A un anno e mezzo dall’inizio del mandato di Joe Biden, si può provare a tracciare un primo, sebbene molto parziale, bilancio dei rapporti tra gli Stati Uniti e i vicini latinoamericani. Per farlo bisogna, tuttavia, innanzitutto riavvolgere la pellicola di questo cortometraggio, cominciando dai titoli di testa.

I primi aspetti che saltano agli occhi sono il disinteresse e l’assenza di una strategia specifica per la regione. I fotogrammi dedicati all’America Latina sono, infatti, sporadici e presi per lo più da vecchi film usciti nelle sale negli ultimi trent’anni. Un remake che nei fatti viene riproposto, spesso con impercettibili ritocchi, da ogni amministrazione, indipendentemente dal colore politico del presidente di turno.

Sino a oggi, e senza alcun bisogno di scomodare i primi tre inquilini della Casa Bianca dal post Guerra fredda, pertanto, da questo punto di vita la politica estera latinoamericana di Biden è in sostanziale continuità con quella dei suoi predecessori Obama e Trump. Di sicuro l’inversione di tendenza rispetto a quest’ultimo non si è ancora verificata. L’attuale presidenza democratica naviga ancora nelle acque paludose degli annunci.

Le prime misure

Una conferma di quanto appena segnalato la si ricava da quelli che, rispettivamente da un sessantennio e un ventennio, vengono considerati a Washington i due dossier più critici, vale a dire quelli relativi a Cuba e Venezuela. Nel primo caso, se le aspettative al momento dell’insediamento di Biden erano di un ritorno a quanto realizzato durante l’amministrazione Obama, i cui passi sono stati azzerati dalla presidenza Trump, la realtà dei fatti ha mostrato, al contrario, solo timidi segnali di apertura verso l’isola caraibica.

Il dipartimento di Stato ha di recente annunciato il varo di alcune misure tese a consentire nuovamente il ricongiungimento familiare, la concessione dei visti, l’invio delle rimesse (eliminando il tetto di mille dollari), i viaggi di imprenditori statunitensi. Siamo, però, appunto, ancora ben lontani da quanto fatto dal suo predecessore democratico, il quale, è utile ricordare, si spinse sino al ristabilimento delle relazioni diplomatiche.

Non si può escludere che queste prime misure indichino la volontà di riprendere il sentiero tracciato da Obama, sebbene questo approccio potrebbe semplicemente rientrare nell’ottica di ribaltare alcuni dei principali provvedimenti adottati da Trump. Non a caso, uno dei primi atti di Biden è stato quello di sospendere la costruzione del muro al confine con il Messico.

La questione migratoria

Vero è, però, che se c’è un ambito che consente di individuare un cambio di direzione rispetto all’amministrazione repubblicana, è sicuramente quello delle politiche in tema di immigrazione. A partire da febbraio 2021, attraverso una serie di ordini esecutivi, la presidenza democratica ha cercato fra le varie cose di ridurre i limiti all’accoglienza di richiedenti asilo, ha creato una task force per riunire le famiglie separate al confine, ha modificato la linea rigida sul rilascio delle green card.

Nondimeno, Biden ha dovuto fronteggiare una imponente ondata di immigrazione illegale soprattutto dal “triangolo del nord” (El Salvador, Guatemala, Honduras), cui si è cercato un po’ improvvidamente, e prestando il fianco alle critiche della sinistra del partito democratico, di reagire con la visita della vicepresidente Kamala Harris a Ciudad del Guatemala nel giugno dello scorso anno.

Durante tale missione fu pronunciato il famoso do not come per scongiurare altre partenze e fu promesso il sostegno statunitense in materia di occupazione. Biden ha, inoltre, dovuto incassare la decisione della Corte Suprema che ha ripristinato il programma Remain in Mexico da lui bloccato a inizio mandato.

Con il Messico, sul tavolo non vi è solo la questione migratoria, ma anche la politica interna dell’esecutivo guidato da Andrés Manuel López Obrador, il cui progetto, ad esempio, di riforma del settore energetico statale attraverso una sempre maggiore presenza dello stato non è piaciuto molto agli Stati Uniti, infastiditi pure dalle presunte ambizioni “autonomiste” di Città del Messico nella regione e dall’obiettivo di favorire la creazione di un nuovo “fronte progressista” nell’area con paesi come Argentina e Cile.

