Care lettrici e cari lettori di Domani, questo è un nuovo numero di Areale, la newsletter settimanale sull'ambiente, l'ecologia e il clima (iscriviti qui). I problemi sono tanti, quindi meglio cominciare subito.

L'inviato speciale americano per il clima John Kerry è stato in Italia, nel corso della sua articolata missione europea. A Roma ha incontrato Di Maio (Esteri), Cingolani (Mite), Giorgetti (Mise). Ha pranzato con i Ceo dell'energia italiani, Alverà (Snam), Descalzi (Eni) e Starace (Enel), sicuramente una scelta significativa, anche di quanto l'economia italiana a emissioni zero, fatta da migliaia di piccole e medie imprese, faccia invece fatica a essere rappresentata in questo tipo di contesti. E poi ovviamente Kerry ha incontrato Mario Draghi.

Filippo Attili

Sono state spese le parole di circostanza sulla fondamentale leadership italiana, che probabilmente vengono dette ovunque da Kerry, ma che per l'Italia hanno un peso particolare, visto il doppio ruolo diplomatico del nostro paese (G20 e Cop26). «A naso per l'Italia mi sembra una tirata d'orecchi», commenta l'esperto di negoziati sul clima Valentino Piana. «Kerry va dove ci sono delle criticità, ha ricordato all'Italia che sta co-organizzando una Cop decisiva e pare non stia facendo niente di livello internazionale. Il discorso di Draghi al vertice di Biden lascia esterrefatti perché riduce il nostro contributo a logistica e “side event”, non invece una vera attività diplomatica di do ut des».

È possibile che Kerry dietro le quinte abbia invitato l'Italia a esporsi di più. «Draghi si sta muovendo bene sul fronte internazionale, ma deve ancora scoprire le carte su quello che l'Italia porta sul tavolo», ragiona Luca Bergamaschi della Fondazione Ecco su clima ed energia. Due i fronti che Ecco individua come critici: la finanza climatica (l'Italia ha promesso 4 miliardi come aiuti, ne sono arrivati poco più della metà, su questo va rafforzato il ruolo di Cassa depositi e prestiti) e il ruolo di Sace, l'agenzia italiana del credito, ancora molto esposta sulle fonti fossili (a differenza della controparte britannica e di molte di quelle europee). «Dall'accordo di Parigi, l'impegno di Sace in oil & gas è aumentato», sottolinea Bergamaschi, ed è probabilmente una delle cose di cui Kerry ha chiesto conto. 

Attivismo verticale

Questa settimana Greenpeace ha fatto un'azione spettacolare sotto il palazzo dell'Eni a Roma, a margine dell'assemblea degli azionisti. Gli attivisti hanno fatto galleggiare un finto iceberg nel laghetto dell'Eur, hanno passato la notte lì e il giorno dopo sono riusciti a issare uno striscione molto eloquente sulla facciata della sede («Eni killer del clima»), a cinquanta metri di altezza. Le proteste sull'ecologia tendono a essere scenografiche e di impatto, è necessario per lottare non solo contro le emissioni in sé ma contro una soglia di attenzione pubblica che tende a essere bassa su questo tema. L'azione arriva in un momento molto delicato, nel quale il ruolo di Eni è centrale (lo dimostra anche l'invito di Kerry a Descalzi per il pranzo diplomatico) e diventa importante una corretta lettura di ogni policy raccontata come ecologica o verde.

Il petrolio e il fiume che non va nel mare

A proposito di idrocarburi, una società canadese, ReconAfrica, ha fatto partire i primi pozzi di un ampio progetto di trivellazione petrolifera nel bacino dell'Okavango, in Namibia (e in piccola parte in Botswana), a poco più di 200 chilometri dal delta del fiume, che si trova in Botswana ed è uno dei luoghi più spettacolari e ricchi di biodiversità della Terra.

La società canadese ha ottenuto una licenza per un quarto di secolo, c'è un potenziale di 120 miliardi di barili di petrolio, è una delle più grandi scoperte petrolifere degli ultimi anni e ovviamente è anche un potenziale disastro ecologico e sociale, soprattutto per le 200mila persone che vivono nell'area, escluse dalle trattative e con un'economia basata su agricoltura, pesca e turismo che rischia di andare in crisi.

