Bucine è un comune di 10mila abitanti in provincia di Arezzo. Confina con il comune di Castelnuovo Berardenga, cioè con il collegio elettorale di Siena (Toscana-12) dove il prossimo 3 ottobre si voterà per eleggere un nuovo deputato al posto di Pier Carlo Padoan, l’ex ministro dell’Economia che si è dimesso per diventare presidente della banca Unicredit.

A Siena corre il segretario del Pd Enrico Letta, toscano di Pisa. Bucine è uno dei numerosi luoghi in cui da mesi i carabinieri forestali, attivati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Firenze, cercano le tracce dei rifiuti tossici provenienti dalle concerie del distretto di Santa Croce sull’Arno (Pisa). Nei giorni scorsi si è saputo che proprio a Bucine sono state trovate massicce tracce di arsenico in un terreno su cui sono state costruite delle case.

L’arsenico, secondo gli inquirenti, proviene dal materiale di riempimento fornito dall’impianto di riciclaggio di Francesco Lerose, l’imprenditore calabrese che la Dda considera legato alla cosca della ‘ndrangheta di Nicola Grande Aracri. Lerose è stato arrestato il 15 aprile scorso, insieme ad alcuni esponenti di vertice dell’Associazione conciatori di Santa Croce, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo smaltimento illegale dei rifiuti. In particolare sono finiti gli arresti domiciliari il presidente dell’Associazione conciatori Alessandro Francioni, 74 anni, l’ex direttore Piero Maccanti, 74 anni e l’attuale direttore dell’Associazione Aldo Gliozzi, 52 anni. Da quel giorno i carabinieri forestali stanno setacciando, nel vero senso della parola, ogni angolo della Toscana per rintracciare le migliaia di tonnellate di veleni che gli industriali della concia hanno fatto mettere sotto terra da Lerose.

A Massarosa, in provincia di Lucca, sulle sponde del lago di Massaciuccoli dove Giacomo Puccini aveva edificato il suo buen retiro, le analisi confermano l’ipotesi che Lerose, nei primi mesi del 2019, abbia seppellito 3.300 metri cubi di rifiuti provenienti da Santa Croce. A Crespina, 25 chilometri da Pisa e 29 da Santa Croce, le analisi del terreno rivelano la presenza di quantitativi abnormi di cromo, chiaro indizio del sotterramento, presumibilmente avvenuto nel 2018, di un quantitativo «allo stato non determinato ma comunque ingente» di inquinanti.

Le strade dei rifiuti tossici

Sotto la strada regionale 429, che collega Empoli a Poggibonsi, le analisi del terreno confermano che al momento della costruzione sono state usate come materiale di riempimento del rilevato stradale circa 8mila tonnellate di materiale tossico. Questi veleni, dilavati dalla pioggia, si diffondono nei terreni agricoli circostanti e penetrano la falde acquifere, provocando un disastro ambientale molto serio.

Le indagini fanno emergere un dato inequivocabile: l’imprenditore Lerose ha smaltito gli scarti della lavorazione delle pelli, il keu (residuo solido contenente cromo) miscelato con i rifiuti inerti, dove non avrebbe potuto: rilevato stradale di strade statali, terreni, un’area di stoccaggio, il sottosuolo dell’aeroporto di Pisa. Per confermare questo dato bisogna rispondere a una domanda semplice: è vero che in questi siti è finito il cromo (anche esavalente, quindi cancerogeno di secondo livello) portato da Lerose in quantità superiori ai limiti di legge, quindi illegalmente? La risposta è affidata alla consulenza del geologo Giovanni Balestri, un professionista che qualche anno fa ha aiutato la procura di Napoli nell’indagine sulla discarica di Giugliano (provincia di Napoli), la Resit di Cipriano Chianese, dove i veleni hanno inquinato la falda. I siti che in Toscana Balestri sta monitorando sono undici, per dieci i primi esiti rispondono affermativamente alla domanda dei pubblici ministeri.

Il keu, proveniente dalla lavorazione del consorzio recupero cromo, veniva affidato a Lerose che lo smaltiva illegalmente, assumendosi un compito, per così dire, decisivo: far scomparire il residuo inquinante delle concerie facendo contenti controllori e controllati.

