Buongiorno, lettrici e lettori di Domani, questo è un nuovo numero di Areale, la newsletter ambientale in viaggio dentro la crisi climatica. In questo weekend, Domani festeggia con voi a Parma il suo primo anno di cammino, in fondo a questo numero di Areale troverete un po’ di informazioni pratiche. Se siete in zona o se avete in programma una gita più o meno lunga, incontriamoci! Un giornale è innanzitutto una comunità.

Intro: l’archivio della crisi

Dieci anni fa, era il 2011, l’artista americana Amy Balkin iniziò a costruire un progetto sulla crisi climatica: una collezione di oggetti comuni, spesso banali (banconote, tappi, pennelli, sabbia, sassi, bottiglie) collegati all’impatto dei disastri, sopravvissuti ai disastri o da rimuovere per evitarne di nuovi, inviati da persone che vivono in luoghi che potrebbero sparire per gli effetti fisici, politici ed economici dei cambiamenti climatici, per l’innalzamento del livello del mare, l’erosione, la desertificazione, la fusione dei ghiacciai.

Foto archivio

Lo ha chiamato A People’s Archive of Sinking and Melting, «archivio popolare di ciò che affonda e di ciò che si scioglie», più o meno. I manufatti della crisi vengono da tutto il mondo, dalle isole del Pacifico agli Stati Uniti, dall’Europa all’artico. Fotografati così, fuori contesto, sembrano un’archeologia del presente fatta con lo sguardo del futuro, emanano un senso di perdita, di smarrimento, ma anche di cambiamento, speranza e trasformazione. Ogni trauma contiene la possibilità di una rinascita. È una raccolta interessante da guardare, anche per prepararsi alla Cop26, come carburante emotivo. La mostra ha girato parecchio, la collezione è consultabile su questo account Tumblr: https://sinkingandmelting.tumblr.com/.

I governi fossili e il report Ipcc

L’uscita ad agosto del nuovo rapporto dell’Ipcc (l’organismo dell’Onu deputato alla lotta contro i cambiamenti climatici) è stata un passaggio decisivo nella strada verso la Cop26 di Glasgow. Lo studio aveva lo scopo di essere una sorta di manuale di policy, un punto di riferimento per governi, delegati e società civile, sui rischi della crisi e l’urgenza di affrontarla con scelte all’altezza. Prima di vedere la luce, quel rapporto ha dovuto superare i tentativi di diversi governi di annacquarlo o modificarlo secondo un’agenda che aveva poco a che fare con la battaglia per il clima. È quello che emerge da un leak passato dal ramo investigativo di Greenpeace Uk, Unearthed, alla Bbc, con 32mila commenti dei governi coinvolti nel processo.

È interessante per esempio leggere un consigliere del ministero del petrolio dell’Arabia Saudita chiedere che venisse eliminata una frase sull’urgenza di una mitigazione delle emissioni a ogni livello, o un esponente di alto livello del governo australiano (uno dei massimi produttori di carbone al mondo) rigettare la conclusione che la chiusura delle centrali a carbone sia necessaria per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Allo stesso tempo, uno scienziato che lavora per l’Istituto indiano per la ricerca mineraria ed energetica sottolineava come fosse inutile agitarsi tanto, perché il carbone sarebbe rimasto fonte energetica fondamentale per i prossimi decenni.

Il leak permette di valutare il ruolo politico oltre che strategico che viene attribuito a una tecnologia il cui impatto su larga scala è ancora non dimostrato: il CCS, gli impianti di cattura e stoccaggio della CO2. C’è un ampio fronte di sostenitori della CCS, che hanno spinto perché il suo ruolo fosse maggiormente sottolineato, e sono tutti paesi ancora fortemente compromessi con le fonti fossili: la «verde» (ma solo in casa propria) Norvegia, la Cina, e le già citate Australia e Arabia Saudita, oltre all’Opec, l’organizzazione che riunisce i paesi produttori di petrolio. La loro scommessa su questa tecnologia è che una sua massiccia diffusione possa allungare la vita delle fonti di energia ad alte emissioni, semplicemente rimuovendo quelle emissioni dall’atmosfera.

C’è stato anche un dibattito sul ruolo del consumo di carne nella mitigazione climatica, con paesi esportatori come Brasile e Argentina che hanno contestato la riduzione dell’apporto di proteine animali (e degli allevamenti intensivi) come strumento di mitigazione delle emissioni. L’Argentina ha anche chiesto che fosse tolto il riferimento a campagne come il Meatless Monday, il lunedì senza carne. Nei documenti ottenuti dalla Bbc si intravede anche il dibattito su un altro punto di confitto: il ruolo dell’energia nucleare. L’India ha accusato Ipcc di avere un pregiudizio in materia.