Siamo in una zona desertica, quella del Kalahari, il fiume è fonte di vita e ricchezza nel corso del suo viaggio verso il delta endoreico: non finisce in mare, ma in una palude. È uno dei più grandi delta interni del mondo, un ecosistema fragilissimo, popolato di specie protette, minacciato da questo progetto di trivellazione petrolifera poco più su, che sarà in parte anche di fratturazione idraulica e che – tra le tante altre cose – si sovrappone all'areale degli elefanti della savana (specie già di suo in pericolo, ne parlammo su Areale qualche settimana fa). Qui il National Geographic ha una mappa molto chiara.

Fonti fossili e micropolitica del linguaggio

Ultima sugli idrocarburi: sulla rivista scientifica One Earth è uscita l'analisi di due ricercatori sulle tattiche di ExxonMobil per indebolire il dibattito pubblico sulla crisi climatica. Lo studio riprende un parallelo che in tanti hanno fatto di recente: quello con l'industria del tabacco e il suo ammettere formalmente i rischi ma contemporaneamente spingere a sottovalutarli, presentandoli come ipotesi remote invece che realtà scientifiche.

La nuova ricerca analizza la «micro-politica del linguaggio» applicata dai produttori di energia da fonti fossili, «un modo per ostacolare i processi, le regolamentazioni e l'attivismo», spostando il peso dall'azienda ai consumatori (D'altra parte, la stessa idea di carbon footprint individuale è stata non casualmente promossa per la prima volta da BP).

Un modo per dire: il problema è vostro, siete voi, non noi. La ricerca ha analizzato quantitativamente le parole della comunicazione di ExxonMobil dal 1972 al 2014, individuando un pattern chiaro. Nei documenti interni si parlava di aumento delle temperature, fusione dei ghiacci, modelli scientifici. In quelli pubblici di energia, sfida, efficienza, consumatori e rischi. Un modo per diluire la percezione, spostare il focus. La tattica comunicativa è stata sempre mettere a confronto da un lato i bisogni concreti dei consumatori e dall’altro i rischi ipotetici e futuri dei cambiamenti climatici, ponendo i due aspetti come in conflitto (non lo sono) e suggerendo le fonti fossili come risposta concreta (non lo erano).

Foresta che vieni, foresta che vai

È girato molto in questi giorni uno studio sviluppato da Trillion Trees, una joint venture di WWF, BirdLife International e Wcs. Parla di foreste globali, contiene buone notizie, che però vanno interpretate correttamente e inserite nel disegno più grande. Sui numeri del patrimonio forestale per altro non è sempre semplice (In realtà non lo è quasi mai).

Dall'anno 2000 nel mondo si è riforestata naturalmente (quindi con nessuno o con limitato intervento umano) un'area pari alla superficie della Francia. Gli hotspot di questa rigenerazione sono la foresta atlantica del Brasile (doppiamente significativa, perché è il Brasile), quella boreale nella Mongolia settentrionale, in Canada e alcune aree dell'Africa centrale. Ho chiesto a Giorgio Vacchiano, ecologo dell'Università Statale di Milano, come leggere questi dati. Mi ha mostrato un'altra mappa, diversa da quella dello studio del WWF.

Viene da uno studio pubblicato su Nature, racconta questo: dal 1960 a oggi il 32 per cento della superficie terrestre ha cambiato uso del suolo almeno una volta, quattro volte in più di quanto si pensasse. Succede ogni anno a una superficie di 720mila chilometri quadrati, più di quella riforestata in vent'anni nello studio del WWF.

Il cambio di uso del suolo è spesso dovuto alla creazione di spazio urbano o agricolo a danno di quello naturale, perché aumentano sia la popolazione che vive in città che il suo fabbisogno alimentare. Eppure ci sono anche dinamiche opposte. La vedete la grande macchia sull'Europa? È il ritorno delle foreste sul nostro continente, territori che si svuotano di persone e si riempiono di alberi, spesso spontaneamente (in Italia questa tendenza è stata molto forte nel periodo in questione).

