Nell’èra Meloni ci sono i «rifugiati veri» e poi ci sono gli altri.

Quando i governi europei hanno deciso di attivare per la prima volta una direttiva europea per la protezione temporanea che esisteva da oltre vent’anni, per accogliere con spirito di solidarietà reciproca i milioni di ucraini in fuga, la Lega di Matteo Salvini – da forza di governo – ha accondisceso sostenendo che «si tratta di rifugiati veri». Ha perso però l’occasione politica di rivendicare in quel frangente anche una più equa accoglienza degli altri migranti in fuga verso l’Europa. Nel 2011 il leghista Roberto Maroni, ministro degli Interni all’epoca, aveva già tentato invano di attivare quella direttiva per gli esodi dalla Tunisia, e si era arenato sulle opposizioni di governi e Commissione Ue.

Ora che Salvini è tornato ministro, e che Giorgia Meloni è diventata premier, il tema politico della solidarietà parziale tra paesi europei viene tradotto in una guerra alle ong che soccorrono disperati in mare.

Chi non rientra nella categoria del tutto arbitraria di «rifugiato vero» è lasciato nel limbo, in mare, a rischiare la vita nonostante le regole parlino chiaro: soccorrere è un obbligo.

In un limbo

«C’è una ragazzina con un neonato di sette mesi, a bordo», racconta Petra Krischok, portavoce della ong Sos Humanity. Si trova sulla nave Humanity 1, che ha «tratto in salvo 179 persone tra il 22 e il 24 ottobre. Più di un centinaio sono minori non accompagnati. Molti hanno subìto violenze ripetute o persino torture in Libia. Altri hanni visto persone care annnegare. Tra influenza, notti sempre più fredde, traumi e grave stress psicologico, la situazione si fa sempre più dura. Tra pochi giorni avremo finito anche i pasti».

La sensazione è di essere tenuti in ostaggio, «in un limbo».

Krischok riferisce che il capitano della nave ha tenuto informati in tempo reale i centri di coordinamento per il salvataggio italiano e maltese, «durante tutte le operazioni di ricerca e soccorso. E dopo, il capitano ha inviato su base quotidiana richieste per un porto sicuro per i sopravvissuti a bordo».

Chi è a bordo

La nave che soccorre qualcuno in mare – piccola, grande, di qualsiasi tipo essa sia – ha l’obbligo di portare in salvo i sopravvissuti nel porto più vicino, purché si tratti di un porto sicuro.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che la sua famiglia popolare europea in campagna elettorale aveva dipinto come il garante dell’europeismo liberale, e che è stato in un passato recente anche presidente dell’Europarlamento, reinterpreta le «regole europee» a modo suo.

A Berlino, con la sua omologa Annalena Baerbock, ha posto «il tema delle navi delle ong, per noi è una questione che riguarda il diritto, che riguarda le norme europee. Noi chiediamo che tutte le navi che raccolgono persone in mare quando chiedono di attraccare in un porto italiano devono dirci chi c’è a bordo, devono essere identificati, uno per uno, ci devono dire chi sono, altrimenti diventa difficile accettare un avvicinamento alle acque territoriali del nostro paese».

Già normalmente, alcune informazioni di base vengono riferite, e anche Humanity 1 per esempio ha «dato informazioni sui sopravissuti, cioè le generalità riferite da queste persone, tenendo presente che sono spaventate se non traumatizzate, spesso in condizioni di salute precarie, e che non ci sono interpreti a bordo».

Ma per quello che riguarda le funzioni di polizia, non può né deve certo essere la nave che presta soccorso a svolgerle: lo stato non può esternalizzarle a un qualsiasi privato.

Diritti e doveri

Se Humanity 1 batte bandiera tedesca, stando alla convenzione di Montego Bay, «ogni stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera presti soccorso»: se c’è un dovere del governo tedesco è assicurarsi che il soccorso venga svolto.

Anche le due convenzioni Solas e Sar ribadiscono l’obbligo di portare in salvo, assistere e trasferire in luogo sicuro. Non esiste codice di condotta per le ong che possa travalicare i principi fondanti del diritto del mare.

Le teorie di Meloni – «o la Germania si fa carico della nave o quella nave diventa pirata» – e di Salvini – «dove dovrebbe andare una nave norvegese? in Norvegia» – sono fantapolitica, perché c’è un solo posto dove una nave che soccorre può e deve andare: nel primo porto sicuro a disposizione.

Max Cavallari

«Il nostro capitano ha inviato su base giornaliera richieste per un porto sicuro sia all’Italia che a Malta. Finora – fino a questo venerdì pomeriggio – ne sono state trasmesse già diciannove, e ancora non abbiamo ricevuto una risposta positiva. Queste persone sono in cerca di protezione già da molto tempo».

Il capro espiatorio

Non potendo vantare successi immediati sui dossier che aveva dichiarato prioritari, come quello dei prezzi dell’energia, il nuovo governo torna ai vecchi tormentoni: se la prende coi migranti. Non tutti, solo alcuni, visto che sia per Giorgia Meloni sia per Matteo Salvini chi fugge dall’Ucraina in guerra è «rifugiato vero». Chi invece scappa dalle torture in Libia e ha rischiato di morire annegato resta in un limbo, bloccato in mare in attesa di un porto sicuro, mentre i ministri twittano e rilasciano dichiarazioni.

Chi è in nave le apprende dai giornalisti, visto che «il governo italiano non comunica direttamente con noi», dice Krischok.

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