Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Un fenomeno che è stato osservato dalla Commissione nel corso della legislatura e che ha destato inquietudine anche negli organi di informazione, riguarda l’utilizzo per fini commerciali del brand “mafia” o, più in generale, di denominazioni, marchi e insegne che evocano riferimenti alla mafia o ad esponenti mafiosi noti alle cronache per essere stati artefici di efferati crimini. Non di rado è accaduto, purtroppo, che questo espediente sia stato utilizzato anche come veicolo di promozione all’estero di alcuni prodotti agroalimentari per connotare in modo più spiccato il loro essere made in Italy.

Si tratta di un fenomeno, invero, non del tutto nuovo in altri segmenti dell’economia, qualora si consideri che già da tempo è noto nel campo musicale lo sfruttamento ai fini commerciali dell’esaltazione dell’epopea del paradigma mafioso e della subcultura criminale, cui è riconducibile, per esempio, una non marginale linea narrativa dei cosiddetti neomelodici e alcune raccolte di brani presenti sul mercato sotto la voce “musica della mafia”. Così pure, non mancano prodotti commercializzati con denominazioni allusive al contesto mafioso del luogo di origine e il proliferare di una serie di oggetti di merchandising (magliette, gadget di vari generi, video-giochi, “pizza mafia”, eccetera) evocativi di una simbologia che rimanda allo stereotipo “Italia-mafia” o “italiano-mafioso” e viceversa.

Ad avviso della Commissione, vi è stata sinora una certa sottovalutazione sui riflessi sociali di un tale sfruttamento economico che, a prescindere di ogni altra valutazione, si presta ad essere un subdolo veicolo di promozione o di sostegno della sottocultura mafiosa in Italia e nel mondo. Così pure, non è stato probabilmente approfondito in modo sufficiente il livello di “irresponsabilità sociale” delle imprese legali, concetto più sopra già accennato, che qui si spinge sino al punto di sfruttare senza esitazione il paradigma o l’allusione mafiosa per fini commerciali.

Infine, in una logica puramente economica, occorrerebbe riflettere sul fatto che dietro questa “offerta” di un prodotto mafioso vi è una “domanda” che l’alimenta, evidentemente composta da “consumatori” per i quali la mafia non è un disvalore. Sotto questo profilo, di maggiore gravità sono le situazioni in cui l’imprenditore non solo utilizza commercialmente il nome “mafia”, ma addirittura ne deposita il marchio per poterlo sfruttare legalmente e tutelarsi da eventuali concorrenti. In Italia, presso l’Ufficio italiano marchi e brevetti sono iscritti circa venti marchi, ancorché si tratti di brand al momento poco popolari.

In Europa, presso l’Ufficio europeo per la proprietà intellettuale (Euipo) risultano iscritti circa trenta marchi che contengono la parola “mafia” o riferimenti ad essa riconducibili. La Commissione ha inteso approfondire la tematica, affrontando, in particolare, il caso, forse più eclatante, relativo alla catena di ristoranti spagnola “la mafia se sienta a la mesa” (la mafia si siede a tavola).

A seguito di notizie apparse sulla stampa nazionale in cui si segnalava la presenza di numerosi ristoranti disseminati nel territorio spagnolo che pubblicizzavano il marchio “La Mafia” con pittoreschi, lugubri e quanto mai inopportuni richiami a vicende e personaggi di cosa nostra, la Commissione ha sollecitato l’attenzione del ministro degli Affari esteri pro-tempore, Bonino, affinché le competenti autorità diplomatiche si facessero promotrici delle necessarie iniziative per richiedere la declaratoria di nullità del marchio – ritenuto contrario all’ordine pubblico e al buon costume – e, conseguentemente, perché ne fosse ordinata la cancellazione e l’inibizione in ogni Stato membro dell’Unione.

La decisione del competente organismo europeo per la tutela dei marchi, l’Uami (ora Euipo), non si è fatta attendere. Accogliendo la tesi sostenuta dallo Stato italiano ricorrente e riconoscendo il carattere illecito del marchio registrato come «contrario all’ordine pubblico e al buon costume», in quella sede è stato stigmatizzato come il contenuto semantico del marchio registrato “la mafia se sienta a la mesa” sia «profondamente offensivo per ogni persona in Europa con un livello normale di sensibilità e di tolleranza, che sia consapevole e a conoscenza dei metodi operativi e delle minacce che originano dai fenomeni mafiosi». Sebbene il provvedimento europeo non sia di per sé risolutivo (esso infatti rimuove la tutela di marchio europeo ma non ne impedisce lo sfruttamento ai fini commerciali) si tratta tuttavia di un risultato apprezzabile colto dalla Commissione e dalle autorità italiane.

È una decisione che, infatti, può porre le premesse necessarie, anche sotto il profilo della giurisprudenza europea, per scalfire un atteggiamento generalizzato che è sembrato prendere sempre più piede nel nostro paese e ancor più all’estero teso, da un lato, a minimizzare il carattere negativo delle associazioni mafiose e, dall’altro, a esaltare un’immagine idealizzata e quasi romantica del fenomeno, alimentata da una serie di rappresentazioni iconografiche, letterarie e cinematografiche, che rischia di mascherare, alterare, addolcire l’effettiva natura delle organizzazioni mafiose, siano esse di origine italiana o straniera.

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