Le foreste non sono immobili, sono come una marea che sale e scende con ritmi irregolari globalmente e pattern precisi localmente. Lo studio di Nature dice per esempio una cosa chiara: «C'è un processo geograficamente divergente, afforestazione e abbandono dei campi agricoli nel nord globale e deforestazione ed espansione agricola nel sud». Vacchiano ricorda un ultimo dato importante: la perdita definitiva di foreste tropicali (che non torneranno, né in modo naturale né artificiale) è stata del 17 per cento dal 1990 a oggi.

Areale americano

Nel suo attivismo ambientalista, l'amministrazione Biden si è dedicata anche al tema della protezione della biodiversità. Il Dipartimento degli Interni (guidato da Deb Haaland, della tribù nativa del New Mexico Laguna Pueblo, la prima persona nativa americana in una posizione così alta della storia Usa) ha diffuso una nota sul progetto, chiamato America the Beautiful (bonus per la citazione musicale, classica ma sempre evocativa), per conservare (più che proteggere) il 30 per cento del suolo americano (oggi siamo al 12 per cento).

La distinzione tra conservare e proteggere è importante. Il Dipartimento degli Interni punta a includere e tutelare nel percorso del 30 per cento una categoria sociale per la quale la creazione dei parchi nazionali ha spesso significato in passato impoverimento e perdita di terra: i nativi americani come Haaland. America the Beautiful mette al centro del progetto di conservazione i diritti alla terra delle nazioni tribali: creare un'area tutelata non significherà più estrometterli o cacciarli via. È un punto cruciale per tutte le aree protette del mondo, perché gli indigeni hanno sempre dimostrato di essere i migliori custodi della biodiversità e invece sono stati i più penalizzati dalla sua protezione.

Quella del Dipartimento degli Interni di Haaland è una visione evoluta e moderna del rapporto tra esseri umani e natura e di cosa è davvero il nostro areale.

Il principe, l'orso e i populisti

Avrete intercettato la storia del principe mitteleuropeo e dell'orso romeno. Ci sono degli sviluppi, ma prima un breve riassunto: l'ong romena Agent Green ha accusato il principe Emanuel del Lichtenstein di aver ucciso Arthur, l'orso bruno più grosso d'Europa. La caccia all'orso è vietata in Romania, ma il ministero dell'Ambiente può vendere licenze ad hoc per abbattere esemplari problematici. Un modo (decisamente non il migliore) per risolvere in modo brutale gli eterni conflitti tra fauna di grandi dimensioni e gli agricoltori, e monetizzare nel frattempo. Il problema è che il principe ha sbagliato orso e ha abbattuto Arthur, anziano, pacifico,  nessun problema con gli umani, animale simbolo della popolazione di orsi in Romania, famoso – appunto – per essere stato definito il più grosso del continente. È stato un caso internazionale e in Romania è diventato (tra le altre cose) un vessillo di nazionalisti e sovranisti.

È una sintesi efficace di come le storie degli animali possano essere strumentalizzate nel dibattito pubblico (succede ovunque). I populisti di destra di Aur (9 per cento alle ultime elezioni) hanno ignorato le implicazioni ecologiche di questo abbattimento e hanno diretto l'emozione pubblica contro gli «stranieri» in generale, cavalcando un sentimento xenofobo e antioccidentale. Il leader di Aur, George Simion, ha portato avanti la lettura che l'esito tragico di Arthur sia «la metafora di come sono andate le cose negli ultimi trent'anni, le industrie, le banche e le mente dei romeni rubate come è stata rubata la vita all'orso».

Al di là dei risvolti sul nazionalismo locale, è interessante come i discorsi ecologici, soprattutto quelli sulla fauna, siano difficili da tenere all'interno dell'ecologia e come gli animali carismatici siano destinati a diventare simboli (quasi sempre contro il loro interesse). Sono proiezioni umane, ma con queste ci dobbiamo confrontare.

Per questa settimana è tutto, se avete consigli, commenti, critiche, foto dal delta dell’Okavango o ricordi di Arthur, l'orso più grande d'Europa, scrivetemi a lettori@editorialedomani.it. 

Grazie! 

Ferdinando Cotugno

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