Restituzioni post-coloniali. Nel prossimo mese di giugno l’Università di Coimbra, la città accademica portoghese per antonomasia, affronterà un dibattito piuttosto teso e imbarazzato.

Si parlerà della necessità di restituire alle ex colonie tutti i beni in possesso dell’ateneo provenienti da appropriazioni dell’ex impero. E nella lista di oggetti c’è una partita tanto particolare quanto macabra: 29 teschi umani provenienti da Timor Est. Appartenenti a soggetti adulti e accomunati dal destino di essere andati incontro a una sorte tragica: decapitati. I reperti si trovano tutti quanto sotto chiave in un armadio del Dipartimento di Scienze della Vita, che li ospita dalla fine del Diciannovesimo Secolo. E a partire dai mesi scorsi ne è stata preclusa la visione anche agli studiosi. Effetto delle polemiche montate lentamente negli ultimi anni, con recente accelerazione. Provocata dall’emergere di un aspetto specialmente ripugnante dell’ideologia colonialista, il suo sostrato biopolitico che calpesta la nuda vita. E la nuda morte.

Suprematismo

La storia di quei teschi è controversa. Erano 35 quando furono portati da Timor Est a Coimbra nell’anno 1882. La loro origine è incerta. Secondo la versione ufficiale essi appartenevano a uomini e donne decapitati fra il 1878 e il 1879, cioè il periodo della cosiddetta “Guerra di Laleia”, territorio retto da un governatore ribelle al dominio portoghese e all’influenza della chiesa cattolica, Manuel de Remédios. A rendersi protagoniste della barbarie delle decapitazioni non furono i portoghesi ma le forze ausiliarie locali, per le quali quel tipo di esecuzione era un atto rituale, persino esercitato con una tecnica riconoscibile e di precisione estrema. Questa la versione che accompagnò la consegna dei teschi all’Università di Coimbra da parte di una squadra di missionari lusitani.

In realtà non vi è mai stata certezza che quei teschi appartenessero a uomini e donne locali, dato che a accompagnarli non vi era certificazione alcuna sull’identità dei decapitati. Non si aveva nemmeno certezza che fossero timoresi o d’altra provenienza. Forse erano persino resti di soldati portoghesi uccisi da frange locali ribelli. E non si trattava di un dubbio da poco, dato che l’utilità scientifica di quei teschi poggiava proprio sulla loro matrice “locale”. E qui sta il punto più odioso della questione.

Quel “materiale anatomico” doveva servire a validare teorie sull’inferiorità razziale delle popolazioni colonizzate. L’inferiorità doveva essere inscritta nel codice genetico e “incorporata” nella struttura fisica. Teorie che adesso definiremmo pseudo-scientifiche, ma che per il mondo accademico degli imperi coloniali dell’epoca erano non soltanto pienamente accreditate, ma anche uno strumento di supporto e legittimazione simbolica al dominio conquistato con la forza delle armi. I teschi di esseri umani uccisi con rito sanguinario, trasformati in freddi reperti anatomici, venivano messi al servizio di un’idea di suprematismo antropologico. Col tempo questa sovrastruttura ideologica che ingabbiava la conoscenza scientifica è stata espulsa dal mondo accademico, senza che però ciò servisse a sanare le devastazioni del colonialismo portoghese al pari di quello d’ogni altra provenienza. Quanto ai teschi, sono rimasti per quasi un secolo e mezzo conservati all’Università di Coimbra col nuovo statuto da reperti musealizzati.

I collezionisti di ossa

Nel dibattito pubblico portoghese la vicenda dei 29 teschi prende una rilevanza soltanto da poco, ma se si sposta il focus sulla comunità scientifica esso ha un’anzianità più consolidata.

Il merito di ciò va attribuito principalmente a uno storico e antropologo dell’Instituto de Ciéncias Sociais dell’Università di Lisbona, Ricardo Roque. Che in materia di colonialismo e barbarie annesse è diventato un’autorità internazionale. Il suo libro Headhunting and Colonialism. Anthropology and circulation of human skulls in the portuguese empire, 1870-1930, pubblicato nel 2010 in Inghilterra da Palgrave-Macmillan, è una denuncia tanto impietosa quanto documentata del patto scellerato fra scienze antropologiche dell’epoca e dominio colonialista.

