Oltre alle Piramidi e alle bellezze del Nilo, ci sono due elementi che saltano immediatamente agli occhi di chi arriva al Cairo per la prima volta: gli alti palazzi color mattone rimasti incompiuti e i cartelloni pubblicitari di agenzie e fondi immobiliari sparsi per tutta la città.

Si ha sempre la sensazione che l’Egitto, e in particolare la sua capitale, sia in perenne costruzione da anni. È comprensibile, il Cairo è una città di circa venti milioni di abitanti e ha bisogno di respirare, di liberare le sue arterie centrali da file infinite di autovetture. Basti pensare che il 95 per cento della popolazione egiziana vive nel quattro per cento del territorio del paese. Negli anni, l’alta concentrazione abitativa è diventata un problema crescente per il governo, che si è posto l’obiettivo di spostare milioni di persone dalle metropoli verso città nuove di zecca più periferiche.

Oggi si è arrivati a costruire quella che gli urbanisti chiamano la terza generazione delle città.

Il problema dell’alta densità demografica si scontra però con il notevole disagio abitativo: stando agli ultimi dati sono dodici milioni le persone che non hanno una casa, un numero elevato per una popolazione di poco più di cento milioni di abitanti.

Il presidente Abdel Fattah al Sisi è ben consapevole di queste problematiche e ha preso la palla al balzo puntando quasi tutto il suo consenso politico sulla costruzione di infrastrutture, città e compound di lusso dai costi miliardari.

E così nascono decine di medine sparse nel sahara egiziano. In occasione della Future cities conference dell’8 dicembre 2019 il ministro per le Politiche abitative Assem al Jazzar disse: «Il rinascimento urbano presentato dal presidente al Sisi è una realtà tangibile con la costruzione di 14 nuove città», aggiungendo che «l’obiettivo è di aumentare l’area edificata dal 6 per cento al 14 per cento».

Oltre il doppio della superficie cementificata di oggi. Un all-in che grava sulle casse statali e rischia di mettere in ginocchio l’economia egiziana.

New Administrative capital

Il progetto più conosciuto di al Sisi è quello della New Administrative Capital, inaugurato nel marzo del 2015.

A una distanza di 45 chilometri dal Cairo e su un terreno vasto 30mila ettari la città ospiterà 663 ospedali e cliniche sanitarie, 1.250 luoghi di culto, il nuovo parlamento, il palazzo presidenziale e le sedi dei ministeri, oltre a un’infinità di appartamenti e villette. Ci saranno anche parchi, grattacieli, un aeroporto e la moschea più grande d’Egitto, la quale, ironia della sorte, è stata chiamata Fattah al Aleem.

Il costo totale del progetto è stimato in circa 58 miliardi di dollari: una parte del denaro sarà fornito da investimenti esteri.

I numeri sono poco trasparenti, ma la Cina ha già fatto sapere di essersi ritirata da alcuni progetti mentre ne ha finanziati altri, così come hanno scelto di fare alcuni imprenditori emiratini. Secondo i dati presentati dal governo, una prima fase di realizzazione della città doveva essere completata entro il 2020. A gennaio dello scorso anno l’intera area era una zona deserta e spuntavano come ciuffi d’erba gli edifici ancora in costruzione, pochissimi quelli in stato avanzato.

Tra quelli completati c’era la moschea Fattah al Aleem, strettamente sorvegliata dai militari. Ai lati delle vie semi-asfaltate c’erano i cantieri delle aziende cinesi e dei paesi del golfo. Nella distesa infinita gli autocarri e le ruspe facevano avanti e indietro tutto il giorno, e gruppi di operai sedevano in circolo davanti al fuoco in attesa del prossimo turno di lavoro.

Si lavora tutti i giorni, perché su questo progetto al Sisi si gioca il suo futuro politico e la sua immagine pubblica. La società che gestisce il progetto è dotata di un capitale di oltre sei miliardi di dollari ed è formata da tante altre società egiziane attive nel mondo dell’edilizia da decenni.

Tra questi c’è anche il gruppo Talaat Moustafa, molto vicino alla cerchia dell’ex presidente Hosni Moubarak. Prima della rivoluzione del 2011 l’azienda è stata al centro di numerosi scandali, con accuse di speculazione edilizia e di trattamenti di favore ottenuti grazie alle conoscenze con i membri dell’ex governo egiziano.

