Bentornati al nostro appuntamento settimanale. Come ben sapete, la situazione è seria e – nonostante la missione nell’Artico dei soldati tedeschi si sia già conclusa secondo i piani – Berlino sta ancora valutando il tenore con cui replicare alle ambizioni di Donald Trump, che ha minacciato di imporre dazi salati a chi si opporrà ai suoi piani di conquista. 

Smerzare la linea

La linea di Berlino è difficile. Lars Klingbeil si è lanciato in una fuga in avanti sulla Groenlandia e, quando il presidente americano ha annunciato i nuovi dazi nei confronti dei paesi che lo ostacolano, ha risposto che la Germania «non si farà ricattare». La versione di Friedrich Merz è più moderata nei toni: il cancelliere, che venerdì sarà in Italia per un bilaterale con Giorgia Meloni come follow up sul Piano d’azione, sta lavorando per mantenere aperto un canale con Trump, che incrocerà sicuramente mercoledì a Davos. Giovedì porterà i risultati del suo confronto al Consiglio europeo. 

In un'interessante analisi, la Frankfurter Rundschau spiega come sia arrivato il momento in cui Merz dovrà decidere da che parte stare. Piuttosto reticente nel rapporto con Trump, finora si era creata tra i due capi di governo un rapporto solido, ma sereno principalmente per la decisione di Merz di non tenere il punto sugli argomenti che avrebbero potuto irritare Trump. Ora, però, potrebbe essere la volta in cui anche il moderatissimo cancelliere punta i piedi, nonostante la necessità di tenere la Casa Bianca a bordo della coalizione che sta cercando di raggiungere una pace in Ucraina: in questi giorni, osserva il quotidiano di Francoforte, Merz misura ogni parola proprio per evitare il rischio gaffe che negli ultimi mesi lo ha accompagnato a ogni passo. In una dichiarazione pubblica ha spiegato di voler evitare l’escalation a ogni costo, ma contemporaneamente ha ricordato al pubblico che l’Ue ha a disposizione una vasta scelta di strumenti di risposta, tra gli altri proprio il bazooka commerciale che Emmanuel Macron evoca spessissimo. 

Nazisti nel ghiaccio

Quella di Donald Trump non è un’idea nuova. Certo, il precedente che tira fuori lo Spiegel non depone esattamente a favore dell’affidabilità del presidente americano, perché parliamo del Terzo Reich, ma tant’è. La Groenlandia è sempre stata ambita per la sua posizione strategica e soprattutto la possibilità di dedurre dalle misurazioni metereologiche il tempo che avrebbe fatto di lì a poco sull’Atlantico settentrionale. Di conseguenza dal 1941 in poi gli Stati Uniti iniziarono a costruire basi militari e gli alleati decisero di escludere la Germania nazista dalla condivisione delle informazioni sul meteo che ricavavano dalle misurazioni che venivano effettuate sull’isola. 

A quel punto, la Wehrmacht decise di recuperare mandando una missione segreta in Groenlandia. Nome in codice, Holzauge: un Holzauge (letteralmente occhio di legno) è dove nel tronco di un albero prima dell’abbattimento partiva un ramo, e di conseguenza può restare un vuoto in una recinzione. Si usa anche nel modo di dire “Holzauge, sei wachsam”, “Holzauge, stai attento”, riconducibile a sua volta alla lingua dei soldati nel ventesimo secolo, con riferimento ai chi spiava (dai buchi) senza essere visto. 

I primi sbarcati costruirono un riparo per otto persone in modo di rendere possibile la permanenza a terra e in nave, dal 1942 iniziarono anche le misurazioni con i palloni aerostatici: ciononostante la squadra nascosta nella baia riuscì a lavorare di nascosto per qualche altro mese, finché nel 1943 i soldati furono scoperti e un ufficiale venne catturato. A maggio un bombardiere alleato colpì la stazione meteorologica: poco tempo dopo i soldati superstiti furono riportati in Norvegia in aereo. Senza i dati meteorologici le truppe tedesche finirono per essere in grande difficoltà, motivo per cui nel corso dello stesso anno si lanciò una nuova missione, ne seguirono altre successive. Stesso destino per tutte: per qualche mese i soldati riuscivano a trasmettere, poi la postazione veniva scoperta. 

Il meteo (o meglio, la mancanza di previsioni attendibili) giocò un ruolo importante anche in occasione del D-Day: gli alleati sapevano che il 5 giugno il tempo cattivo avrebbe reso impossibile lo sbarco in Normandia, ma erano anche consapevoli di poter contare su un breve miglioramento delle condizioni il giorno successivo, momento che sfruttarono dando il via alla liberazione dell’Europa occidentale. I tedeschi, invece, non erano al corrente e furono colti alla sprovvista. 

