De Donno: «A Ciancimino proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti di cosa nostra al fine di trovare un punto di incontro finalizzato all’immediata cessazione dell’attività stragista nei confronti dello Stato. Ciancimino accettò con delle condizioni»
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
De Donno Giuseppe. Questo teste ha dichiarato di essere stato in servizio al Nucleo Operativo del Gruppo dei Carabinieri di Palermo tra il 1988 e il 1989, come ufficiale (capitano).
In tale qualità effettuò una serie di indagini sulla gestione degli appalti del Comune di Palermo, all’esito delle quali furono emesse ordinanze di custodia cautelare dal GIP di Palermo a carico di Vito Ciancimino e altri personaggi.
Ciancimino fu arrestato nella primavera del 1990 e condannato poi a sette o otto anni di reclusione.
Ha dichiarato di essere poi passato al Ros alla fine degli anni ’90 e di essersi interessato nuovamente di Ciancimino nel 1992. Questa volta, non per sottoporlo ad indagini, ma per questi altri motivi:
«Il senso in pratica era questo: era nostra intenzione cercare di trovare un canale di contatto con il Ciancimino, per tentare di ottenere da lui indicazioni utili su quanto, sui fatti storici che si stavano verificando in quel periodo. E in ultima analisi tentare di ottenerne una collaborazione formale con l'autorità giudiziaria».
L’idea di contattare Ciancimino fu sua, perché conosceva molto bene uno dei figli di Vito Ciancimino, a nome Massimo, che aveva incontrato varie volte mentre si sviluppava l’attività investigativa sul padre e nel corso di spostamenti aerei da Palermo a Roma.
Aveva anche motivo di ritenere di non essere male-accetto a Ciancimino e alla sua famiglia, giacché si era sempre comportato con estrema correttezza nel corso dei «contatti» che aveva avuto con lui per motivi professionali.
Fece presente questa sua intenzione all’allora col. Mori, comandante del reparto in cui operava, poco dopo la strage di Capaci, ed ebbe l’autorizzazione a tentare un approccio.
Si rivolse a Massimo Ciancimino, che incontrò, appunto, durante uno spostamento aereo da Palermo a Roma e avanzò la sua richiesta di essere ricevuto dal padre.
Incontrò, in effetti, Vito Ciancimino nella di lui abitazione romana, due-tre volte, tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.
Prese il discorso alla larga, facendo intendere che ricercava elementi di valutazione rispetto a ciò che stava accadendo, in quel periodo, in Sicilia («E io ho, così, motivato la mia presenza lì, nella sua abitazione, finalizzandola alla necessità professionale di avere elementi di valutazione su quanto stava succedendo. Cioè su quanto andava sviluppandosi in Sicilia»).
Parlarono anche di «tutto lo sviluppo che c'era stato nel momento delle operazioni milanesi, il cosiddetto Manipulite».
L’obiettivo era, comunque, a quel momento, di instaurare un rapporto di fiducia e di comprensione con Ciancimino. Ha aggiunto che, dopo la strage di via D’Amelio, fece un tentativo, riuscito, di «forzare la mano»: indurre Ciancimino a incontrarsi col colonnello Mori.
Spiega così questo «innalzamento del livello»: «Questo, per una serie di motivi particolari. Primo fra tutti, la presenza del comandante rappresentava un livello nettamente superiore al mio, quindi rappresentava una sorta di riconoscimento del livello del nostro interlocutore. E ritenevo che il Ciancimino potesse sbloccarsi di più. Tra l'altro, mantenendo ferma l'idea che la nostra impostazione era comunque quella di ottenerne una collaborazione, l'accettazione da parte del Ciancimino di un dialogo anche con il colonnello Mori era un passo in avanti verso questo obiettivo graduale che si doveva raggiungere».
Questo «innalzamento», ha precisato, non era stato preventivato fin dall’inizio, ma rappresentò l’approdo del discorso fino a quel momento sviluppato. L’obiettivo finale era, comunque, quello di portare il Ciancimino alla collaborazione con l’Autorità Giudiziaria.
Ecco in che modo pensarono di raggiungere questo risultato: «Allora convenimmo che la strada migliore era quella di avvicinare sempre di più il Ciancimino alle nostre esigenze, cioè di portarlo per mano dalla nostra parte. E gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti dell'organizzazione mafiosa di Cosa nostra. Al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di quest'attività di contrasto netto, stragista nei confronti dello Stato.
E Ciancimino accettò. Accettò questa ipotesi con delle condizioni.
