Nel centro di Novo Progresso c’è il monumento al garimpeiro, il cercatore d’oro. Cappello di paglia, maglietta verde – i colori del Brasile – e un setaccio in mano, è simbolo di illegalità nella città più fuorilegge dell’Amazzonia. Su una cartina del Sudamerica è quasi nel suo centro geodesico, vale a dire il punto più distante dagli oceani. Uno degli ultimi dove arrivarono i bianchi, dove la natura dovrebbe essere più incontaminata e le popolazioni native lasciate in pace. Non è così. Celebrare con una statua il cercatore d’oro ha ragioni storiche e sentimentali, ma oggi suona male, come se in una città del nostro sud ci fosse un monumento al brigante o al picciotto. «Sono i nostri eroi», mi ha detto l’anno scorso il giornalista Adecio Piran, che è dovuto scappare dalla città dopo aver denunciato le malefatte locali. «Sono stati loro, con il sogno di diventare ricchi, ad aver aperto il cammino nella foresta, la nostra colonizzazione. E sono morti quasi tutti di malaria, poveretti».

La catena predatoria

Quando si dice Amazzonia si pensa alla corsa al legname pregiato e agli incendi per aprire pascoli e coltivazioni. Ma la terza piaga, la minerazione illegale, non è da meno. Secondo gli ultimi dati forniti dai satelliti, l’area deforestata a tale scopo è cresciuta dell’80 per cento nel primo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Quasi tutta in zone di preservazione totale, quindi parchi nazionali, riserve o territori indigeni. Visti dall’alto, i garimpos, cioè le miniere a cielo aperto, sono ferite di color rosso ocra nell’oceano verde della foresta. Non sono molto estese, se comparate alle spianate scure aperte dal fuoco che diventeranno pascoli, ma gli effetti sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni locali sono di gran lunga superiori. Per non parlare delle ricadute sociali, della catena predatoria generata dal sogno di arricchirsi alla svelta. Secondo il ricercatore della ong Imazon, Beto Verissimo, nemmeno l’ultimo soffio di romanticismo è applicabile oggi alla corsa all’oro in Amazzonia. «Non sono più avventurieri che arrivano da lontano con un setaccio e un piccone. Oggi ci sono dietro organizzazioni che finanziano l’acquisto dei macchinari e cooptano persone vulnerabili». Zittendo con le minacce o un’arma da fuoco chi si mette di traverso. Poteva il presidente Jair Bolsonaro non andare controcorrente anche su questo? No. La piaga è tornata di attualità, perché il governo più negazionista del mondo sull’ambiente ha in mente anche un’ampia deregulation della minerazione in Amazzonia.

L’attività è talmente parte della storia del Brasile che il termine garimpo è citato otto volte nella costituzione federale. Può essere legale e controllata, dunque, ma non lo è quasi mai. Quando gli eredi dei navigatori portoghesi si addentrarono nell’immenso paese partendo dalla costa atlantica lo fecero per cercare alternative alle piantagioni di canna da zucchero, e attratti da oro e pietre preziose. Poi nell’ultimo secolo si è scoperto che il meglio era ancora più nascosto, sotto la coltre vergine della foresta pluviale. In Amazzonia ci sono tutti i tesori che le viscere della terra possono offrire. È di proprietà della società Vale la più grande riserva di minerale di ferro del pianeta, a Carajás nello stato del Pará: l’estrazione può durare altri due o tre secoli. Se chiudesse di colpo si fermerebbe mezza Cina, il principale acquirente. A un’ora di macchina c’è uno dei luoghi più mitici nell’epopea dell’oro, Serra Pelada. Qui, negli anni Ottanta arrivarono in 40mila e il formicaio umano nel cratere venne immortalato dalle foto in bianco e nero di Sebastião Salgado. In precedenza anche la colonizzazione ufficiale dell’Amazzonia, avviata dai governi militari a fine anni Sessanta, era stata marcata dai sogni di ricchezza. Ai coloni del sud del Brasile vennero offerti lotti di foresta da bruciare e poi mettere a coltivazione, ma tutti si misero pure a scavare e setacciare i fiumi. Poiché erano in gran parte discendenti di italiani, curiosamente il business del garimpo è tutt’ora in mano a personaggi con nomi di chiara origine veneta.

Strage di ambiente e persone

Oggi il grosso della minerazione è concentrata in un triangolo nel cuore dell’Amazzonia bagnato dal Tapajós, uno dei grandi affluenti del Rio delle Amazzoni. In parte è legale, ottenuta con licenze a privati e cooperative, ma il grosso no. Garimpo significa deforestazione, ferite al territorio, corruzione, minacce a contadini e indios. Storicamente ha portato malattie causando genocidi. Ultimamente, come avvenuto con l’etnia Yanomani tra Venezuela e Brasile, i minatori hanno trasmesso il Covid-19. E poi c’è l’inquinamento. Soprattutto a causa del mercurio, che si usa per separare l’oro dalla pietra, e poi finisce nei fiumi per sempre. I casi di intossicazione nelle popolazioni indigene attraverso i pesci sono molto comuni. Secondo una stima rimediare ai danni ambientali che provoca l’estrazione di un chilo d’oro nella foresta è più costoso del suo valore di mercato. Lungo la strada principale di Novo Progresso, ho contato sei piccole compagnie aeree, dieci rivenditori di macchine movimento terra e una miriade di negozietti vendo oro. I garimpos illegali, sempre più nascosti nella foresta, sono ormai a centinaia di chilometri dalla cosiddetta civiltà ma hanno bisogno di una infrastruttura di supporto. Ho visto anche gruppi di ragazzine in abiti succinti aspettare il turno per salire su un Cessna. La leggenda dell’avventuriero che trova l’oro, e poi torna a casa senza un soldo facendo fuori tutto in alcol e prostitute non è una leggenda.

Bolsonaro sostiene che i “gringos”, gli stranieri, e le loro ong vorrebbero tenere gli indios in gabbia per sempre, come scimmie nelle riserve; mentre il suo governo vuole il loro benessere, la prosperità dell’Amazzonia. La legalizzazione del garimpo, terre indigene comprese, è uno degli obiettivi del suo mandato. I cercatori d’oro sono tutti dalla parte di Bolsonaro, soprattutto quando il suo ministro dell’Ambiente, il negazionista Ricardo Sales, blocca una delle armi più efficaci che il potere pubblico avrebbe sulla minerazione e la deforestazione selvaggia: distruggere i trattori e le scavatrici quando colte sul fatto. Oggi queste azioni repressive sono quasi scomparse, ed è tutta la catena dell’illegalità in Amazzonia che festeggia. Uno degli effetti collaterali è la frattura tra indios, per mano delle mafie dell’oro. Mentre i leader, i capitribù, sono inflessibili sulla preservazione delle terre loro assegnate, molti abitanti della foresta sono già stati cooptati nella corsa alla ricchezza, e fatti partecipare alla spartizione. Finora il parlamento brasiliano ha resistito, con la Corte suprema, fermando parecchie proposte di legge devastatrici di Bolsonaro. Anche questa della minerazione in terre indigene dovrebbe avere vita dura. Si spera per l’Amazzonia.

  

  

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