«Lasciatemi tornare a studiare in Italia». L’appello è rivolto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri Antonio Tajani e alla ministra dell’Università Anna Maria Bernini. Arriva dall’Iran incendiato dalle proteste contro il regime. Lo affida a Domani N., lo studente di Torino bloccato nel suo paese di origine. Riusciamo a parlare con N. solo dopo diversi giorni (non ne scriviamo il nome per tutelarne la sicurezza). Avvolto nel buio del blackout imposto dall’Ayatollah Khamenei per silenziare il massacro. Si collega tramite delle Vpn: «Ormai noi iraniani siamo esperti».

Poco più che ventenne, studia con successo medicina in Italia. Bloccato per un parere della questura di cui non si conoscono i contenuti. Ma l’Iran degli Ayatollah non è casa sua. «La mia città natale è l’Italia: solo lì ho i miei affetti, posso vivere liberamente». Rivolge così il suo appello a Meloni, Tajani, Bernini: aiutatemi. In quel buio, rischia la morte. Per l’avvocato Wisam Zreg, che ha già depositato un ricorso al Tar del Lazio «la tutela dei diritti di N. è stata complessa per procedure farraginose e difficoltà di comunicazione, con forte preoccupazione per le sorti dell’assistito, un ragazzo brillante, di cui l’Italia avrebbe bisogno. Confido che il Tar valorizzi la sua buona fede nel tentativo di rinnovare il titolo di soggiorno e tornare a studiare in Italia».

Prima di tutto vorrei chiederle come sta?

«Sto bene fisicamente. Per fortuna in questo momento la mia famiglia e i miei amici stanno bene, sono al sicuro. Emotivamente non posso dire lo stesso: prima di tutto per la situazione nel mio Paese e poi perché il mio futuro è a rischio a causa della situazione del visto. Ho davvero lavorato duramente per tutta la vita per avere l’opportunità di studiare medicina lontano dall’Iran. Ho sempre amato il mio Paese e non avrei voluto lasciarlo, ma io e la mia famiglia sapevamo che qui non c’è futuro, quindi dovevo andare via. E ora non ho idea di cosa mi succederà. Sarò costretto a lasciare l’università, ma per quali colpe?».

Può raccontarci qual è la situazione nel paese?

«Peggiore che mai. Sotto ogni singolo aspetto. Non è la prima volta che affrontiamo una situazione simile, ma onestamente siamo arrivati al punto più basso. Il blackout di internet è stato terribile: per la prima settimana non riuscivamo nemmeno a chiamarci tra di noi in Iran, se non dalle 3 di notte alle 6 del mattino. Gli Sms sono stati disattivati fino a circa dieci giorni fa, credo, e solo da 3-4 giorni ho di nuovo accesso a internet. Noi iraniani siamo diventati esperti nell’uso delle Vpn. Dal punto di vista economico, il rial iraniano perde valore ogni secondo. Tutto il Paese è in tensione, nessuno sa cosa succederà dopo. Non c’è un angolo dell’Iran che sia rimasto in silenzio. Tutti siamo scesi in piazza a protestare. Ho visto giovani, anziani, bambini, persino persone con disabilità. Ho visto tanti morti, adesso vietano la restituzione dei corpi alle famiglie. Chiedono in cambio i soldi per i proiettili sprecati. Le famiglie organizzano funerali senza corpi che sembrano feste, mettono canzoni allegre, ballano mentre piangono. Come se stessero festeggiando è il loro modo di protestare. Il governo gli nega anche il diritto al dolore. Le notizie che arrivano a voi italiani sui morti e le violenze sono vere, forse persino peggiori».

In Italia si parla di 30.000 morti

«Sono molto di più. Molti, molti di più. Non ho mai visto una cosa del genere neanche nei film. Questo regime è al suo punto più basso. E noi, il popolo iraniano, siamo le uniche vittime. In questo momento parlando con lei sto rischiando la vita, so che le milizie intercettano le conversazioni».

Perché non riesce a tornare in Italia?

«Alla fine di luglio 2024 ero in Italia, mi sono ammalato e sono dovuto tornare in Iran. Volevo stare con la mia famiglia. Mi è stata diagnosticata una malattia rara e non potevo ripartire di nuovo. Poi ho dovuto svolgere il servizio militare obbligatorio che mi ha impedito di lasciare il Paese per mesi. Ho collaborato con alcuni professori per ridurlo, ma è stata un’altra barriera al mio ritorno in Italia».

Poi quando stava rientrando è scoppiata la breve guerra tra Iran-Israele

«Sì, a giugno 2025 è scoppiata la guerra dei 12 giorni e ho dovuto recarmi ogni giorno in caserma. In quel periodo i voli sono stati cancellati e internet è stato nuovamente interrotto: tutto si è fermato e nessuno si è occupato della mia situazione né della lettera necessaria per terminare il servizio militare. Nel frattempo si avvicinava la data del mio appuntamento alla questura di Torino, ma senza documenti validi non potevo entrare in Italia. Dove avrei dovuto rinnovare il permesso di soggiorno per motivi di studio? Mi chiedevano di presentarmi di persona. Un’assurdità, perché ero bloccato in Iran, senza voli e senza internet stabile. Ho mandato centinaia di email, ma le risposte erano minime o sbrigative; mi hanno detto di richiedere un visto di reingresso. L’ho fatto, ma dopo due mesi l’ambasciata ha respinto la richiesta senza spiegazioni. E l’ente che ha respinto la richiesta era proprio la questura di Torino. Così mi sono rivolto al mio avvocato italiano».

E adesso?

«Ho davvero lottato per raggiungere questo obiettivo, diventare medico. Ho studiato per tutta la vita. Non è giusto essere costretto a interrompere la mia istruzione per una situazione politica. Se fossi nato in un altro Paese, non ci sarebbero stati tutti questi problemi: avrei potuto viaggiare senza ostacoli. Non sto chiedendo nulla di irrealistico: lasciatemi solo tornare alle mie lezioni».

Lei rischia anche la vita in quanto persona gay

«Oltre alla dimensione educativa della mia vita, esiste anche una dimensione personale. Sotto questo aspetto, nonostante tutte le difficoltà nel lasciare il mio amato Paese, la mia famiglia e i miei amici, sono dovuto andare via. Qui in Iran non c’è alcun futuro per la mia vita personale ed emotiva, mi è negato persino il diritto di esistere. Per restare vivo sei costretto a indossare una maschera. Non hai scelta. In Italia posso essere me stesso liberamente rispetto all’Iran. E parlo della Repubblica Islamica dell’Iran, differenziamo l’Iran dall’Iri».

Cosa può fare l’Italia?

«Ho bisogno di una sola cosa: di vedere difeso il diritto fondamentale di tornare alla mia università il prima possibile. Se solo la presidente Giorgia Meloni, il ministro degli esteri Antonio Tajani e la ministra all’Università Anna Maria Bernini potessero aiutarmi. Vi prego. Ve ne sarei grato. L’Italia è la mia città natale e lì vivono le persone che amo; non li lascerei mai. Non voglio nulla di strano, voglio solo poter terminare il mio corso e rimanere legalmente in Italia».

© Riproduzione riservata