La Bbc sottolinea come la maggior parte dei 32mila commenti fossero però costruttivi, e in generale c’è da aggiungere che la partecipazione dei governi è parte integrante del processo, che ha a che fare tanto con la scienza quanto con la costruzione di un consenso politico.
L’imparzialità dell’Ipcc e l’autorevolezza del report non escono danneggiate da questo leak, lo dimostra il passaggio sulla tecnologia di cattura della CO2, che è molto più attenuato di quanto avrebbero voluto i paesi produttori di petrolio e carbone: «C’è grande incertezza su quanto le fonti fossili con CCS possano essere compatibili con gli obiettivi di Parigi». Pur non togliendo valore al report, il leak però permette di avere uno sguardo efficace e non mediato su quali sono le strategie e gli interessi dei governi in vista del vertice sul clima. Il principale valore della notizia è aver costruito una mappatura delle intenzioni, dei colli di bottiglia, delle storture che rischiano di mandare a monte negoziati decisivi per il futuro della Cop26 e oltre.

La responsabilità civile della crisi

L’azione globale per il clima finora è stata divisa in due macro-categorie. La prima è la mitigazione: cosa fare per evitare di continuare a compromettere il clima. È il capitolo della riduzione di emissioni di CO2, la transizione ai veicoli elettrici, il cambiamento dell’agricoltura e delle diete, la lotta alla deforestazione e così via. La seconda è l’adattamento: come ci prepariamo ai danni che non potremo evitare, alle catastrofi di un mondo più caldo. È il capitolo delle barriere contro l’innalzamento del livello del mare, del monitoraggio e l’allerta per i disastri improvvisi, la lotta contro il consumo di suolo e così via.

Ovviamente mitigazione e adattamento sono due concetti diversi, se visti da New York o da Majuro, capitale delle Isole Marshall. È per questo motivo che esiste la finanza per il clima, il flusso che in teoria dovrebbe essere di 100 milioni di dollari all’anno per aiutare i paesi più poveri e vulnerabili a prepararsi al futuro.

Ma in questi ultimi anni, e alla Cop26 se ne parlerà parecchio, sta emergendo un terzo capitolo: come facciamo con i disastri già avvenuti o che avverranno nei prossimi anni e che la scienza riconduce al riscaldamento globale? Il diritto internazionale chiama questo faldone: loss and damage. Letteralmente, perdite e danni. È il tema più legato alla giustizia climatica, perché risponde alla domanda (teorica, ma sempre meno teorica), chi paga per i danni?

Ecco: chi paga? In teoria non ci sarebbe da discutere, se i danni sono in proporzione alle emissioni storiche (e non a quelle attuali) di gas serra nell’atmosfera, la “responsabilità civile” deve corrispondere a quelle emissioni, che vedono al primo posto gli Stati Uniti.

Bill McKibben, in un’analisi per e360, la piattaforma ambientale dell’Università di Yale, ricorda che i sobborghi americani degli anni Cinquanta hanno compromesso l’atmosfera quanto la produzione energetica cinese di oggi. E infatti, quando fu negoziato l’accordo di Parigi, gli Stati Uniti pretesero che nel trattato non ci fosse alcuna clausola di responsabilità o di compensazione.

Sono passati sei anni da allora, gli Usa sono usciti e rientrati nell’accordo, la situazione climatica si è rivelata ancora più compromessa, le emissioni non si sono ridotte e in mezzo c’è stata anche una pandemia. Non c’è dubbio che a Glasgow il tema del loss and damage tornerà di attualità (come già alla PreCop di Milano: ricordate Vanessa Nakate?), sostenuto dalle organizzazioni della società civile (che avranno un ruolo fondamentale) e dalla coalizione dei paesi più vulnerabili. Ci sarà una spinta politica affinché si parli di compensare concretamente la perdita di vite umane, economie, case, territori, cultura, identità, biodiversità.

In via teorica, di che numeri parliamo? Ci sono studi che prevedono che il loss and damage da compensare possa arrivare a superare i mille miliardi di dollari all’anno per i paesi più vulnerabili. Agli Stati Uniti sarebbe richiesto un contributo di 800 miliardi di dollari in finanza per il clima in questo decennio. Con queste cifre, siamo nell’orizzonte dell’impensabile.

Secondo McKibben, «nessuno si aspetta che il problema venga risolto a Glasgow. Sarebbe una vittoria anche solo mettere il tema del loss and damage nell’agenda. E non è che che ci saranno meno alluvioni o tifoni nei prossimi anni. E se si aggravano le siccità, aumenterà anche la sede di giustizia». È un punto di vista idealistico, ma sarà interessante vedere come il tema sarà inquadrato e discusso alla Cop26. È una delle cose da tenere d’occhio.

