Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Lo Scarano ha proseguito il suo racconto narrando la fase successiva alla smobilitazione del gruppo da Roma (avvenuta, come si dirà, il 5-3-92). Ha detto che, dopo la partenza da Roma di Messina Denaro e compagnia, ebbe un nuovo incontro con costui in un calzettificio di Castelvetrano, dove gli fu dato l’indirizzo di un appartamento sito in Roma, in via Alessandrina, nonché il numero della cassetta della posta.

Lo scopo di Matteo era questo: «Dice: «vai qui in questo indirizzo, questo numero civico, questo è il numero della cassetta della posta e trovi dentro un mazzo di chiavi. Al secondo piano ci sta un appartamento'. Mi ha indicato più o meno com'era l'appartamento. La porta che era di fronte alla scala. Dice: 'Vai lì, apri e cambi la serratura. Vedi quello che ci manca dentro l'appartamento».

Questo incontro, dice, avvenne un paio di mesi dopo la repentina partenza di Messina Denaro da Roma. Ha aggiunto che nel luglio 1992, allorché si sposò il figlio, aveva ancora con sé le chiavi di detto appartamento. Solo ad agosto del 1992, infatti, mentre si trovava a Triscina con la moglie, andò a trovarlo Matteo, che gli disse di riportare le chiavi nella cassetta delle lettere, da cui le aveva prelevate.

Cosa che egli fece. In questo periodo, ha aggiunto (nel periodo, cioè, successivo al marzo del 1992 e fino al mese di aprile del 1993), si recò varie volte in Sicilia e approfondì la sua conoscenza con le persone che gravitavano intorno al Messina Denaro. Ha dichiarato di aver incontrato Messina Denaro Matteo almeno altre due volte in quel periodo: una prima volta a Palermo, a casa di Grigoli Salvatore, detto «U Cacciatore»; un’altra volta a Castelvetrano, nei pressi di un deposito, dove lavorava Filippo, cognato di Matteo (avendone sposato una sorella).

Ha aggiunto, poi, che per sbarazzarsi dell’esplosivo rimasto nello scantinato di casa sua si recò in Sicilia e cercò Beppe Garamella, a cui chiese un incontro con Matteo. Ciò avvenne circa 7-8 mesi dopo la partenza di Messina Denaro (e compagni) da Roma.

In detta occasione, dice lo Scarano, si portò in Sicilia con la moglie, in nave da Napoli a Palermo, con la sua Audi a gasolio. Partì da Roma verso le 17 e prese la nave a Napoli verso le 20,30. Sbarcò a Palermo e imboccò l’autostrada per Castelvetrano. Ad un certo punto, però, trovò l’autostrada chiusa, in quanto c’era stato l’attentato al dr. Falcone. Era, quindi, il 23-5-92, o intorno a quella data.

Garamella rintracciò Matteo in un paio di giorni, che gli diede appuntamento a Palermo in un bar sito nei pressi di piazza Politeama. All’appuntamento egli (Scarano) fu accompagnato da Beppe Garamella, con la sua Renault Clio. Matteo giunse all’appuntamento insieme ad altre due persone, che rimasero a distanza. In detta occasione disse a Matteo che non poteva più tenere le armi e l’esplosivo nel posto in cui erano stati depositati (e dove erano, nel frattempo, rimasti). Allora Matteo chiamò, sul momento, tale «Fifetto», che era lì presente (seppe poi trattarsi di Cristofaro Cannella), e lo incaricò di trovare una soluzione per il materiale. Quindi se ne andò.

A questa discussione parteciparono solo lui e Matteo, perché gli altri rimasero a debita distanza. Andato via Matteo, parlò con Fifetto delle armi e dell’espolosivo (che farne; che non farne). Poi Fifetto gli chiese di attivarsi per piazzare un quantitativo di hascisch a Roma. Gli rispose che non poteva farlo personalmente e che avrebbe dovuto parlarne prima con qualcuno. Poi gli avrebbe dato una risposta. Alla fine di questa conversazione Fifetto lo accompagnò in una stalla, in cui aveva dei cavalli; e glieli mostrò (non è sicuro, però, di questo passaggio).

