Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Tutti i collaboratori che hanno parlato della genesi, della deliberazione e dell’esecuzione delle stragi; i testi che, come si vedrà, hanno illustrato vari aspetti di questa vicenda; indefettibili argomenti di ordine logico, portano a concludere che le azioni delittuose per cui è processo furono ideate e deliberate da soggetti organicamente inseriti nell’associazione criminale denominata “cosa nostra”.

I capi di questa organizzazione vi furono coinvolti non tutti e non tutti alla stessa maniera, giacché, come si vedrà, la deliberazione di dar via alla campagna stragista non passò attraverso gli organismi “istituzionali”, ma attraverso esponenti di spicco dell’associazione, che si ritrovarono insieme in una “strategia” maturata lentamente e costituente il cemento della loro già collaudata unione.

In particolare, i soggetti di questa organizzazione a cui vanno addebitate le stragi sono: Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Bagarella Leoluca, Messina Denaro Matteo, Brusca Giovanni, Graviano Giuseppe, Graviano Filippo e, in parte, Ferro Giuseppe.

L’istruttoria dibattimentale ha consentito non solo di ricostruire le tappe del processo deliberativo, ma anche di penetrare il momento genetico di questa deliberazione; di ricostruire, addirittura, le tappe dell’accostamento “psicologico”, da parte degli odierni imputati, all’idea stessa di una campagna stragista; infine, di comprendere gli obiettivi e le finalità che la animarono.

Questa comprensione è venuta sia dall’illustrazione puntuale di fatti e circostanze che riguardano direttamente i fatti per cui è processo, sia dalla disamina dibattimentale di fatti ed eventi apparentemente lontani da quelli in imputazione: o perché li precedettero, o perché talvolta li seguirono, o perché riguardarono soggetti estranei al capo d’imputazione.

Di tutti questi fatti occorrerà, perciò, parlare, giacché tutti contribuiscono a chiarire il quadro in cui questi reati si iscrivono.

Dall’esame di questo insieme di elementi si comprende che mai, prima del mese di luglio ’92, vi fu “attenzione”, da parte di esponenti mafiosi siciliani, verso il patrimonio artistico e storico nazionale; che la reazione statale alle stragi del 1992 (soprattutto a quelle di Capaci e via D’Amelio) determinò uno stato di “sofferenza” nei singoli e nei gruppi che componevano l’universo mafioso siciliano; che, lentamente, si fece strada nella mente di alcuni mafiosi l’idea di ricattare lo Stato attraverso la minaccia alle persone e ai beni culturali; che alcune improvvide iniziative “istituzionali" rafforzarono questo convincimento; che nell’aprile 1993, per la prima volta in questo Paese (e, probabilmente, per la prima volta in Europa), prese corpo la risoluzione criminosa di un attacco in grande stile allo Stato, per piegarlo, con la forza, agli interessi della consorteria criminosa di appartenenza (la “mafia”).

Lo scopo di questa campagna fu, genericamente, quello di ricostituire condizioni di “vivibilità” per l’associazione.

Lo scopo generale prese corpo in una pluralità di scopi specifici e, in taluni casi, soggettivi. Scopi specifici furono l’abrogazione della normativa penitenziaria contemplante l’isolamento carcerario dei mafiosi; la chiusura di alcune carceri “speciali” (Pianosa e l’Asinara); la sterilizzazione della normativa sui “collaboratori di giustizia”; l’avvilimento della cultura dell’antimafia mediante l’eliminazione di un giornalista (a torto o a ragione, non interessa) considerato esponente di quella cultura.

Scopi “individuali”, o soggettivi, furono quelli che animarono la condotta di singoli compartecipi. Questi scopi affondavano le loro radici nella storia personale e familiare di ognuno di loro ed ebbero, per taluni, un ruolo non secondario nell’ideazione o nell’esecuzione delle stragi (i Graviano avevano da vendicare il padre contro Contorno; Spatuzza aveva da vendicare il fratello contro questa stessa persona; Bagarella doveva «tenere alto l’onore dei corleonesi»). Essi si aggiunsero, per taluni, agli scopi obiettivi dell’associazione e contribuirono tutti a formare la “motivazione” della tremenda stagione di fuoco e di sangue vissuta dall’Italia tra il mese di maggio del 1993 e il mese di aprile del 1994.

