo te lo diremmo con ancora più forza». Le parole severissime rivolte al segretario dem sono di Luca Lotti. Leader di una corrente, Base riformista, che ora – portati a casa posti di governo e sottogoverno nell’era Draghi - ha un obiettivo: mandare a casa il segretario Pd Nicola Zingaretti. E così «congresso subito, appena possibile» è l’avviso che esce ieri dalla riunione del senato. L’area è guidata in tandem dal ministro della difesa Lorenzo Guerini e da Lotti (autosospeso, per vicende giudiziarie non ancora concluse, ma tuttavia leader di corrente). Toni duri, insistiti, esibiti: è una prima assoluta, soprattutto per Guerini, che il suo amico ed ex leader Matteo Renzi a suo tempo ha soprannominato «Arnaldo», nel senso del leader democristiano Forlani, per la sua attidudine alla mediazione. Stavolta invece anche «Arnaldo» va all’attacco. «Siamo preoccupati per il Pd. Per questo riteniamo prioritario metterlo in sicurezza, attraverso un percorso di rigenerazione che non può che passare da una discussione congressuale», si ascolta nella discussione. «Noi speriamo che da qui al 13 (marzo, l’assemblea nazionale, ndr) possa partire un percorso con il segretario per riflettere sulla nostra identità, sul ruolo del Pd e anche sul rapporto con il M5s». Nel finale c’è una minaccia: «Dopo le elezioni amministrative, appena le condizioni della pandemia lo consentiranno, questa discussione andrà fatta. Il 2023 è un’altra era». 

Congresso e cambio di segretario, dunque. Nel mirino ci sono le parole di Zingaretti che alla direzione aveva promesso una «discussione approfondita» a partire dall’assemblea nazionale, ma non un congresso straordinario. Del resto c’è la pandemia, il Colle ha dichiarato impraticabili le elezioni politiche, stanno per essere  rimandate le amministrative, è evidente che non si possono aprire i gazebo democratici. Ma certo una delle questioni da discutere è l’alleanza con i 5 stelle. Ieri Zingaretti alla direzione del Pd laziale ha sancito il «modello Lazio» nella cui giunta, nei prossimi giorni, entrerà la grillina Roberta Lombardi e i Cinque stelle. «Dalla regione costruiamo un modello possibile nuovo centrosinistra allargato nel quale il Pd è principale protagonista, per costruire l’argine a destre per vincere comuni e riaprire la grande partita collegi quando si voterà alle politiche», è la proposta del segretario. Poco cambia se nel frattempo Giuseppe Conte si piazza alla testa dei Cinque stelle.

Base riformista invece ora attacca l’alleanza con M5S. Ma Guerini sa che Zingaretti dice la verità quando racconta di avere ancora nel cellulare tutti i messaggi degli amministratori locali che chiedevano di favorire, da Roma, l’alleanza con i grillini. Sono tutte storie note: per esempio nel 2019, prima del voto regionale, il candidato presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini tentò in tutte le maniere di stringere un accordo con M5s.

Oggi però Base riformista ha cambiato idea, ora che Conte è diventato leader di partito e fa l’elogio del populismo anche del suo primo governo con la Lega: «Per noi il populismo gentile non esiste, né quello maleducato. Abbiamo visto il populismo in combinazione con il sovranismo che ha prodotto i Decreti sicurezza, la legge sulla legittima difesa e la definizione di 'taxi del mare'. Noi apprezziamo l'evoluzione ma bisogna verificare se sia autentica o il grado di opportunismo. Pensiamo sia legittimo discuterne, anche nel Pd», è il ragionamento. Tutto legittimo, è la replica un parlamentare della maggioranza, se però non ci fosse una furbizia: «Zingaretti aveva in mente un congresso sulla politica previsto dallo statuto. Per ridefinire identità  e rilanciare un progetto per l’Italia. Un’occasione di confronto e apertura al paese da avviare subito. Base Riformista invece vuole tutto fermo fino a ottobre, continuare logoramento e poi le primarie. Ma non si può stare fermi fino a ottobre con Salvini scatenato e noi bloccati dalle polemiche».

Ormai però dentro il Pd volano stracci. Dalle file di Base riformista c’è chi non sopporta la «finta unità e mancata collegialità» nel partito (lo ha detto durante la riunione al senato il deputato Carmelo Miceli). La replica di un parlamentare zingarettiano: «Chi lo dice, ed è anche membro del gruppo dirigente, forse non ha mai partecipato a nessuna delle numerose riunioni della direzione, della segreteria, del comitato politico, dei gruppi parlamentari su tutti i passaggi politici di questi mesi che si sono chiuse sempre con voto unanime. E la cosa bella è che neanche i suoi glielo avranno riferito». 

Botte da orbi, insomma. Come nel Pd si erano viste solo alla vigilia delle scissioni. Una incapacità di discutere che il senatore Luigi Zanda, nella ultima direzione, aveva indicato come un problema serissimo nel Pd: «Un partito plurale cosa vuol dire? Vuol dire saper discutere. Da quando è nato il Pd ha avuto quattro scissioni. Due molto consistenti più  altre due. Abbiamo un problema sui modi della nostra discussione interna. Un problema serio». Da ieri, un problema serissimo.

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