Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Le stragi del 1993: Roma, Firenze, Milano. Prima l'attentato di via Fauro, il 14 maggio, poi via dei Georgofili, il 27 maggio e infine via Palestro, il 27 luglio. E ancora gli ordigni inesplosi al Giardino di Boboli, a Firenze, e quello allo Stadio Olimpico di Roma. Attentati mancati o qualcos'altro?

Quella che inizia nel 1993 e si conclude non certo improvvisamente nel gennaio del 1994, poco prima dell'arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i sanguinari boss di Brancaccio che facevano la bella vita nel Nord Italia, è la stagione delle “stragi in Continente”. Non una deriva stragista improvvisa, ma l’esecuzione di una strategia ben precisa. Una strategia decisa dai vertici di Cosa Nostra.

«Un medesimo disegno criminoso», c'è scritto nelle sentenze, un salto di qualità dopo le stragi siciliane: Cosa Nostra contro lo Stato.

È terrorismo mafioso. È eversione dell’ordine costituzionale. Le stragi hanno come obiettivo condizionare lo Stato, piegarlo, costringerlo a trattare, anche se a qualcuno ancora non piace questo termine. Ma con chi trattava Totò Riina e chi dopo di lui? E a quale scopo?

Sul piatto l'abolizione del carcere duro, il ridimensionamento del ruolo dei collaboratori di giustizia e - in fondo in fondo - sempre quel sogno: la revisione del maxi processo istruito da Giovanni Falcone.

Quella stagione del 1993-94 era un messaggio politico per trovare un nuovo equilibrio tra Cosa Nostra e Istituzioni.

Da oggi sul Blog Mafie pubblichiamo ampi stralci della sentenza della Corte d'Assise di Firenze che ha condannato tra gli altri Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano e Matteo Messina Denaro all'ergastolo.

Ma la verità storica resta ancora incompleta. Perché attorno a quella strategia si muovevano interessi politici ed economici non del tutto esplorati.

Le carte raccontano di una mafia che agisce per «finalità di eversione», per incidere non su sé stessa ma su quello che c'era fuori. Ma una mafia, da sola, può davvero pensare di piegare uno Stato senza sponde, senza interlocutori, senza complici?

Le trattative – evocate, negate, ridimensionate, a tratti riconosciute – rimangono sullo sfondo della nostra storia, sospese, come una linea che attraversa quegli anni fino ad oggi, senza mai chiudersi davvero. Perché se la mafia ha scelto il linguaggio delle bombe per confrontarsi con lo Stato, allora il punto non è solo chi ha colpito, ma chi ha ascoltato.

Forse per questo vale la pena tornare a riscoprire quelle carte, lontane dalle polemiche interessate e dalle narrazioni che oggi si sovrappongono. Carte scritte prima delle semplificazioni, prima delle letture piegate alle convenienze politiche del presente. Carte che tengono insieme il biennio ’92-’93 senza forzature.

Perché il rischio, oggi, è quello di spezzare quel filo. Di isolare via D’Amelio dagli altri massacri, di cercare altrove spiegazioni totali, di attribuire a singole piste – come quella degli appalti – un peso esclusivo che non regge alla complessità dei fatti.

Le stragi non nascono da una sola causa. Sono il risultato di un intreccio, di una convergenza di interessi, di una strategia che non può essere ridotta a un unico movente. Davvero possiamo pensare che tutto si spieghi con un solo dossier, con un conflitto economico, che un gruppo di imprenditori d'accordo con i boss ha fatto quello che ha fatto a Capaci, in via D’Amelio e nel resto d'Italia, con annessa lunga scia di sangue che ne è seguita?

La stagione delle stragi è anche questo: un territorio attraversato da ambiguità mai chiarite fino in fondo.
 

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