Le pagine che seguono saranno dedicate all’illustrazione dei vari punti sopra evidenziati, partendo dalle strategie di “cosa nostra” fino al mese di luglio del 1992; poi verrà illustrata la genesi della campagna stragista; infine, si parlerà della risoluzione criminosa dell’aprile 1993.

Seguendo lo schema consueto, verrà prima riportato ciò che dicono, sull’argomento, i personaggi (non sempre collaboratori, in questo caso) informati; poi verranno illustrate le valutazioni della Corte.

La strategia di “cosa nostra” fino al luglio 1992

Trattando questo argomento di carattere generale non si vuole certamente tracciare un profilo completo delle strategie perseguite da “cosa nostra” nel tempo, sia perché non è questa la sede appropriata, sia perché questa Corte non dispone degli strumenti necessari. L’argomento, com’è evidente, interessa gli storici ed i sociologi e nelle sedi del dibattito storico o sociologico va trattato.

Molto più limitatamente, a questa Corte interessa mettere in evidenza, invece, avvalendosi sia di dati tratti dalla comune esperienza, sia di dati consegnati alla storia di questo Paese, sia dei contributi conoscitivi forniti da vari dichiaranti, che mai, prima del mese di luglio del 1992 (cioè, prima dell’entrata in vigore della legge 7-8-92, n. 356) vi fu “attenzione” da parte dei mafiosi siciliani al patrimonio artistico e storico nazionale, giacché le strategie dell’associazione guardarono sempre agli uomini delle istituzioni: per avvicinare quelli che potevano favorirla (ed erano disposti a farlo); per eliminare quelli che le contrastavano il passo.

In questo senso si sono espressi, innanzitutto, i dichiaranti che si sono rivelati addentro alle strategie dell’associazione negli ultimi vent’anni: Brusca Giovanni, Cancemi Salvatore, Sinacori Vincenzo, Ferro Giuseppe, La Barbera Gioacchino; tutti, ognuno a modo proprio e ognuno in base alle proprie personali conoscenze, hanno parlato di questa attenzione di “cosa nostra” sugli uomini delle istituzioni.

Il quadro che n’è venuto fuori è assolutamente coerente. Per questo, e per le altre considerazioni che verranno svolte, può costituire sicuramente il punto di partenza del discorso che ci riguarda.

Le dichiarazioni dei soggetti informati

Brusca Giovanni (Entrato in cosa nostra negli anni ’70 – Arrestato il 20-5-96 – Collaborante dal luglio del 1996).

Il Brusca è colui che ha deposto per ultimo su questo argomento, ma lo ha fatto più a lungo di altri e più particolareggiatamente. Per questo conviene iniziare proprio da lui.

La strategia di “cosa nostra” tra il 1990 e il mese di luglio 1992 è stata, molto significativamente, così sintetizzata dal collaboratore:

«E allora, era di eliminare, per quello che io, ero alle mie conoscenze, in linea di massima, tutti i nemici, cioè, amici o nemici in qualche modo chi aveva fatto politica per conto suo avvalendosi della mafia, o quelli che realmente erano nemici.

E paradossalmente qualsiasi sia stata la eventualità di una trattativa con lo Stato, cioè di eliminare Falcone e Borsellino, cioè questi due obiettivi, c'era il futuro di contrastare lo Stato con gli uomini delle istituzioni.

Per avere un qualche beneficio, o beneficio, scendere a patti con lo Stato, o riagganciare quei vecchi... no quei vecchi, cioè, riagganciare nuovi equilibri politici o istituzionali per benefici per quanto riguarda Cosa Nostra».

