«Quanto accaduto ad Ankara non si ripeta mai più». Nel primo gelido incontro tra Ursula von der Leyen e Charles Michel dopo il “sofagate” di Ankara, la presidente della Commissione europea ha messo in chiaro il suo disappunto per il gesto di Erdogan e la mancata reazione del presidente del Consiglio europeo a suo sostegno. Michel ieri ha poi partecipato alla Conferenza dei presidenti del parlamento europeo, una sorta di pre istrutturia sull’incidente della sedia mancante ad Ankara che ha leso gravemente l’immagine europea, e ha espresso il suo profondo rammarico per l’incidente. A fine aprile Michel, che dice di non dormire la notte, sarà sottoposto al fuoco di fila di domande degli eurodeputati e sono in molti a scommettere su un suo ridimensionamento di ruolo. I turchi, senza essere smentiti, hanno fatto sapere che il format dell’incontro era stato proposto proprio dal cerimoniale di Michel, ansioso di far emergere la sua primazia sulla politica estera Ue.

In questo caos istituzionale europeo e dopo l’affondo di Mario Draghi che ha definito «Erdogan un dittatore con cui dobbiamo cooperare», il presidente turco non ha perso tempo e sabato scorso ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a cui ha fornito sostegno politico e la vendita di droni di produzione turca. Ankara non riconosce l’annessione russa della Crimea. Pronta la reazione russa che ha tagliato i voli per la Turchia a partire da giovedì fino al primo giugno a causa dell’aumento dei casi di Covid. Più di mezzo milione di russi con un biglietto d’aereo in mano sono stati costretti a rinunciare al viaggio. Il Cremlino nega che il blocco dei voli sia legato all’incontro fra Erdogan e Zelensky ma il presidente della commissione Esteri del Consiglio della federazione russa, Konstantin Kosachev, ha dichiarato che evitare viaggi in Turchia è «un atto patriottico». «Possiamo difficilmente essere felici del fatto che quei droni turchi sono apparsi da qualche parte nel Donbass», ha affermato il viceministro degli Esteri russo, Sergei Riabkov. I droni turchi, donati all’Azerbaijan, sono stati il punto di forza azero nello scontro contro l’Armenia nel Nagorno-Karabakh.

La fase due in Libia

Approfittando della paralisi Ue il 12 aprile Erdogan ha accolto ad Ankara il nuovo premier libico Abdelhamid Dbeibah, ribadendo che Ankara continuerà il sostegno militare alla Libia e confermando l’intesa sui confini marittimi del Mediterraneo orientale che mette in un angolo Grecia, Cipro ed Egitto sulle perforazioni energetiche sottomarine. Erdogan ha lanciato la fase 2 della campagna in Nordafrica, puntando a scavalcare i competitor regionali, tra i quali l’Italia. Ad Ankara si è di fatto trasferito per due giorni l’interno governo di Tripoli: con Dbeibah sono arrivati 14 ministri, il capo di stato maggiore, il governatore centrale e una lunga fila di funzionari, ciascuno impegnato in colloqui con le controparti per definire le intese sui singoli capitoli, mentre dopo i colloqui politici sono arrivati gli incontri con il mondo imprenditoriale turco, ansioso di riprendere le commesse miliardarie interrotte dalla guerra e pronto a coglierne di nuove come la ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli.

Non c’è settore trascurato dalla partnership formalizzata dal nuovo Consiglio di cooperazione strategica bilaterale, che alla prossima occasione si riunirà a Tripoli. E la nuova frontiera sarà la sanità, con la Turchia pronta a inviare 150mila dosi di vaccino e gestire un ospedale dedicato all’emergenza Covid. Il nuovo leader libico Dbeibah non ha potuto che ringraziare per l’aiuto militare ricevuto, ha glissato sul ritiro dei militari turchi e dei mercenari siriani e russi e ha promesso cooperazione energetica, esattamente quello che vogliono i turchi, cioè mettere le mani sull’oro nero della Libia, il secondo paese più ricco del continente dopo il Sudafrica.

Erdogan punta anche a controllare le risorse di gas naturale del Mediterraneo orientale da cui sono state allontanate delle nostre navi di esplorazione e mettere sotto controllo, con la presenza di truppe a Tripoli e navi sulla costa, i flussi energetici e dei migranti dalle coste libiche verso l’Italia. Così Erdogan avrebbe sotto controllo sia i flussi migratori del Maghreb verso l’Europa sia quelli della rotta balcanica. Ecco perché il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è volato a Washington dove ha avuto un incontro con il segretario di Stato Usa Antony Blinken, con cui ha discusso di clima, pandemia e del dossier libico. Di Maio ha incontrato la speaker della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, che nei mesi scorsi aveva incluso, nel corso di una aspra polemica con Donald Trump, la Turchia nei paesi non democratici insieme a Russia e Corea del Nord attirandosi le pesanti ire del ministro degli Esteri di Ankara, Mevlüt Çavuşoğlu.

La tensione con la Grecia

Dopo un riavvicinamento nei rapporti tra Atene e Ankara, che dovrebbe concretizzarsi nell’incontro di oggi tra i ministri degli Esteri Nikos Dendias e Mevlüt Çavuşoğlu, nelle ultime settimane si è registrato un incremento delle tensioni. Secondo quanto dichiarato in precedenza dal ministro dell’Energia turco, Fatih Dönmez, il paese intende riprendere «presto» il programma di esplorazioni nel Mediterraneo orientale. Secondo Dönmez, la nave per le ricerche Oruc Reis continua il lavoro a largo di Antalya; la Barbaros è in manutenzione nel cantiere a Tuzla; la Yavuz tornerà presto ai suoi lavori nel Mediterraneo orientale. E con questa bordata ad Atene il cerchio dell’espansionismo neo ottomano si chiude: la Turchia, che dovrebbe ospitare il 26 aprile la conferenza di pace sull’Afghanistan prevista a Istanbul con il governo di Kabul e i talebani, in una settimana ha ripreso l’iniziativa nel mar Nero, nel Mediterraneo orientale e in Libia mentre l’Europa balbetta e litiga sulle competenze in politica estera.

© Riproduzione riservata