Per altro, i soldati tedeschi in Groenlandia furono anche gli ultimi a capitolare (oltra a essere quasi dimenticati con la fine della guerra). L’ultima delle missioni nell’Artico – la Haudegen, “spadone” – trasportò 80 tonnellate di materiale in Groenlandia e prese servizio a settembre 1944 in temperature che arrivavano anche a -40 gradi centigradi. Con la capitolazione del Reich l’8 maggio 1945 nessuno si preoccupò del destino delle truppe, che furono evacuate a settembre 1945 da un cacciatore di foche che consegnò i soldati agli alleati, di fronte ai quali capitolarono. 

Radiodestra

Vi portiamo una storia dall’Austria, dove la FPÖ ha inaugurato la sua webradio di partito, Austria First. Un nome trumpiano ed estremamente poco patriottico visto che preferisce l’inglese al tedesco, per un medium offre ai lettori una versione molto pop dell’estrema destra. Più Fratelli d’Italia che AfD, con una selezione musicale decisamente più radio privata che propaganda sovranista. 

Sembra una scelta anacronistica, scrive la Zeit, che si è dedicata all’ascolto del nuovo canale. Il medium aveva colpito però già il ministro della Propaganda del Terzo Reich Joseph Goebbels, che aveva attribuito alla radio un «significato veramente rivoluzionario»: nel caso dell’estrema destra austriaca, però, i contenuti che la FPÖ vuole valorizzare sono impacchettati in tappeti musicali pop e programmi caratterizzati da un tono gioviale e accogliente. Ovviamente intervengono i parlamentari della formazione, ma le interviste non vertono quasi mai sul merito, quanto su una conversazione confortevole e circoscritta nel piccolo universo dei «veri austriaci» – come ripete lo slogan della radio – e la celebrazione di tradizione e valori conservatori. 

L’intenzione dichiarata è proprio quella di uscire «dal corsetto politico» e offrire una «compagnia quotidiana per persone con intenzioni patriottiche». A spiegarlo è il segretario Herbert Kickl in persona quando si schiaccia play sul sito della webradio. Insomma, non si tratta di riempire un vuoto – la FPÖ è ormai talmente popolare da potersi ormai permettere di declinare gli inviti al talk show più importante del paese – ma di creare un intero immaginario intorno ai potenziali elettori. Perfino il discorso di capodanno di Kickl, uno dei momenti più importanti nel calendario sovranista austriaco, non viene trasmesso per intero, ma solo in piccoli frammenti. Delle notizie internazionali – dazi, Groenlandia, Ucraina – non c’è nemmeno bisogno di parlare. Propaganda coccolosa. 

Royals tedeschi?

No, non siamo all’alba di una serie di scandali appassionanti per le pagine di gossip come quelli offerti dalla casa Windsor, ma la taz ha osservato come – soprattutto in ambienti di destra – si stia affacciando all’orizzonte la prospettiva di una riabilitazione delle «virtù prussiane». La nostalgia degli Hohenzollern non sembrava esattamente sovrabbondante nella Bundesrepublik, ma adesso, almeno in certi ambienti, le cose potrebbero cambiare. Quando la famiglia reale cadde, nel 1918, passò alla storia il grido del socialdemocratico Philipp Scheidemann: «È caduto il vecchio e il marcio, è caduta la monarchia. Viva la novità, viva la repubblica!»

Ironicamente, racconta il quotidiano berlinese, ora sarà proprio un socialdemocratico a entrare nel consiglio della fondazione delle proprietà d’arte degli Hohenzollern per conto degli eredi della famiglia reale. Matthias Platzeck ha guadagnato una poltrona nell’ente che amministra le proprietà degli ex reali, ma non sembra avere (ancora) intenzione di ricostruire la monarchia. Qualcuno era preoccupato che con una serie di inaugurazioni o ristrutturazioni dei beni di famiglia si assistesse a un momento di favore nei confronti degli ex royals come accadde nel 1981, quando una mostra aveva rianimato il sentiment monarchico in Germania. 

Una parte della storiografia, scrive la taz, ha deliberatamente minimizzato il ruolo degli Hohenzollern nella Prima guerra mondiale, ciononostante la presa delle iniziative di AfD, che alla famiglia reale ha dedicato una Festa della Prussia per celebrare i «rivoluzionari culturali» resta limitata. Piuttosto, c’è una rivalutazione delle “virtù” che alcuni storici attribuiscono alla famiglia, come la posizione “tutto o niente” con cui Federico II vinse le guerre di Slesia (tre scontri con gli Asburgo per il dominio della regione nel corso del Settecento) oppure la fiducia nello stato autoritario. Altri storici, tra cui Barbara Stollberg-Rilinger, intervistata dalla taz, la vedono diversamente, e piuttosto riconoscono nella famiglia uno spirito di mascolinità tossica, misoginia e rozzezza. 

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