Il ciclo progressista latinoamericano, che all’inizio del millennio aveva rappresentato una delle più importanti sfide di sempre alla supremazia nordamericana nella regione – quando al potere c’erano leader come Chávez, Lula, Morales, Correa –, si è esaurito sia nelle versioni radicali che riformiste. Tuttavia, esso potrebbe a breve riproporsi sotto diverse spoglie se, agli esecutivi di “riformisti” di Cile (Gabriel Boric) e Argentina (Alberto Fernández) e quelli più marcatamente, almeno sulla carta, di “sinistra” di Bolivia (Luis Arce) e Perù (José Pedro Castillo), dovessero aggiungersi quelli di Colombia e Brasile dove, rispettivamente a fine maggio e ottobre, si terranno le elezioni presidenziali.

Minaccia cinese

Al di là di una possibile riedizione della “marea rosada”, occorre segnalare che lo “spazio perduto” da Washington nella regione negli ultimi vent’anni non è stato recuperato. La Cina rappresenta una minaccia reale. La penetrazione economica cinese è stata, infatti, a partire dall’inizio degli anni Duemila inarrestabile e ultimamente Pechino ha preso posizione pure su temi politici, come nel caso del Venezuela dove si è schierata apertamente dalla parte di Maduro.

Cina che, peraltro, sostenendo diverse nazioni dell’area durante la crisi pandemica (si pensi alla fornitura di vaccini) ha approfittato della totale assenza degli Stati Uniti di Trump su questo fronte. Crisi che ha investito duramente l’area ampliando le difficoltà economiche, creando ulteriori sacche di indigenza e di povertà e amplificando i deficit strutturali più importanti: disuguaglianza, marginalità di settori della società (donne e comunità indigene), instabilità democratica, debolezza dei sistemi sanitari locali, propensioni autoritarie ed eccessiva presenza dei militari nella vita politica (come nel caso del Brasile di Jair Bolsonaro).

Il dossier Venezuela

Al tema della riqualificazione dei rapporti con i vicini di casa, a cominciare dalle relazioni di natura economica, si aggiungono, poi, questioni particolarmente scottanti, come quella del Venezuela. Tutte le amministrazioni, inclusa quella Obama, si sono caratterizzate per un approccio duro, approfondendo le sanzioni e aggravando la crisi umanitaria nel paese. Né deve essere ingigantito il recente viaggio di una delegazione statunitense a Caracas.

Peraltro, all’inizio del conflitto in Ucraina, il governo di Nicolás Maduro ha espresso il “forte appoggio” del Venezuela alle azioni intraprese dalla Russia, condannando l’operato nell’area degli Stati Uniti e della Nato, a conferma dell’importanza delle relazioni che Mosca può vantare nell’area, con il Venezuela e non solo (si pensi alla Bolivia, al Nicaragua, a Cuba, ma anche al Brasile).

Tuttavia, recentemente un alto funzionario dell’amministrazione Biden ha parlato di una possibile autorizzazione per la compagnia petrolifera Chevron a negoziare attività future con il Venezuela. Tale passo si inserirebbe in una più ampia volontà di allentare le tensioni fra i due paesi e di favorire il dialogo fra governo Maduro e opposizione interna.

Nonché, secondo alcuni, nell’obiettivo più ampio di provare a ricorrere al Venezuela – il paese ospita la maggiore riserva naturale di greggio al mondo – per abbassare il prezzo del petrolio a livello mondiale, salito alle stelle dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

L’aspettativa di ricorrere agli strumenti della diplomazia e del multilateralismo ha dovuto attendere un po’ e verrà proposta a Los Angeles dal 6 al 10 giugno durante il nono Vertice delle Americhe. Il primo di questi incontri si era tenuto a Miami nel 1994 con l’obiettivo di creare un’area di libero commercio delle Americhe poi naufragato dinanzi alle perplessità e diffidenze dei latinoamericani e accantonato definitivamente nel 2005.

Oggi gli Stati Uniti si “accontenterebbero” di risultati ben più modesti ma devono ugualmente fare i conti con la reazione di alcuni attori latinoamericani che minacciano di non partecipare al vertice se Washington non inviterà Cuba, Venezuela e Nicaragua. Si tratterebbe di uno smacco importante per Washington.

Non a caso, alcuni analisti sono arrivati a ipotizzare che le recenti aperture nei confronti di Cuba e Venezuela siano finalizzate anche a questo, ovvero a evitare il boicottaggio del Vertice. E, chissà, a riscrivere la sceneggiatura del film delle Americhe durante la presidenza Biden. Un film finora caratterizzato da iniziative estemporanee, finalizzate a portare a casa qualche risultato di corto respiro, e non da una specifica strategia regionale.

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