Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


La ricostruzione dell’attentato secondo le dichiarazioni dei collaboratori.

- La preparazione dell’esplosivo necessario per l’esecuzione per l’esecuzione di questa strage è nota solo in piccola parte per le dichiarazioni di Grigoli Salvatore.

Questi ha detto che la lavorazione (macinatura e confezionamento) dell’esplosivo avvenne in un rudere di proprietà di Mangano Antonino, sito nel vicolo Guarnaschelli di Corso dei Mille, a Palermo, e fu opera di Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza.

Tanto apprese nel corso di successive lavorazioni di altro esplosivo (quello per lo stadio Olimpico e per Contorno), avvenute dopo il 23-5-93.

- La ricerca e il rinvenimento della base logistica.

Questa fase è nota per le dichiarazioni di Ferro Vincenzo e, in parte, di Ferro Giuseppe.

A quanto si è appreso da Ferro Vincenzo, un giorno del mese di aprile 1993 fu chiamato, tramite Vito Coraci, da Calabrò Gioacchino, il quale gli ingiunse di mettersi in contatto con lo zio Messana Antonino, a Prato, per chiedergli la disponibilità di un garage per un giorno.

In effetti, egli si portò a Firenze col mezzo aereo, dando alla biglietteria un nome leggermente diverso dal suo; poi in taxi a Prato.

Lo zio rispose che non poteva esaudire la richiesta. (I viaggio).

Tornato a Castellammare del Golfo riferì la risposta al Calabrò, il quale si infuriò, minacciò e chiese al Ferro di tenersi pronto per il venerdì successivo.

In effetti, il venerdì partirono entrambi, in direzione di Firenze, con l’Audi 90 dello stesso Ferro, giungendo in prossimità della stazione Termini di Roma verso le 5 del mattino.

Qui sostarono per qualche ora. Nel frangente, il Calabrò si allontanò e tornò con Pizzo Giorgio. Quindi, proseguirono tutti in treno per Firenze. A Firenze li raggiunse lo zio Messana Antonino, che li portò a casa con la sua auto. Nel tragitto Pizzò segnò i semafori. Giunti a Prato il Messana dimostrò di non possedere alcun garage adatto e indicò, come soluzione alternativa, alcuni garage abbandonati siti di fronte a casa sua, che furono giudicati idonei dai suoi interlocutori. Il trio tornò in Sicilia, nella stessa giornata. Nel tragitto da Prato a Firenze il Pizzo ricontrollò i semafori. (II viaggio) Ha aggiunto il Ferro Vincenzo che, dopo alcuni giorni , si portò a Roma, in Cassazione, col mezzo aereo, per ritirare un dispositivo di sentenza concernente il padre, e ne approfittò per ritornare a Prato, in treno.

Insieme allo zio cercarono un garage da affittare, per allontanare i postulanti da casa dello zio, ma senza esito. (III viaggio)

- Il Ferro Giuseppe, dal canto suo, ha detto di essere stato in carcere fino a fine aprile del 1993 (dal teste Puggioni si appreso che fu scarcerato il 29-4-93); di essere stato informato, alcuni giorni dopo l’uscita dal carcere, dal figlio circa un viaggio fatto da questi a Prato, insieme a Calabrò, nel corso del quale il cognato (Messana Antonino) s’era preso l’impegno di dare un appoggio per mezza giornata. Ha detto di essere stato ricoverato in ospedale nei giorni immediatamente successivi (dal teste Coglitore si è appreso che fu ricoverato in ospedale dal 10 al 15 maggio 1993).

La ricerca della base logistica

Il Ferro Vincenzo ha proseguito il racconto dicendo che, dopo l’ultimo viaggio fatto a Prato, a distanza di tre-quattro giorni, fu ricontattato da Calabrò Gioacchino, il quale si mostrò molto adirato per il fatto che lo zio aveva cacciato alcune persone che gli aveva mandato e gli ingiunse di ritornare a Prato, per capire cos’era successo.

Egli ritornò allora a Firenze, con l’aereo, insieme alla madre (Messana Grazia), che doveva portarsi da un famoso guaritore.

Trovò lo zio adirato. Questi gli spiegò che, contrariamente agli impegni presi, a casa sua s’erano portate delle persone, che pretendevano di alloggiare presso di lui. Per questo le aveva mandate via.

