Buongiorno lettrici e lettori di Domani, questa è di nuovo Areale, la newsletter che prova ad affrontare la crisi climatica su una scala settimanale, non è facile ma ci proviamo. Di solito un'ondata di caldo come quella di questa settimana in Italia è un buon momento per parlare di riscaldamento globale, quindi non sprechiamolo (e non definiamola «ondata di caldo eccezionale», perché purtroppo non lo è). (Iscriviti qui, è gratis).

La definizione di ecocidio

Parlando di scala settimanale, questa settimana è successo qualcosa di importante, a modo suo storico. La Stop Ecocide Foundation ha raggiunto un risultato al quale si lavorava da tempo: una definizione legale di ecocidio da proporre alla Corte penale internazionale dell'Aia come nuovo crimine da perseguire come quelli di guerra, contro l'umanità, di aggressione o di genocidio. Sono 165 parole che potrebbero cambiare la percezione pubblica e la scala di come vengono affrontate legalmente le crisi ambientali. La definizione comincia così: «L'ecocidio è un atto illegale o sconsiderato commesso con la consapevolezza della sostanziale possibilità di arrecare un danno grave, esteso o a lungo termine sull'ambiente». Potete leggere il testo completo qui

È un altro fronte di qualcosa che stiamo vedendo crescere davanti ai nostri occhi: cittadini e organizzazioni che affidano ai tribunali la speranza di un cambiamento. La definizione di ecocidio e una sua possibile adozione sono una cosa diversa dalle sentenze contro Shell, il governo olandese, tedesco o francese, ma nasce nello stesso clima, per rispondere allo stesso bisogno: si fa poco, i governi sono impreparati, i meccanismi politici sono lenti mentre i tribunali stanno offrendo risposte più interessanti.

L'ecocidio è una forma di innovazione legale, non è facile creare un nuovo crimine internazionale da zero. Rispetto agli altri crimini di cui si occupa la Corte dell'Aia, una delle novità dell'ecocidio è che non deve necessariamente esserci un danno contro le persone per poter accusare una persona o un'azienda di ecocidio. «Gli altri crimini si focalizzano esclusivamente sugli esseri umani e il loro benessere. Anche questo lo fa, ma introduce un nuovo approccio non antropocentrico, mettendo l'ambiente al centro della legge internazionale», ha detto Philippe Sands, docente di diritto internazionale all’University College di Londra e capo del gruppo di esperti sull'ecocidio.

Ci sono alcuni aspetti interessanti: la proposta non fa esempi diretti, per non puntare il dito contro singoli paesi e per non irrigidire la possibile applicazione della legge. Però esempi si possono fare: per come è stata scritta, è pensata per perseguire la distruzione della foresta amazzonica o una catastrofe ecologica come quella che abbiamo visto in Sri Lanka, ma anche – sottolineano alcuni analisti, e gli stessi esperti che hanno scritto la definizione – l'estinzione irreversibile di una specie: la morte dell'ultimo rinoceronte bianco settentrionale potrebbe configurarsi come ecocidio al pari del crollo di una piattaforma petrolifera in mare.

Ap Photo/Edmar Barros

Di ecocidio si parla da decenni, dai tempi dell'uso massiccio dell'agente arancio in Vietnam. Il primo politico a spingere una sua adozione fu il primo ministro svedese (assassinato nel 1986) Olof Palme, a una conferenza dell'Onu per l'ambiente a Stoccolma nel 1976.

Per decenni però ecocidio è stato un concetto accademico buono da mettere sui cartelli delle manifestazioni ambientaliste, finché il clima (in ogni senso) non è cambiato. Di recente è entrato nel lessico morale e nelle intenzioni politiche di leader potenti e ascoltati, da papa Francesco a Macron. È entrato nel nostro orizzonte comune, ma a un livello molto teorico, finché la Stop Ecocide Foundation non ha lavorato per specificare cosa sia un ecocidio.

Da qui a vederlo entrare nella legge internazionale la strada è in ogni caso lunga: per aggiungere i crimini di aggressione ci vollero vent'anni. Secondo la fondazione, in questo caso potrebbe volerci meno, nell'ordine dei cinque anni. Serve che uno degli stati che aderiscono al Trattato di Roma (al quale mancano grandi inquinatori come Stati Uniti, Russia, Cina e India) presenti formalmente la proposta. I due terzi dei paesi membri devono approvarla, e poi devono ratificare la modifica internamente. La fondazione ha presentato gli strumenti legali, ora tocca alla politica decidere cosa farne.

Un rapporto molto cupo

A proposito di ecocidio, è uscito, anzi, è filtrato un gigantesco nuovo rapporto dell'Ipcc (l'organismo Onu sui cambiamenti climatici) che sarebbe un eufemismo definire «cupo». Doveva essere pubblicato solo nel 2022, ma AFP ne ha ottenuto una bozza, ed è un bene che queste informazioni siano arrivate all'opinione pubblica in anticipo, in tempo per essere metabolizzate prima dell'incontro mondiale sul clima di Glasgow a novembre. «La vita sulla Terra può riprendersi dopo un cambiamento climatico drastico», si legge nel rapporto. «Gli esseri umani no». Il tema dello studio del massimo organismo Onu sull'ambiente è la vita nei prossimi trent'anni, quindi come sarà il mondo quando saranno adulti i bambini nati durante la pandemia.

Come sarà?