Ha spiegato, poi, che i nemici dichiarati erano i giudici Falcone e Borsellino, il questore di Palermo La Barbera, il dirigente del Commissariato di Castelvetrano (dr. Calogero Germanà); gli amici «che avevano fatto politica per conto suo avvalendosi della mafia” erano l’on. Lima e gli altri esponenti della sua corrente (tra cui l’onorevole Purpura), vale a dire i “fondamenti che l’onorevole Andreotti aveva in Sicilia».

Queste persone, in base alle decisioni comunicategli da Riina agli inizi del 1992 a casa di Girolamo Guddo, erano senz’altro da eliminare (a parte il dr. Germanà che, sembra, non sia stato oggetto di discussione nelle riunioni di quel periodo).

V’era, poi, a suo dire, un altro gruppo da eliminare ed era quello che «faceva politica alle spalle di Cosa Nostra, quindi per non buttare fuori i suoi scheletri, che faceva politica per comodità sua, tipo l’onorevole Vizzini».

Sa, poi, che v’era l’intenzione di uccidere l’onorevole Mannino, ma non sa per quale motivo. Dell’onorevole Claudio Martelli ha detto che era nelle mire dell’organizzazione perché era andato in Sicilia, si era preso i loro voti (in almeno due tornate elettorali) e poi aveva girato loro le spalle, mettendosi “sotto le ali” protettive del dr. Falcone.

[in nota: Ecco cosa ha detto, specificamente, sull’on. Martelli:

«L'onorevole Martelli è venuto in Sicilia a fare un patto con la mafia per venirsi a prendere i voti. Ed è stato votato il Partito Socialista per ben due volte: prima alle regionali, o alle provinciali, e poi alle nazionali.

A un dato punto, quando poi l'onorevole Martelli, all'accordo con... accordo poi, ripeto, che non so dei due come è nata, cioè se Giovanni Falcone, il giudice Giovanni Falcone ricattava Martelli, o Martelli per salvarsi dagli attacchi che gli venivano puntati il dito come mafioso, si andò a mettere sotto le ali del dottor Giovanni Falcone, per non farsi additare più come mafioso.

E di questo ne parlavamo con Salvatore Riina per dire miserabile, vigliacco, si è spaventato e si è andato a mettere sotto le ali di Giovanni Falcone per proteggersi dalle accuse di mafia.

Pubblico ministero: Questo era il giudizio vostro.

Imputato Brusca G.: Sì. Mio e... Io con Salvatore Riina. Cioè Salvatore... 'si è andato a mettere sotto le ali, vigliacco, miserabile, cioè si è spaventato' e non ha più portato in avanti il progetto, gli impegni che lui aveva preso.

Ripeto, io non so quali impegni aveva preso, quali contatti aveva, perché a me bastavano poche parole per potere riuscire a capire qual era l'orientamento»].

Intorno al dr. Falcone ha precisato che era nel mirino di “cosa nostra” da lungo tempo. Infatti, già nel 1983, una settimana dopo l’uccisione del giudice Chinnici, fu incaricato da Riina di organizzare un attentato contro il magistrato.

Un vero e proprio attentato contro Falcone fu quello del 1989, consumato all’Addaura. Queste varie decisioni di morte furono poi concretamente attuate.

Dopo essere stato a Roma, nel 1991, insieme a Bagarella, per studiare la possibilità di un attentato al dr Falcone (qui rimasero, ha detto, un paio di giorni e individuarono il ristorante “Sora Lella”, dove, a dire di Riina, era possibile intercettarlo), egli personalmente portò a termine l’attentato contro il magistrato suddetto (23-5-92); un’altra “squadra” uccise Salvo Lima (12-3-92) e un’altra ancora il dr. Borsellino (19-7-92). Con la sua autorizzazione fu ucciso dai catanesi l’isp. Lizio Giovanni (27-7-92).

Bagarella pose in essere il tentativo contro il dr. Germanà (14-9-92). Ha aggiunto che nel 1991-92 vi fu una squadra attiva su Roma nel tentativo di intercettare ed assassinare il giornalista Costanzo Maurizio. Intuì, già allora, che questa squadra era composta da Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Renzo Tinnirello. Successivamente, ebbe la conferma di questo tentativo da Matteo Messina Denaro, nel 1995.