Tornò in Sicilia col mezzo aereo da Pisa, dopo aver annullato il biglietto di ritorno da Firenze. (IV viaggio).

Calabrò, però, non volle sentire ragioni, per cui egli telefonò allo zio e gli consigliò di rassegnarsi. Lo zio disse che, se proprio doveva alloggiare persone, esigeva, contestualmente, la sua presenza a Prato.

Di questo fece promessa allo zio, che si rassegnò.

- Ferro Giuseppe, dal canto suo, ha narrato questa fase preparatoria in termini leggermente diversi. Ha detto che, dopo l’uscita dall’ospedale (avvenuta il 15-5-93), fu avvisato dal figlio che Calabrò era molto adirato per il comportamento tenuto dal cognato (vale a dire, per il fatto che aveva rifiutato ospitalità agli emissari di Calabrò). Egli allora fissò un appuntamento con Calabrò nella sua casa di campagna, a Castellammare, dove convennero che il figlio si sarebbe portato a Firenze per tenere tranquillo il cognato. Come in effetti avvenne. Ha confermato, infatti, quanto detto dal figlio circa il quarto viaggio.

Grigoli Salvatore ha dichiarato di aver appreso da Ferro Vincenzo, nel 1995, allorché era latitante a Marausa, che suo zio aveva dato un “appoggio” a Firenze; che lo zio non voleva e che suo padre quasi glielo impose.

Lo studio dei luoghi in vista della strage

Questa fase è nota per le dichiarazioni di Ferro Vincenzo. Questi ha detto che il 23-5-93, anniversario del suo fidanzamento, fu telefonato dallo zio, il quale gli disse che s’erano portati presso di lui alcune persone e richiese la sua presenza.

Egli allora si portò dallo zio, dove giunse verso mezzogiorno. Non ricorda se fece il viaggio in aereo fino a Firenze oppure fino a Roma, con prosecuzione in treno. Giunto a Prato trovò, a casa dello zio, sistemati in una stanza al piano superiore, Barranca Giuseppe (che si qualificò “Mimmo”), Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Giuliano Francesco. Il Barranca, che parlava a nome di tutti, gli chiese l’auto dello zio. Questi accondiscese, a condizione che affidatario della vettura fosse il nipote. Per questo, dice Ferro, si trattenne a Prato, contrariamente alle previsioni.

Quello stesso giorno, ha proseguito il Ferro, verso le 17, accompagnò Giuliano e Lo Nigro a Firenze, con la Fiat Uno dello zio. Fu scaricato nei pressi di un semaforo e di un cavalcavia con l’ingiunzione di portarsi alla stazione, mentre gli altri due proseguirono la marcia. Lo raggiunsero alla stazione dopo circa un’ora e mezza e tutti fecero rientro a Prato.

Il giorno successivo, 24 maggio, avvenne la stessa cosa, alla stessa ora, con le stesse persone.

Gli dissero di aspettarli nel posto in cui lo scaricarono, ma dopo circa un’ora Lo Nigro e Giuliano lo raggiunsero, a piedi, alla stazione e gli dissero di seguirli. Si portarono allora in piazza della Signoria, attraversarono velocemente il piazzale degli Uffizi (qui i due gli dissero di accelerare il passo) e raggiunsero l’Arno. Da qui si portarono, per cenare, in un ristorante, di cui non ha ricordo.

Dopo cena fecero, a ritroso, lo stesso percorso e tornarono a Prato. In quello stesso giorno (“forse”, dice Ferro), ovviamente prima di partire per Firenze, Barranca gli fece richiesta di un televisore. Egli incaricò lo zio di acquistarne uno e gli diede la somma occorrente (circa 500-600 mila lire).

Il trasporto dell’esplosivo a Prato

Questa fase è nota per le dichiarazioni di Carra Pietro e Ferro Vincenzo. Romeo Pietro e Grigoli Salvatore sono informati de relato.

Il Carra ha detto che, dopo il viaggio fatto a Roma, in via Ostiense (viaggio che, come si vedrà, è del 10-11 maggio 1993), fu contattato da Barranca e Lo Nigro, i quali gli dissero di tenersi pronto per un altro viaggio.

In effetti, in un giorno convenuto, si portarono nel suo deposito, in via Massina Marine, Barranca, Lo Nigro e Giuliano.