Innanzitutto, la condizione fondamentale era che lui poteva raggiungere il vertice dell'organizzazione siciliana, palermitana, a patto di rivelare i nominativi miei e del comandante al suo interlocutore».
Essi acconsentirono a che venissero rivelati i loro nomi agli interlocutori, ma non fecero certo capire al Ciancimino che erano rappresentanti solo di sé stessi. Gli lasciarono credere che «avevano la capacità di fare questa iniziativa».
In sede di controesame ha detto che fecero capire a Ciancimino di «rappresentare lo Stato» («Noi, nella trattativa, eravamo lì in veste di rappresentanti dello Stato»).
Il discorso del cap. De Donno è continuato, quindi, sulla falsariga di quello già fatto dal gen. Mori. Ha riferito che ci furono quattro incontri tra Mori e Ciancimino tra agosto e ottobre del 1992, avvenuti tutti a casa di Ciancimino e tutti con la sua partecipazione.
In uno di essi Ciancimino parlò di continuare la trattativa all’estero, previa restituzione (a lui) del passaporto, per dimostrare ai suoi referenti siciliani la «rappresentatività» delle persone con cui si incontrava. Fu dissuaso dalla considerazione che, in questo modo, avrebbero dovuto «scoprirlo» con altri organismi istituzionali, quali l’Autorità Giudiziaria e quella di Pubblica Sicurezza (a cui avrebbero dovuto chiedere il rilascio del passaporto).
Al quarto incontro Ciancimino disse di aver stabilito un contatto con i «vertici siciliani» e chiese loro cosa volevano. Si adirò quando si sentì dire che volevano la cattura di Riina e Provenzano in cambio di un equo trattamento per i loro familiari.
Decise autonomamente che non avrebbe fatto alcun cenno al suo interlocutore della loro richiesta, perché, altrimenti, avrebbe anche corso il rischio di rimetterci la vita.
Si lasciarono col tacito accordo di congelare ogni cosa, per il momento («Quindi avrebbe dato sì un messaggio negativo, ma non un messaggio ultimativo. Cioè, comunque restava aperta la porta ad un'eventuale ripresa di dialogo»).
L’esito di questo discorso fu, comunque, quello di isolare Ciancimino dal suo retroterra mafioso, giacché, accettando il dialogo con i Carabinieri, si era venuto a trovare «con un piede di qua e un piede di là», se non altro perché aveva reso evidente che «i Carabinieri avevano scelto lui per questo contatto».
Questo fatto costringeva ormai il Ciancimino a «gestirsi in maniera estremamente accorta», perché in Sicilia anche un minimo sospetto «può determinare conseguenze particolari». Praticamente, la scelta della collaborazione era ormai obbligata per Ciancimino.
Ha dichiarato che, prima di dargli il via libera per i contatti con Ciancimino, il col. Mori parlò col comandante del Ros, il generale Subranni. Ha continuato dicendo di aver incontrato nuovamente Ciancimino a fine ottobre (o inizi di novembre del 1992), allorché Ciancimino gli fece sapere, attraverso il figlio, che voleva vederlo.
Quando si incontrarono chiese chiaramente a Ciancimino di collaborare fattivamente per la cattura di Riina. Ciancimino accettò di fornire informalmente elementi utili a questo scopo, nella speranza di allontanare la prospettiva del carcere, che per lui si presentava quasi imminente.
Chiese, infatti, alcune mappe particolareggiate di Palermo e alcuni documenti dell’azienda municipalizzata dell’acqua, attraverso cui pensava di poter individuare l’abitazione di Riina.
Gli consegnò questi documenti il 19-12-92, ma nello stesso giorno Ciancimino fu arrestato per scontare una condanna definitiva. Successivamente, accettò di incontrare i magistrati di Palermo.
In sede di controesame ha precisato che Ciancimino, nei primi incontri avuti con lui, si disse disposto a fare da «agente sotto copertura» con «la funzione di diventare il responsabile, il gestore della ristrutturazione del sistema tangentizio tra imprese e partiti», che egli riteneva connaturato al sistema politico ed imprenditoriale italiano e necessario al suo funzionamento.
Si dichiarò sempre in grado di raggiungere i vertici «corleonesi» di «cosa nostra» («Ciancimino non si è mai dichiarato uomo d'onore, comunque era in grado di arrivare ai vertici dell'organizzazione corleonese, sì»).
Rispondendo al Procuratore di Palermo il Ciancimino rivelò poi che la persona da lui contattata per giungere a Riina era il dr. Cinà, medico di Riina.
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