In un lungo articolo ospitato dal quotidiano portoghese Público nell’estate del 2020, Roque compie una rassegna degli orrori del colonialismo europeo e su questa vena vagamente necrofila rispetto alla quale i portoghesi non occupano nemmeno una posizione di primato, nel confronto con altri imperi come Francia, Germania e Regno Unito. Tutti quanti ansiosi di stivare uno sterminato ossario proveniente dalle colonie, per usarlo a supporto di teorie razziste.

Ma i teschi di Coimbra, come riferisce Roque, sono anche il segno di un patto cinico fra il governo coloniale portoghese e le frange locali alleate. Obiettivo: combattere i ribelli e piegarli attraverso l’uso di un trattamento sanguinario rituale per le popolazioni locali qual era la decapitazione del nemico. Conquistati da una forza esterna ma vinti attraverso l’esercizio di un rito locale. Tragiche contaminazioni, ma l’importante era che non fossero i portoghesi a usare un metodo così primitivo, rappresentato come ripugnante nell’iconografia propagandistica disegnata per veicolare l’idea della missione civilizzatoria.

In fondo, il senso di superiorità si implementa anche attraverso pratiche della distinzione, che in questo caso significava ottenere il fine con gli stessi mezzi purché agiti da altri. E in un perfetto ciclo dell’estrazione di valore, i resti della barbarie sanguinaria venivano sottoposti a processo di sterilizzazione simbolica attraverso la loro trasformazione in reperti per uso scientifico. Quei teschi viaggiavano verso i luoghi sacri del sapere etnocentrico intanto che i corpi moncati giacevano forse persino insepolti. L’estremo oltraggio.

Decolonizzare la memoria

Ma forse l’accelerazione verso la consapevolezza di dover fare i conti con quel passato - e soprattutto di ridare dignità a quei teschi, ai corpi dai quali sono stati separati in modo brutale e alle persone oltraggiate oltre la morte – è stata la performance tenuta a settembre 2020, presso la Fondazione Gulbenkian di Lisbona dall’attrice e artista Zia Soares. Che del passato coloniale portoghese è quasi un manifesto vivente.

Nata in Angola nel 1972 da madre africana e padre timorese deportato (fatto oggetto di “desterramento forçado”, nel 1959), Zia Soares è cresciuta in Portogallo al crocevia di tutte le contaminazioni culturali, ma con la piena consapevolezza che quelle contaminazioni avessero una matrice unica e sovrastante: quella dell’impero che detta il senso delle cose e la trama delle storie da raccontare, calate nella Storia come impianto narrativo istituzionale che non ammette contro-narrazioni. E invece l’artista angolana ha intrapreso la missione di percorrerla, la strada di quelle controstorie. E proprio alla vicenda dei teschi di Timor Est ha dedicato la performance messa in scena a settembre 2020. Il titolo della rappresentazione è “Fanun Ruim”, che in tetum (una delle lingue ufficiali locali) ha un significato che può essere tradotto con la formula “Dare un nome alle ossa”.

Titolo che racchiude perfettamente il senso complessivo dei conflitti di attribuzione scatenati intorno a quei 29 teschi, che da 140 anni rimangono in una teca universitaria come oggetti di studio e di curiosità scientifica ma continuano a non essere percepiti come un simbolo di violenza coloniale e di arroganza culturale. Perché sarebbe davvero necessario dare un nome a quelle ossa. E non tanto perché si speri di realizzare, a un secolo e mezzo di distanza, l’impossibile operazione d’identificare le persone brutalizzate e di ricomporre l’integrità dei resti. Quanto perchè questa operazione di denominazione ha un respiro più complessivo e reclama una diversa narrazione del passato coloniale, visto dai dominati e dalle loro culture represse.

In tutto ciò, l’Università di Coimbra vive una fase di imbarazzo estremo. Fosse dipeso da loro, avrebbero imballato immediatamente questi teschi rispedendoli a Timor Est. Ma procedere così per le spicce non si può. Bisogna fare i conti con l’altra faccia della razionalità occidentale, quella weberiana delle procedure burocratiche. Bisogna aprire una consultazione per “creare una specie di regolamento su quali siano i passi da seguire e le cautele da tenere nei casi di restituzione”. Quei resti umani parlano, le memorie pressano, ma anche i protocolli vogliono la loro parte.

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