La New Administrative Capital non è l’unico nuovo progetto del generale. C’è anche la New al Alamain City, un progetto da dieci miliardi di dollari che sorge dove quarant’anni fa si combatté una delle battaglie cruciali per le sorti della seconda guerra mondiale.

L’elenco non finisce qui: ci sono la New Al Galala City, la New Ismailia City e altre città dal nome evocativamente anglosassone. Sta nascendo anche il Cairo International Medical City che, realizzata con un miliardo di investimenti, sarà il più grande distretto medico del medio oriente.

Progetti enormi, di lusso, golosi per speculatori e investitori. Peccato che le nuove case rischiano di essere accessibili soltanto a una minoranza, sempre più piccola, dell’alta borghesia egiziana.

L’impatto della pandemia

La pandemia da Covid-19 ha palesato tutta la fragilità di un’economia nazionale in crescita ma con problemi strutturali alla base.

Oggi sono diversi gli indicatori che mettono in allarme il governo militare. Come in quasi tutti i paesi che hanno un’alta percentuale di cittadini residenti all’estero è previsto un grosso calo delle rimesse a cui si somma una drastica diminuzione dei consumi interni e dell’export. Il settore del turismo è stato duramente colpito.

Sono diminuite sensibilmente anche le entrate generate dal canale di Suez per via del rallentamento del commercio via mare e il recente blocco ora costerà caro alle casse di stato egiziane. Infatti, l’autorità che gestisce il tratto marittimo è stata nazionalizzata nel 1956 e tutte le entrate o le perdite fanno parte delle casse statali.

Per via della pandemia, in primavera, gli investitori stranieri hanno ritirato dal paese fondi per 14 miliardi di dollari in partecipazioni, una cifra enorme se si considera che il Fondo monetario internazionale ha approvato per l’Egitto un prestito di dodici miliardi di dollari nel 2016.

È un dato più che certo che la crisi economica e sanitaria acuirà ancora di più la già precaria situazione di milioni di cittadini. La Banca mondiale stima che ben il 60 per cento degli egiziani vive vicino o sotto la soglia di povertà. E così il debito del paese continua a crescere, la povertà aumenta e il settore privato si contrae.

Per far fronte al Covid-19 il governo egiziano si è rivolto, ancora una volta, al Fondo monetario internazionale assicurandosi un prestito da otto miliardi di dollari.

Con l’attuale drammatica situazione emergono ancora di più le inconsistenze delle scelte politiche del generale al Sisi. Le politiche economiche del governo sembrano essere andate in direzione opposta rispetto alle esigenze del popolo.

Tutto sulle infrastrutture

Dal 2013, anno di insediamento della giunta militare, non sono state attuate le riforme strutturali necessarie a diminuire la disoccupazione giovanile e aumentare la spesa pubblica in settori chiavi come la sanità e l’istruzione.

Al Sisi ha puntato tutto sulle infrastrutture e sulle grandi opere. L’Egitto è un cantiere a cielo aperto, ma i cittadini non possono permettersi le mura. Con uno stipendio minimo di circa duemila sterline egiziane è impensabile che centinaia di famiglie possano trasferirsi nei nuovi appartamenti dal costo milionario.

Nei siti web delle aziende costruttrici i prezzi per l’acquisto di una casa nella nuova capitale amministrativa partono da un prezzo minimo di 1,5 milioni di sterline egiziane. Senza contare che nel census del 2006, gli alloggi vacanti nelle nuove città costruite a partire dagli anni Novanta erano circa il 63 per cento, mentre all’interno delle aree urbane arrivavano circa al 25 per cento.

Nel 2008 al Cairo si stimavano 500mila case vuote, a cui ora inevitabilmente se ne sommeranno altre. Il mercato è rimasto ancora in mano agli speculatori, guidato dalla domanda transnazionale di milionari che vogliono comprarsi ville e chalet di lusso. Il rischio che possa scoppiare una bolla immobiliare è sempre più alto per via della pandemia.

Nel 2011, anno della rivoluzione egiziana, il popolo non chiedeva soltanto il rispetto dei diritti e la fine di un regime oppressivo, ma anche politiche economiche strutturali, nuovi posti di lavoro, una sanità migliore e investimenti pubblici in settori che abbiano un impatto concreto nella vita dei singoli cittadini.

Sono stati accontentati con ville e compound di lusso. Ma gli egiziani continuano a fare fatica per trovare il pane sotto ai denti e a dieci anni dalla rivoluzione continueranno a vedere, dal ciglio della strada, i cartelloni delle aziende immobiliari e gli edifici ancora incompiuti.

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