Il vero costo del carbone

In questi giorni si parla molto negli Stati Uniti del senatore Joe Manchin (ne avevo scritto qui) e del suo stato, il West Virginia, per difendere il quale Manchin (almeno questa è la sua versione dei fatti) si sta mettendo di traverso alla parte energetica del piano Build Back Better di Biden.

Il presidente americano ha molto (eufemismo) bisogno di presentarsi alla Cop26 con un successo domestico, ne va della credibilità della leadership americana, e potrebbe essere spinto ad accettare un compromesso al ribasso.

Ma in questo momento c’è un altro tema: quali sono i veri interessi del West Virginia, piccolo stato orientale sui Monti Appalachi? Il New York Times offre una prospettiva diversa: quando ci si chiede quali saranno i costi della transizione, è sempre bene ricordare prima quali sono i costi della crisi. E dunque un giornalista è andato a vedere come si vive a Farmington, il villaggio dal quale viene il senatore Manchin, e da lì ha ripercorso la storia dei disastri climatici dello stato. «Nessuno stato continentale degli Usa è esposto alle alluvioni quanto il West Virginia», scrive. Secondo i dati di First Street Foundation, è lo stato americano più a rischio di subire il cosiddetto «evento dei cento anni», un disastro di gravi proporzioni le cui probabilità aumentano con l’aggravarsi della crisi. In nessun altro angolo d’America queste probabilità di catastrofe sono aumentate quanto a casa del senatore Manchin. Il resto del reportage qui.

Un altro pezzo di prospettiva arriva dalla Cnn: molto semplicemente, l’energia prodotta dal carbone in West Virginia è diventata così cara che le persone d’inverno stanno pagando bollette più care della rata del mutuo. In media negli Usa il carbone è al 19 per cento del mix energetico. Qui è all’89 per cento. Un costo che stanno pagando i cittadini. Qui il resto della storia.

A margine, ma non troppo: c’è un nuovo studio Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. È stato fatto in collaborazione con Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), si intitola Renewable Energy and Jobs: Annual Review 2021 e calcola il numero di persone che globalmente lavorano nel settore delle fonti rinnovabili. Sono 12 milioni. Nella filiera del fotovoltaico lavorano 4 milioni di persone. In quella dell’eolico 1,25. Il dato più interessante però è un altro: il 39 per cento di questi lavori è in Cina. Seguita da Brasile, India, Stati Uniti ed Europa. È un treno che non possiamo perdere, ma è anche un treno che stiamo già perdendo se quasi un lavoratore su due nelle rinnovabili è in Cina.

Allucinazioni dalla sesta estinzione

Il fotografo Jim Naughten crea immagini oniriche e stranianti di animali ed ecosistemi, usando lenti colorate e un immaginario allucinato, a metà strada tra i sogni del mattino e Pripyat. Le foto fanno parte di una serie chiamata Eremozoic, in mostra alla Grove Squadre Galleries di Londra fino al 18 novembre. Tra le immagini c’è quest’orso bruno in un campo di erba rosa, del quale non so che pensare ma che non riesco a smettere di guardare.

Foto Eremozoic

«Sono interessato a come, nell’equivalente evolutivo di un battito di ciglia, gli esseri umani siano arrivati a dominare e travolgere il pianeta e a quanto sia diventata pericolosa la nostra relazione con il mondo naturale. Vorrei che questo lavoro creasse consapevolezza su questa disconnessione e sulle nostre idee immaginarie della natura, e che portasse la possibilità di un cambiamento positivo». La parola “eremozoic”, che dà il titolo al progetto, è stata coniata dal biologo E.O. Wilson per indicare questa fase evolutiva della nostra storia, quella di un’estinzione di massa causata dall’attività umana. Qui il resto del lavoro di Jim Naughten.

Ci vediamo a Parma?

Oggi e domani, Domani celebra il suo primo anno di storia a Parma, nell’Auditorium Paganini. Due giorni di dibattiti, conversazioni, interviste, incontri, scambi, con giornaliste e giornalisti di Domani, artisti, scrittori, scrittrici, letture, disegni. Io e il direttore Stefano Feltri intervisteremo il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, ma ogni singolo evento sarà interessante. Se potete, siateci. Se ci siete, scrivete.

Questo è il programma:

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Per considerazioni, spunti, suggerimenti, critiche e per prendere un caffè a Parma, la mail è ferdinando.cotugno@gmail.com.

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A presto!

Ferdinando Cotugno

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