Orribile, se continuiamo così. Ed è significativo che a usare toni così apocalittici sia l'Onu, non è più il tempo delle mezze parole o delle mediazioni. Pare che il rapporto sia lungo 4.000 pagine e chi lo ha letto lo descrive come un catalogo di minacce: estinzioni, malattie, ondate di calore intollerabili, collasso degli ecosistemi, scomparsa di città costiere. Insomma, se avete voglia di fare un investimento immobiliare da lasciare ai vostri figli, fatelo nell'entroterra.

Intervenire ora (ora, non tra dieci anni, ora) è cruciale. Abbiamo superato 1,1°C di aumento di temperatura, la soglia per evitare il disastro prevista dall'accordo di Parigi è tra 1,5°C e 2°C, secondo la World Meteorological Organization entro il 2026 il 40 per cento della Terra avrà già superato 1,5°C per almeno un anno su cinque.

Tra le previsioni dell'Ipcc c'è la scomparsa della barriera corallina (un ecosistema dal quale dipende mezzo miliardo di persone), l'estinzione culturale delle popolazioni che vivono in Artico, miliardi di dollari da spendere per l'adattamento climatico in Africa, 420 milioni di persone esposte a temperature intollerabili tutte le estati. Vengono citati i tipping point dei quali parlavamo nell'ultimo numero di Areale, che in passato Ipcc non aveva preso in considerazione (attirandosi critiche). Alcune regioni vengono citate come le più pericolose per la vita umana tra trent'anni: Brasile orientale, Sud-est asiatico, la Cina Centrale e il Mediterraneo, cioè noi.

È estate, è finita la pandemia, abbiamo le vacanze nel mirino e da qui in avanti c'è il futuro, che auguro promettente su un piano individuale per tutte e tutti. Però lasciamo un po' di spazio mentale per un cambiamento che si può ancora fare, ma deve essere imminente.

I costi delle rinnovabili

Una grande parte di questo cambiamento, di questa transizione, riguarda l'energia, passare dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, un dibattito che in Italia è già diventato estenuante (sarà anche il caldo), con i difensori del territorio, le lentezze burocratiche che si spera siano state sbloccate e un governo il cui approccio è teso tra un ancoraggio nel presente a gas e gasdotti e un'immaginazione futuribile di nucleare di nuova generazione, «quello delle stelle», dice sempre Cingolani.

Un esperto che ho incontrato questa settimana me l'ha messa giù così: Cingolani è un fisico, per un fisico sembra incomprensibile pensare che la tecnologia in grado di salvare l'umanità sia una cosa tutto sommato meccanica ed elementare come una pala eolica.

Il preambolo serve a introdurre i numeri interessanti di un nuovo rapporto Irena, l'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. Il tema sono i costi, che è sempre un tema importante, quando si parla di transizione energetica. Secondo Irena, le rinnovabili costano sempre meno, la percentuale di energia rinnovabile che ha toccato costi più bassi rispetto ai combustibili fossili più economici è raddoppiata.

Nel 2020, il 62 per cento della produzione totale di energia rinnovabile aggiunta, pari a 162 gigawatt (GW), ha registrato costi più bassi del più economico nuovo combustibile fossile. L'energia solare a concentrazione (CSP) è scesa del 16 per cento, l'eolico onshore del 13 per cento, l'eolico offshore del 9 per cento e il solare fotovoltaico del 7 per cento.

«Le oramai più economiche rinnovabili offrono ai paesi sviluppati e in via di sviluppo una ragione di per sé sufficiente per eliminare progressivamente il carbone verso un'economia a impatto zero. Le nuove aggiunte di progetti riguardanti le energie rinnovabili di Just 2020 faranno risparmiare alle economie emergenti fino a 156 miliardi di dollari nel corso della loro vita».

L'Australia si è offesa

Il rapporto Ipcc di cui si parlava sopra menzionava anche la barriera corallina, che è un esempio classico, quasi di studio, quando si vogliono spiegare le differenze tra un mondo più caldo di 1.5° e uno più caldo di 2°C. A 2°C la barriera corallina non c'è più.

Un'altra comunicazione Onu, in questo caso da parte di Unesco, ha affrontato i gravi pericoli che corre quella australiana, facendo arrabbiare moltissimo il governo di Canberra, per il quale il Great Barrier Reef è un simbolo internazionale da difendere (e a nessuno piace essere associato a quello che fa il Brasile con l'Amazzonia) e anche una risorsa turistica ed economica. Le prospettive per la barriera corallina in Australia sono passate da «poor» a «very poor». Da cattive a pessime, insomma. La comunicazione parla di «pericolo accertato», chiede azioni immediate.

Nel paese la polemica sul governo (che è legatissimo all'industria del carbone e uno dei più lenti – eufemismo – a capire e affrontare la situazione climatica) è esplosa, anche perché l'Australia custodisce livelli di biodiversità e bellezza che pochi paesi possono vantare, ed è già sotto pressione per il disastro causato dagli incendi nel 2019 e nel 2020.

Il governo ha risposto molto piccato all'Unesco, «La barriera corallina australiana è quella meglio gestita al mondo e questa raccomandazione è stata fatta senza esaminarla di prima mano e senza informazioni», ha detto la ministra dell'ambiente australiana Sussan Ley.

Per questo numero di Areale è tutto, vi auguro buon sabato, se avete critiche, notizie, segnalazioni, messaggi di affetto o foto della barriera corallina da conservare, scrivetemi.

Per comunicare in modo istituzionale, la mail è lettori@editorialedomani.it.

Per parlare con me, scrivete a ferdinando.cotugno@gmail.com.

A presto,

Ferdinando Cotugno

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