Tra il 18 e il 19 ottobre Harvard Caps e Harris poll hanno chiesto a oltre duemila americani la loro opinione sul conflitto in Medio Oriente. Dal sondaggio emergeche il 51 per cento dei giovani fra i 18 e i 24 anni pensa che l’attacco di Hamas sia giustificato dalle sofferenze del popolo palestinese.

Alla domanda se i 1.200 morti provocati da Hamas durante l’attacco del 7 ottobre potessero essere giustificati, il 76 degli intervistati ha risposto negativamente, ma è suddividendo per classi d’età il campione che emerge come la fascia più giovane sia divisa a metà, in contrasto con le generazioni più adulte.

Fra gli americani nati prima del 1958, solo il 9 per cento giustifica le azioni terroristiche di Hamas. La tendenza è rispecchiata anche dalle risposte alla domanda per quale delle due fazioni si parteggi in questa guerra: tra Hamas e Israele il 48 per cento dei giovani ha scelto il primo.

Questo non vuol dire che metà dei giovani americani è antisemita o fanatica del terrorismo, perché il 64 per cento di loro ritiene entrambe giuste le cause che spingono le azioni brutali sia Hamas che d’Israele. La spiegazione di questi risultati va cercata in altre motivazioni e probabilmente le aule universitarie dell’Ivy League c’entrano qualcosa.

Dentro le università

EPA

Un sondaggio di Harvard dice che il 51 per cento degli americani fra 18 e 24 anni pensa che la strage del 7 ottobre sia giustificata Il clima nei campus Usa e la retorica decolonialista

L’otto ottobre, un giorno dopo l’attacco di Hamas ai kibbutz israeliani, l’Harvard Palestine solidarity group e altre 33 associazioni studentesche dell’università del Massachusetts hanno e pubblicato una dichiarazione in cui attribuivano tutte le responsabilità degli eventi in Medio Oriente al «regime israeliano» e hanno chiesto all’ateneo di prendere posizione contro le «ritorsioni coloniali» di Israele.

Lunedì Larry Summers, ex segretario del Tesoro ed ex presidente di Harvard, ha condannato la leadership dell’università per non aver denunciato la lettera filo-palestinese, che infatti si è espressa solo lunedì sera e poi martedì quando il suo presidente, Claudine Gay, ha rilasciato due dichiarazioni, condannando infine «le atrocità terroristiche perpetrate da Hamas» come «abominevoli».

Ma per l’ex governatore repubblicano del Maryland, Larry Hogan, non è stato abbastanza. Il 23 ottobre Hogan ha ha deto che non accetterà la posizione che l’università gli avevav offerto per «l’incapacità di Harvard di denunciare immediatamente e con forza il vetriolo antisemita».

Qualcosa di simile è avvenuto anche a Yale, dove studenti pro Palestina hanno indetto una manifestazione il 9 ottobre, due giorni dopo l’attacco terroristico in Israele e in concomitanza con la Giornata dei popoli indigeni. Anche in questo caso il tema della decolonizzazione e la giustificazione della violenza terroristica sono stati alla base delle proteste.

«Il regime sionista è ritenuto responsabile delle violenze in corso» – scrive Yalies4palestine su Instagram – «fuggire da una prigione richiede la forza, non appelli disperati al colonizzatore o alla ‘comunità internazionale».

Così come a Stanford dove gli studenti californiani hanno appeso lenzuola con slogan come «l’illusione di Israele sta bruciando» e difendendo Hamas per voler liberare la Palestina «con ogni mezzo necessario».

Radicalismo

EPA

E non sono solo gli studenti. Il 7 ottobre, poche ore dopo che i militanti di Hamas avevano ucciso cittadini israeliani, è circolata molto fra gli accademici americani su X la frase: «La decolonizzazione non è una metafora». Il tempismo dei post sembra indicare che tale decolonizzazione implica necessariamente violenza terroristica, mentre Zareena Grewal, un professore di studi americani a Yale, ha twittato «che i coloni non sono civili», indicando così che gli israeliani massacrati non potevano essere considerati innocenti.

Anche un gruppo di sociologi in una lettera aperta ha condannato la reazione israeliana, definendola un «genocidio sostenuto a livello internazionale». Frasi perfettamente sovrapponibili alla retorica di Hamas.

Secondo il giornalista dell’Atlantic Tyler Austin Harper, l’atteggiamento di professori e studenti in questo frangente è un esempio lampante della radicalizzazione del dibattito nelle università, in cui gli «accademici-attivisti vedono nella loro ricerca politica militanza e pedagogia come reciprocamente costitutive».

La polarizzazione del dibattito – oltre a ridurre la complessità dei fenomeni – diventa in frangenti come questo anche controproducente e inutile per il raggiungimento di proposte di pace necessarie per il popolo israeliano, quanto per quello palestinese.  

© Riproduzione riservata