In sede di controesame ha però lasciato aperta la possibilità che dell’esplosivo rimasto nello scantinato di casa sua parlò, con Matteo Messina Denaro, in una occasione diversa da quella del bar Politeama.

Ha detto infatti: «Io penso che era in quell'occasione che sono andato per parlare questa cosa. Può darsi sia andato dopo o prima. Però mi ricordo che nell'occasione ho trovato la strada interrotta, che era successo l'incidente di Falcone, del dottor Falcone».

Ha detto che pochi giorni dopo questo incontro («dopo neanche dieci giorni»), ricevette una telefonata da Cannella Fifetto, che gli disse di portarsi a Palermo. Cosa che egli fece, con la sua nuova Audi a benzina, di colore blu notte.

Qui giunto, fu portato da Cannella presso un deposito sulla via del mare, dove trovò Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, tale «Peppuccio» (Giuliano Francesco) e Pietro Carra, che stavano caricando il camion di quest’ultimo di hascisch. Erano circa 20 quintali di droga, stipati in molte «camere d’aria», trasportati sul posto da Lo Nigro con un «furgoncino a tre ruote».

La droga fu caricata su un autosnodato (motrice e rimorchio). Mentre procedevano le operazioni di carico egli fu portato da Cannella nell’autosalone di Giacalone Luigi, che non conosceva, dove si trattenne per circa due ore. Alla fine, di sera, verso le 17, ripartì per Roma, facendo da battistrada al camion di Carra. Il camion era stato caricato, oltre che con l’hascisch, anche con «traverse di ferrovia» che reggevano carcasse di auto pressate.

Carra Pietro. Questo collaboratore ha dichiarato di aver preso a gestire in proprio una ditta di autotrasporti alla fine degli anni ’80, a Palermo. Aveva vari mezzi e un deposito di automezzi sulla via Messina Marine, nel quartiere Brancaccio. Conosceva di vista Barranca Giuseppe, mafioso della zona. Questi, nel mese di aprile del 1993, gli chiese di attrezzare uno dei suoi camion per effettuare un trasporto di hascisch a Roma (avrebbe dovuto «sistemare la copertura» del camion).

Dopo qualche giorno gli fece conoscere Cosimo Lo Nigro, affinché cooperassero insieme in questo lavoro. Il Lo Nigro, però, si defilò presto; gli diede due milioni e gli lasciò l’incarico di provvedere da sé alla copertura. Egli pensò ad una copertura con rottami di ferro (come aveva fatto nel 1991 per il carico d’argento). Approntata la copertura, la droga fu portata nel suo cortile, in un paio d’ore, di pomeriggio, da Lo Nigro, con la sua Moto Ape.

Erano circa 33-35-37 sacchi. Praticamente, in grosse camere d’aria (quelle dei camion) era stata occultata la droga. Le camere d’aria erano poi state rivestite con «sacchi di pezza», simili a quelli che contengono le patate.

La Moto Ape di Lo Nigro era verde o azzurrina e non era ben tenuta. Non è sicuro se, mentre caricavano la droga, fosse presente anche Spatuzza Gaspare, che avrebbe rivisto in seguito. Ricorda che, mentre era vicino al cancello del parcheggio, si fermò una Y 10 da cui scese un «ragazzo» sui 30-35 anni (forse si trattava di Cannella Cristofaro, dirà poi) chiedendo di Barranca e dicendogli di mandarlo all’autosalone di Giacalone.

Alla fine delle operazioni di carico Barranca gli presentò Scarano Antonio, che egli non aveva mai visto prima, dicendogli che questa persona l’avrebbe accompagnato a Roma durante il viaggio. Si scambiarono i numeri di telefono dei rispettivi cellulari.