L’assessora toscana all’Ambiente Monia Monni ha annunciato una imponente bonifica delle aree inquinate: «Partiremo quanto prima con gli interventi, ma le tempistiche non saranno banali». Eppure di tutto questo non si parla nella campagna elettorale per le suppletive di Siena. Il governatore toscano Eugenio Giani dieci giorni fa ha dato una fluviale intervista all’edizione fiorentina della Repubblica e in un ampio bilancio del suo primo anno di governo («possono esserci stati degli errori ma in una fase così dura ho dato tutto me stesso») ha parlato di Covid, Monte dei Paschi, infrastrutture, crisi economica culminata nei 422 licenziamenti alla Gkn di Campi Bisenzio, addirittura di profughi afghani e di rapporti politici con la componente renziana della maggioranza. Ma non ha speso una sola parola sull’emergenza ambientale, che è anche emergenza politica, portata alla ribalta dall’inchiesta della Dda. Su cui una notazione è d’obbligo: i veleni sotterrati di cui parliamo sono quelli scoperti dall’inchiesta della Dda, ma non sappiamo quanti altri ce ne siano in giro per la Toscana. È ragionevole credere che tutti gli smaltimenti illegali degli ultimi decenni siano stati scoperti?

Il silenzio di Letta

Lo stesso Letta, in una campagna elettorale per lui decisiva (ha detto che se perde lascerà la segreteria del Pd), parla di tutto fuorché del caso concerie, in cui pure è indagato per corruzione il suo luogotenente di Pisa, il consigliere regionale Andrea Pieroni. Le ragioni di questa rimozione collettiva, che non è solo della politica, vanno ricercate nella particolare struttura a “matrioske" della vicenda. La bambolina più piccola è l’unica che la classe dirigente toscana si dà pena di discutere, come se fosse una novità inimmaginabile, quando invece è sotto gli occhi di tutti da decenni: l’infiltrazione della criminalità organizzata in Toscana che si sarebbe rivelata con l’arresto di Lerose. La reazione di Giani alla deflgrazione dell’inchiesta è stata la proposta di una commissione antimafia regionale.

La prima bambolina sta dentro quella un po’ più grande dei rapporti tra ’ndrangheta e industria conciaria, in cui la criminalità organizzata con tutta evidenza fornisce un servizio prezioso alle imprese che sono le sue mandanti. Poi c’è la terza bambolina, ancora più ampia, che contiene le prime due, ed è quella dei rapporti tra l’industria del cuoio e la politica che ne tutela in ogni modo gli interessi. Il consigliere regionale Pieroni è indagato per corruzione per avere, nell’ipotesi investigativa, ricevuto denaro dall’Associazione conciatori in cambio della presentazione di un emendamento (approvato dal consiglio regionale nel maggio 2020) che allentava la severità delle norme ambientali sullo smaltimento dei rifiuti.

La sindaca di Santa Croce Giulia Deidda è indagata per associazione a delinquere insieme ai vertici dell’Associazione conciatori e a Lerose. Ledo Gori, capo di gabinetto (subito silurato) di Giani e del precedente governatore Enrico Rossi, è indagato per corruzione, il direttore del settore Ambiente della ragione Toscana, Edo Bernini, è indagato per abuso d’ufficio. Lo stesso Rossi, lambito dalle polemiche, si è scatenato contro Giani e Pieroni accusandoli di aver aiutato i conciatori in modo «surretizio e subdolo». C’è infine la quarta matrioska, la più grande, che contiene tutto: l’implicita e indicibile alleanza di fatto tra mafie, politica e imprese sembra per le industrie inquinanti l’unica soluzione al problema del rapporto tra produzione e ambiente.

Tutti sanno tutto

Fino a 50 anni fa le concerie di Santa Croce buttavano tutto nel canale Usciana, affluente dell’Arno che a sua volta arrivava al mare come una fogna a cielo aperto. In questi decenni sono stati fatti molti passi avanti, sono stati costruiti costosissimi depuratori e adesso l’Arno è molto più pulito. Il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto, si è fatto molto ma non abbastanza. E resta la questione dei fanghi inquinanti che escono dai depuratori. Nel frattempo la questione si è ulteriormente ingarbugliata per colpa della globalizzazione: produrre senza avvelenare costa, e i conciari di Santa Croce faticano a sostenere la competizione sui prezzi dei concorrenti di paesi dove si può inquinare più liberamente.

Per Santa Croce è in gioco la sopravvivenza: qualcuno sostiene che le concerie sono in sé non ambientalmente sostenibili per la stessa loro dimensione concentrata su un territorio così piccolo. In ogni caso i costi di una produzione davvero pulita le metterebbe fuori mercato, e questo ripropone (come a Taranto con l’acciaio) l’eterno conflitto tra ambiente (e salute) e lavoro. All’indomani dell’avviso di garanzia per associazione a delinquere la stessa sindaca Deidda è stata chiara: «Santa Croce rischia il collasso se fermano il depuratore, in gioco ci sono seimila posti di lavoro».