Non sa se questa squadra fu incaricata, all’epoca, di attentare anche alla vita dell’on. Martelli. Il dr. Costanzo doveva essere ucciso, ha precisato, perché portava avanti «una sua campagna antimafiosità».

La goccia che fece traboccare il vaso verso costui fu una trasmissione televisiva in cui si parlava di mafiosi ricoverati in ospedale per motivi di malattia. Nel corso di questa trasmissione fu fatto il nome di Francesco Madonia; si parlò di un suo presunto tumore e Costanzo concluse il discorso con l’irriverente espressione: «Se non ce l’ha, che ci venga».

Di questa trasmissione, dice Brusca, parlò con Riina e gli «presentò il suo sdegno», sollecitando provvedimenti contro il giornalista. In effetti, Riina gli disse che ci stava già pensando e che c’era chi stava già lavorando ad un progetto contro il giornalista («No, ci sto pensando, c’è chi ci sta lavorando»). Ciò avvenne, dice Brusca, prima della sentenza della Cassazione sul “maxi-processo” (cioè, prima del 31-1-92). Di un tentativo contro il dr. Costanzo si riparlò, ha detto, dopo la strage si Capaci, in un incontro che ebbe coi “catanesi” (Eugenio Galea ed Enzo Aiello). Costoro si presero l’impegno di portare a termine l’attentato con armi tradizionali.

Ha precisato che queste varie azioni di morte erano già state decise prima della sentenza della Cassazione sul maxi-processo.

Riina non volle aprire la campagna prima della chiusura del processo suddetto per evitare che un eventuale verdetto negativo venisse imputato alle azioni cruente che erano in programma.

Lo scopo di questa campagna, ha ripetuto, era quella di sbarazzarsi dei nemici e ricercare nuovi contatti col mondo politico, dal momento che le vecchie garanzie erano saltate.

Per perseguire questi obiettivi non si pensò mai, nel 1992, ad attentati contro il patrimonio artistico, ma sempre ad aggressioni verso gli uomini.

Infatti, ha detto di non aver mai sentito parlare di attentati da compiersi, nel 1992, fuori della Sicilia (Firenze, Milano o altro) e diretti contro edifici di interesse artistico o storico: «No, guardi, io di questa attività decisionale non ne so nulla.

So che c'era una squadra che lavorava fuori dalla Sicilia. Ma io, nella attività delle opere artistiche, per la prima volta che io sento parlare di questi fatti, quando sono scoppiate le bombe nei vari...

Pubblico ministero: Nelle varie città. Imputato Brusca G.: ... obiettivi, cioè, le varie città.

Prima di quella occasione, non ne ho mai sentito parlare in Cosa Nostra e quelle che sono le mie conoscenze, di colpire questi fatti. Però le mie, ripeto, le mie sono deduzioni. Vengono da una mia esperienza personale diversa di quelli che sono stati gli obiettivi».

In base alla sua ventennale esperienza in “cosa nostra”, fino al luglio del 1992 gli obiettivi dell’associazione furono sempre uomini delle istituzioni. Dice infatti: «Dottor Chelazzi, partendo dal primo omicidio eccellente che io ho fatto, e poi per quelli che sono stati fatti prima che io cominciassi a compiere degli omicidi eccellenti, cioè dal colonnello Russo in poi, e prima di me chi li aveva commessi – quindi vent'anni, trent'anni di storia – sono stati sempre uccisi uomini dello Stato: carabinieri, magistrati, poliziotti. Sempre uomini dello Stato, cioè uomini delle istituzioni.

Non avevo mai sentito parlare dalla mafia, cioè da mio padre, da Salvatore Riina, tutte le persone che conoscevo, di compiere attentati verso le opere d'arte, verso il patrimonio artistico dell'Italia. Cioè, hanno sempre eliminato l'avversario fisico».

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