Egli possedeva, infatti, un cellulare intestato alla segretaria Sabato Gioacchina. Ha detto che la droga fu caricata sul semirimorchio tg CL-15551, trainato dal trattore targato TO-52079D. Le operazioni di carico terminarono verso le 18:00. Partirono subito alla volta di Roma; lui col camion, Scarano con un’Audi di colore blu targata Roma, dopo essersi dato appuntamento all’ingresso dell’autostrada per Messina. Prima di partire Barranca gli disse che, se fosse andato tutto bene, gli avrebbe fatto fare altri viaggi. Gli diede due milioni e mezzo - tre milioni per le spese del viaggio.

Giunti a Roma, sul raccordo anulare, sbagliò strada, per cui si fermò in un’area di servizio e telefonò a Scarano sul cellulare, il quale lo andò a prendere nel posto in cui si trovava. Quindi, insieme proseguirono fin «sotto un ponte vicino Roma dove c’era «tipo un marmista o un rottamaio», con un grande piazzale a disposizione. Ha precisato che giunse a Roma verso le 8:30-9:00 e terminò di scaricare verso l’ora di pranzo. Appena concluse le operazioni di scarico fece rientro a Palermo, via strada. Non ricorda, però, se lasciò il semirimorchio al porto di Napoli e proseguì solo col trattore fino a Palermo.

Dice lo Scarano che, dopo l’affare della droga, fu incaricato da Cannella Fifetto di trovare un appartamento a Roma. Questa richiesta gli fu fatta in uno dei viaggi fatti da Cannella a Roma per ritirare «i soldi della droga». Non aveva ancora avuto modo di interessarsi della cosa quando una mattina si vide arrivare a casa sua Fifetto Cannella, Benigno Salvatore (da lui conosciuto come «Salvo») e Cosimo Lo Nigro. Queste tre persone giunsero con una Fiat Uno a nafta di colore celestino, targata Roma.

Il giorno dopo giunsero, col treno, Barranca, Spatuzza e Giuliano. Andò a prenderli a Centocelle, a piazza dei Gerani, alla fermata del tram. Giuliano aveva con sé uno zaino, ma non sa dire cosa contenesse. In sede do controesame, però, ha dato l’impressione di ricordare che dentro lo zaino vi fosse una palla di esplosivo.

Ha detto infatti: «Posso aggiungere solo una cosa: che con lo zaino, quando è arrivato Giuliano, la prima volta è stata... Adesso non lo so se se l'hanno portato con la macchina o con lo zaino, di quell'esplosivo che c'avevo io a Roma, che aveva portato Messina Matteo Denaro, hanno aggiunto qualche altra cosa loro su quell'esplosivo. ...E ho visto una palla non tanto grossa grossa, però qualche cosa c'era».

Già nella mattinata successiva al suo arrivo, o nel pomeriggio dello stesso giorno, Cannella gli disse che dovevano andare da Costanzo, suscitando la sua meraviglia (perché non sapeva chi era Costanzo e non collegava questa persona alla permanenza a Roma di Matteo e Sinacori, avvenuta nel 1992). Comunque, quel pomeriggio accompagnò, con la sua auto, Cannella, Lo Nigro e Benigno nella zona dei Parioli.

I tre si addentrarono nelle strade della zona e gli dissero di aspettarlo. Tornarono dopo circa tre ore e gli dissero di riportarli a casa. La stessa cosa successa il secondo e il terzo giorno. Il terzo giorno gli chiesero di trovare un magazzino o un garage. Egli si ricordò di Massimino Alfio e di due stanzoni che questi gli aveva mostrato in una occasione, tempo prima, allorché il Massimino gli prospettò la possibilità di mettere su un bowling.

Ottenuta la disponibilità del magazzino qualcuno del gruppo rubò un’auto, una Fiat Uno di colore chiaro (lo Scarano dice di non sapere chi effettuò materialmente il furto) e si portò a casa sua per caricare l’esplosivo (quello portato da Matteo e Sinacori nel febbraio-marzo del 1992). Quindi si spostarono con l’auto rubata e con l’esplosivo caricato sulla stessa al centro commerciale di Torbellamonaca, dove prepararono l’autobomba.