Il sistema Toscana

Ciò che veramente non torna in tutta questa storia è il tentativo della politica (non solo del Pd che governa la Toscana da sempre ma anche di tutti gli altri partiti, con piccole eccezioni) di far finta che sia una questione nuova e imprevista. Lo scandalo dei rifiuti tossici è all’ordine del giorno dal secolo scorso come pure il tema della partecipazione di mafia, camorra e ’ndrangheta al sistema dello smaltimento criminale dei veleni.

Almeno dagli anni Ottanta i piccoli porti della Toscana si sono proposti come crocevia del traffico internazionale dei rifiuti, cioè dell’esportazione dei veleni prodotti da industrie non solo toscane ma anche del nord Italia. Non potendo caricare le navi dei veleni nei porti del nord, dove più vigile era l’opposizione ambientalista, le società specializzate, facendosi pagare lo smaltimento a carissimo prezzo dalle industrie in cambio della serenità di non sapere dove sarebbero finiti i propri veleni, andarono prima al porto di Marina di Carrara, normalmente specializzato nel traffico di marmo. La Sirteco di Agrate Brianza scaricava in Romania, al porto di Sulina. La Jelly Wax di Milano nel 1987 fa salpare da Marina di Carrara una nave diretta a Gibuti con 2.100 tonnellate di rifiuti chimici, ma Gibuti all’ultimo momento naga l’autorizzazione allo scarico e la nave deve puntare sul Venezuela dove riesce a smaltire.

Subito dopo un’altra nave tenta di scaricare in Venezuela ma le autorità locali si sono svegliate e la Radhost, 2.400 tonnellate di veleni a bordo, deve tornare a scaricare in Libano. Intanto si sono accese le luci delle proteste e il porto di Marina di Carrara diventa impraticabile, gli smaltitori provano a Genova ma il primo porto italiano non abbocca, e allora trovano il microscopico porto di Pisa, una piccola darsena collegata con il porto di Livorno da un canale navigabile. Una società all’uopo costituita, la Ecomar servizi e sistemi di ecologia integrata (suona bene), chiede nel 1988 l’autorizzazione a far partire dal porto di Pisa 4mila tonnellate di rifiuti chimici 150 delle quali, provenienti dalla società elettromeccanica Elma di Torino, contengono il temibile policlorobifenile (Pcb).

Il sindaco di Pisa dà l’autorizzazione il giorno stesso della richiesta con una motivazione di notevole pregio: «Inutile porsi problemi moralistici, tanto se questa roba non parte da Pisa parte da altri scali». In gioco ci sono i 20 (venti) posti di lavoro della cooperativa dei portuali. Da Pisa le navi vanno verso la Nigeria e scaricano al porto di Koko. Anche stavolta il governo nigeriano se ne accorge e ne scaturisce un incidente politico di prima grandezza tra i due paesi. Tra Nigeria e Italia siamo noi a fare la figura dei selvaggi, con buona pace dei nostri razzisti.

Gelli e camorra

Fatto sta che è diventato sempre più difficile esportare i veleni, prodotti, è bene ripeterlo, non dalla mafia ma dal fior fiore dell’industria italiana, quella che ama autoproclamarsi campione della sostenibilità ambientale. A un certo punto si è capito che era più semplice seppellirli dietro casa. E la Toscana è dagli anni ’90 non solo uno dei “dietro casa” preferiti dagli avvelenatori ma anche uno dei maggiori centri di produzione di rifiuti tossici che, quando non trovano sistemazione in loco, vengono esportati prevalentemente in Campania.

Ed è lì che un giorno si scopre nel business c’è anche Licio Gelli, capo della loggia massonica P2 morto due anni fa, la cui celebre villa Wanda è a Castiglion Fibocchi, 17 chilometri da Bucine. Nessun nesso tra le due vicende, però la coincidenza quasi pretende un valore simbolico. Il ruolo di Gelli è stato ricostruito nel processo a carico dell’inventore dell’ecomafia in Campania, l’imprenditore, avvocato ed esponente di Forza Italia Cipriano Chianese, poi condannato a 18 anni di carcere. Nulla di penalmente rilevante, ma un politico alle prese con il rapporto tra industria e ambiente farebbe meglio a tenere presente questa ragnatela triangolare di rapporti tra criminalità organizzata, industria e massoneria.