Lo Nigro, dopo un pò, si allontanò e tornò con un’Ape Piaggio su cui v’erano dei pacchi coperti con una rete da pescatori. Erano pacchi tutti fasciati di scotch ed erano in numero di quattro: due grandi e due piccoli. Quelli piccoli potevano essere intorno ai 30 kg.

I pacchi furono caricati sul suo camion e sistemati all’interno del doppiofondo (“cassa”) da lui appositamente creato. Il camion era il semirimorchio tg. PA-15424, su cui fu caricato un altro semirimorchio. La motrice era targata TO-52979D.

Finite le operazioni di carico Barranca gli consegnò un foglio su cui era segnato il nome di un paese ed il numero di un telefono.

Gli diede appuntamento per le 20 del giorno successivo dinanzi alla chiesa dei Testimoni di Geova, sita all’ingresso del paese (il paese, come si capirà in seguito, era Galciana, frazione di Prato). Egli partì verso le 18 del giorno successivo, imbarcandosi a Palermo su una nave della “Grandi Traghetti”, e sbarcò l’indomani a Livorno, verso le 14,30.515 Si avviò lentamente verso Prato e, poco prima di arrivare in questo centro, ricevette una telefonata da Barranca, verso le 19:30, che gli spostò l’appuntamento alle 23.

In effetti, verso le 23, giunse nel paesino indicatogli e trovò la chiesa dei Testimoni di Geova; ma, siccome non v’era posto per parcheggiare, si spostò di alcune centinaia di metri, fino a giungere dinanzi ad un cimitero, dove rimase in attesa. Nel frangente, per comunicare la sua nuova posizione, telefonò al numero lasciatogli da Barranca, chiedendo di Peppuccio. Gli rispose una persona anziana, che gli assicurò l’arrivo della persona richiesta in pochi minuti.

Dopo 5-10 minuti lo raggiunsero al cimitero Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza, con una Fiat Uno bianca. Scaricarono l’esplosivo in una stradina fiancheggiante il cimitero e lo caricarono sulla Fiat Uno. Alla fine delle operazioni Lo Nigro gli disse di trovarsi un posto per parcheggiare. Egli, allora, prese la statale per Livorno e si fermò a pernottare in un grosso distributore incontrato sulla sua sinistra.

Dopo un paio d’ore ricevette una telefonata sul suo cellulare da Lo Nigro, il quale gli ordinò di portari nuovamente alla chiesa dei Testimoni di Geova. Qui gli si fece incontro un giovane con parlantina italiana, viaggiante con un’utilitaria (una Uno bianca, ha detto, su contestazione del PM), il quale gli disse di ritornare l’indomani, allo stesso posto, alle 20.

Ritornò all’area di servizio (forse della Shell, dice Carra) e vi rimase fino alla sera del giorno successivo.

Ferro Vincenzo ha raccontato questa fase in termini leggermente diversi. Ha detto che il quartetto passò la giornata del 25 maggio chiuso in camera. Di sera, però, sul tardi, verso le 23, Barranca gli chiese di accompagnarlo alla chiesa dei Testimoni di Geova, con la Fiat Uno bianca dello zio.

Qui giunti non rinvennero nessuno. Fecero un giro, ritornarono “di sopra in corrispondenza della chiesa” e videro la motrice di un camion. Barranca scese dall’auto e parlò col camionista, mentre egli rimase in disparte, senza scendere dall’auto.

Barranca ritornò dopo qualche minuto e gli chiese di riaccompagnarlo a casa. Nel tragitto di ritorno gli domandò se conosceva un posto dove poter scaricare il camion. Gli fece presente che avrebbe fatto parecchio rumore.

Alla sua risposta negativa disse che ci avrebbe pensato lui.

Tornarono a casa. Dopo un’oretta scesero tutti e quattro; gli chiesero l’auto (la Fiat Uno) ; dissero che nessuno doveva più mettere piede nel garage. Fecero due viaggi con l’auto, a distanza di un quarto d’ora circa uno dall’altro, trattenendosi nel garage circa un minuto ogni volta, mentre egli li osservava dall’abitazione.

Quindi rientrarono in casa e si ritirarono nella loro stanza. Romeo Pietro ha dichiarato di aver appreso da Giuliano che l’esplosivo fu portato a Prato da Pietro Carra. Grigoli Salvatore ha dichiarato di sapere, anch’egli, che l’esplosivo fu portato a Firenze da Carra Pietro. Tanto gli fu riferito da quelli del suo gruppo.

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