Lo Scarano dice che l’esplosivo fu caricato a casa sua nel primo pomeriggio, dalle 14 alle 16. Si portarono a casa sua, per caricare, Lo Nigro e Benigno Salvatore. Quindi, queste due persone, insieme a lui, andarono al centro Commerciale, dove, nello stanzone di cui avevano ottenuto le chiavi, fecero il resto.

L’autobomba fu preparata il giorno successivo al furto, Lo Scarano dice di non essere stato sempre presente durante la preparazione dell’autobomba, ma di aver comunque notato alcune operazioni compiute da Lo Nigro e Benigno, che erano gli esperti della situazione.

Dice infatti: «… io presente per tutto il procedimento che loro hanno preparato questa macchina, non c'ero. Soltanto che sono andato dentro un attimo, a metà, a metà camera e ho visto dei fili che stavano mettendoli, saldando dei fili, a 10-15 metri. E Lo Nigro che stava incordando, con una corda grossa come un dito, bianca, incordava questi sacchetti, si passava 'sta corda attorno annodata».

«… Io li ho visti prima e dopo, che io sono entrato lì dentro e ho detto: 'io chiudo il cancello e me ne vado'. Loro, siccome dentro a questo stabile ci stava un pannello di questi di gesso di costruzione di pareti, hanno appoggiato un pannello di questo che sarebbe tre metri per due metri, penso, addosso ad un pilastro. Dietro questo pannello hanno messo la macchina, che non si vedeva all'esterno della strada.

Siccome lì c'è la caserma dei Carabinieri vicino, attaccata, quasi, allora metà muro, fino ad una certa altezza è un muro normale. Poi c'è una inferriata per quanto è lungo lo stabile che si lega col muro di sopra, col pilastro disopra del solaio. E loro hanno messo questo pannello, diciamo, dietro questo pannello ci stava la macchina. L'hanno preparata in un'ora e mezza, due ore».

«… Eh, montare l'antenna praticamente serviva, almeno a quanto diceva Benigno, che l'antenna serviva per dargli l'impulso sul detonatore. E che veniva legato un filo ad una batteria di 12 wolts e un filo veniva legato, diciamo, un filo dell'antenna. Dava l'impulso sulla antenna, diciamo, a distanza e andava direttamente al detonatore».

L’antenna si presentava come una normale antenna per automobili e fu messa sul bordo dello sportello, dove c’è lo sgocciolatoio dell’acqua. L’esplosivo fu sistemato nel bagagliaio della Uno. Fu utilizzato tutto l’esplosivo stipato nella cantina del condominio (erano tre-quattro sacchetti, per circa 110 kg). Misero nell’auto, insieme all’esplosivo, un involucro grosso come un pallone da calcio, che il gruppo aveva portato con sé da Palermo. Lo misero a fianco all’esplosivo. Preparata l’autobomba, Lo Nigro si mise alla guida. Erano all’incirca le ore 18. Benigno montò in auto con lui (cioè, con Scarano, sulla Audi di quest’ultino) e si diressero verso i Parioli.

Prosegue poi Scarano: «E a un certo punto poi, lungo la strada, abbiamo fatto, siamo usciti da Torbellamonaca, sempre sulla tangenziale abbiamo fatto un pezzo del raccordo anulare, abbiamo preso la Roma-L'Aquila. Dalla Roma-L'Aquila poi siamo scesi sulla tangenziale che va verso il Foro Italico e verso i Parioli, praticamente. A un certo punto siamo usciti e siamo andati ai Parioli. Io mi sono fermato un'altra volta sempre al solito posto dove mi dicevano di fermare loro; loro hanno continuato con questa macchina. Al momento che la macchina arriva sul posto dov'è che è arrivata, in quel momento vedo, dopo cinque minuti, esce la macchina mia».