Quando Chianese viene arrestato, nel 2006, l’ordinanza firmata dal gip Umberto Antico spiega che i casalesi non sono solo coppola e lupara ma un intreccio di politica, imprenditoria e anche massoneria. Quando nel 1993, con l’indagine Adelphi (il nome richiama i membri di una setta segreta risorgimentale), spunta fuori il nome di Licio Gelli, gli affiliati dei clan si insospettiscono. Anni dopo l’ex boss Dario De Simone confessa che si era stupito nel leggere il nome del Venerabile nelle carte dell’inchiesta e aveva chiesto lumi agli uomini del clan: «Si diceva che Gelli fosse amico di Gaetano Cerci e che lo avesse conosciuto tramite il suo meccanico».

Cerci fa parte del clan dei casalesi ed è imparentato con il capo, Francesco Bidognetti. Successivamente lo stesso De Simone spiegherà il ruolo che Gelli aveva assunto, secondo quanto riferitogli, nell’organizzazione. Il braccio destro del boss Augusto La Torre, Mario Sperlongano, collaboratore di giustizia, conferma: «Da informazioni ricevute sempre dal La Torre e confermate da tutti, l’organizzazione del traffico afferiva a Licio Gelli, il quale aveva preso diretti accordi con Domenico Bidognetti detto “Mimì o’ Bruttaccione”. So che questi venne tra l’altro identificato proprio presso l’abitazione di Gelli, ad Arezzo o in provincia». A meno che quei pentiti non volessero mettere in difficoltà il Venerabile con storie inventate, il capo della P2 era anche nell’affare rifiuti. Ma i riscontri non mancano, i collaboratori di giustizia che hanno indicato Gelli come intermediario tra industriali e camorra sono almeno otto.

Nell’ordinanza citata si può leggere: «I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, La Torre, Quadrano e Di Dona, sia de relato che per scienza diretta». In un’informativa della direzione investigativa antimafia del 1997 venivano riportate distinte identificazioni di persone viste far ingresso presso villa Wanda. Duro l’atto d’accusa della procura: «Risulta indiscutibile che Gaetano Cerci e Guido Mercurio abbiano personalmente incontrato Gelli Licio nel 1991; e che Cerci fungesse da referente di Francesco Bidognetti, quale dominus del traffico dei rifiuti destinati allo smaltimento illecito, incontrollato o abusivo, nelle discariche del casertano; è altamente probabile che, attesa la specializzazione del Cerci nel traffico dei rifiuti e il ruolo servente, da parte dello stesso, per gli interessi del clan dei casalesi, la ragione essenziale degli incontri con Gelli fosse quella di garantire un flusso di rifiuti provenienti dal nord Italia o dalla Toscana; è affermato da plurime diverse fonti, richiamanti gli stessi protagonisti dei traffici – Cerci, Bidognetti, Chianese, Di Puorto – che Gelli fungesse da principale referente dei flussi dei rifiuti provenienti dal Nord Italia, ossia da “consapevole intermediario” nei traffici illeciti».

Nonostante dalle risultanze dell’inchiesta i magistrati abbiano la certezza che Gelli fosse consapevole della natura criminale dell’attività nonché della reputazione dei suoi amici campani, il capo della P2 viene solo indagato. Il gip respinge le richieste cautelari, non condividendo le considerazioni svolte dai pm, e scrive: «Non è possibile valutare se abbia fatto affari con singoli soggetti o con la criminalità organizzata».

Ma il punto che qui interessa non è se Gelli fosse affiliato alla camorra o solo partner in affari, la questione è che a villa Wanda, in Toscana, il traffico dei rifiuti tossici aveva uno snodo decisivo. E lo sappiamo da decenni.

A raccontare l’origine dei traffici di rifiuti in Toscana è un altro pentito di camorra, Nunzio Perrella: «Dopo aver trafficato per anni in droga ho capito che i rifiuti erano una miniera d’oro. Così ho conosciuto Mariano Fornaciari, titolare della società toscana Italrifiuti. Insieme abbiamo ottenuto l’esclusiva per il trasporto di migliaia e migliaia di tonnellate di immondizia nelle discariche della Campania. Eravamo grandi, in questo: in tutt’Italia nessuno è mai riuscito a fare quello che facevamo noi a Napoli e dintorni. Ci guadagnavamo tutti: su ogni chilo di rifiuti, 10 lire andavano a noi dei clan e 25 a Perrone Capano (assessore provinciale, prescritto nell’inchiesta penale ndr) per i liberali».

Questa è la storia del rapporto tra industria toscana e ambiente, una storia avvelenata dal cromo, dall’arsenico, dal pcb, e dalle mafie. Eppure si continua a parlare d’altro.

 

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