«La mia 112 mi fu chiesta da Lo Nigro, mi pare, il giorno precedente alla preparazione dell’autobomba. Capii dopo che era stata utilizzata per occupare il posto da riservare all’autobomba, anzitempo».

«… io ho visto soltanto la 112 dopo cinque minuti, sei minuti che io stavo da solo. Che praticamente la Uno è arrivata sul posto dov'era parcheggiata la mia macchina. Che poi mi è stato anche detto... Dice: 'sai, non ti arrabbiare perché abbiamo preso la macchina tua e l'abbiamo messa lì per avere il posto assicurato'. Perché siccome in quella strada c'è troppo traffico e non si trovava un parcheggio, qualcuno è andato lì e l'ha parcheggiata il giorno prima. Qualcuno di loro, però io non lo so chi ci è andato a parcheggiarla questa macchina. Dal momento che a me me l'hanno chiesta… Praticamente hanno levato la mia macchina e hanno messo quella che poi diciamo, hanno adoperato per Costanzo».

Lo Scarano ha precisato che, durante il tragitto per arrivare ai Parioli, Benigno scese, ad un certo punto, dalla sua auto e montò su quella di Lo Nigro. La prima sera l’auto non esplose, per motivi tecnici. Tutti si ritirarono a casa dello Scarano. Durante la notte l’auto rimase parcheggiata nello stesso posto, carica com’era. Solo il giorno dopo, nel pomeriggio (verso le 17:30-18:30), ritornarono sul posto e accertarono che il congegno preparato da Benigno era difettoso. Ci andarono con le due automobili di Scarano: l’Audi e la A112. C’erano tutti: Scarano, Lo Nigro, Spatuzza, Benigno, Barranca, Cannella e Giuliano.

Egli non si avvicinò all’autobomba, ma rimase nei paraggi. Fu riparato il guasto e fu atteso il Costanzo, ma anche quella sera qualcosa non andò secondo le previsioni: «La sera dell'esplosione praticamente hanno sbagliato perché si aspettava un 164 che ci doveva stare il dottor Costanzo dentro. E invece è uscita una Mercedes. Però Benigno ha perso un po' di tempo nel senso di: 'è lui? Non è lui?'. Questi erano commenti che facevano loro...Allora, ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo diciamo, o millesimo di secondo in ritardo. Perché si aspettava, come dicevano loro, una 164».

Quando ci fu l’esplosione lo Scarano (dice lui) era in attesa con la sua Audi accanto ad una «casa cantoniera» (tale gli sembrava allora). Successivamente, in un sopralluogo fatto col pubblico ministero, capì trattarsi, invece, di una stazione ferroviaria.

Prima di fermarsi in questo posto l’avevano fatto andare su ai Parioli, facendolo parcheggiare nei pressi di un ristorante. Qui, però, non trovò posto, per cui invertì la marcia e si apprestò a spostarsi, quando transitò Giuliano con la sua A 112. Questi gli fece segno di seguirlo ed insieme si portarono nei pressi della stazione ferroviaria, dove attesero gli altri. Il discorso sul cambio di auto da parte di Costanzo fu fatto da Benigno e Lo Nigro sottocasa sua, quella sera stessa.

Infatti, dopo l’esplosione, convennero tutti a casa sua. Spatuzza e Lo Nigro tornarono con la sua A112 (ma non è sicuro, data la confusione); altri con la loro auto (la Uno a nafta targata Roma); Barranca si perse per Roma e riuscì a raggiungerli, a casa sua, solo verso le quattro del mattino. Ha detto ancora lo Scarano che, a quanto capì lui, l’operazione di Costanzo doveva essere fatta, nelle intenzioni originarie, con le armi. Infatti, Giuseppe Barranca era salito a Roma proprio perché ci fosse una persona in più a sparare. Il cambiamento di programma dipese dal fatto che Costanzo viaggiava su un’auto blindata.

© Riproduzione riservata