Torniamo da voi con un numero di ragguaglio sulle conseguenze della crisi dovuta alle tensioni intorno allo Stretto di Hormuz in Germania. La notizia è che, a fronte delle condizioni sempre più difficili in cui opera l’economia tedesca, anche un partito di governo ora arrivi a evocare – in maniera non dissimile da quello che succede in Italia nel dibattito sui conti pubblici – la possibilità di sospendere il freno del debito. 

I conti degli altri

A sollevare la possibilità di sospendere la regola del freno al nuovo debito è stato il capogruppo della Spd Matthias Miersch. In realtà, la Cdu/Csu ha già manifestato la propria contrarietà alla possibilità di indebitarsi oltre il limite stabilito. Per Miersch, però, «lo Stato ha il compito di evitare che la nostra economia crolli» ha detto alla Neue Osnabrücker Zeitung. Non per vedere tutto nero, insomma, ma Miersch raccomanda di tenersi aperte tutte le opzioni, tra cui anche quella di deliberare in parlamento su uno stato di emergenza che autorizzerebbe a scavalcare il freno. 

La tagesschau riferisce come, immediatamente, all’intervista (pubblicata in una situazione interna alla maggioranza già molto tesa) siano  seguite le critiche del partner di coalizione. Tanti esponenti della Cdu/Csu hanno ammonito di non prendere la via di nuovo debito, che secondo il segretario generale Carsten Linnemann sarebbe addirittura «prova di pigrizia politica». Piuttosto, meglio investire energie in maggiore lavoro, tagliare in maniera radicale la burocrazia e spingere sull’innovazione. 

Miersch ha però anticipato una delle principali argomentazioni della Cdu, che continua a sostenere un ulteriore indebitamento non sarebbe risolutivo ma rischierebbe di aggravare problemi già presenti. Per il capogruppo chi esclude questa possibilità «non è consapevole delle dimensioni degli shock che ci stanno raggiungendo se la crisi continua». Anche perché la questione non riguarda solo il costo dei carburanti, ma il rischio è che vadano in frantumi intere catene d’approvvigionamento, motivo per cui vanno organizzate misure che mettano al sicuro «la tenuta della società». Non solo attraverso bonus, ma anche con misure a medio termine, simili a quelle messe in campo durante il periodo del covid. 

Tema Reiche

In prima linea a chiedere riforme c’è in ogni frangente la ministra dell’Economia Katherina Reiche. Ormai sarete probabilmente familiari con questo nome: ve lo facciamo spesso, un po’ per deformazione professionale, un po’ perché è innegabile che gran parte delle tensioni che hanno caratterizzato questo primo anno di legislatura l’hanno coinvolta o è proprio partita da lei. Come quando, qualche tempo fa, ha categorizzato le proposte del partner di coalizione come «costose» e «dannose». 

Resta il fatto che Reiche ha dovuto ritoccare al ribasso la previsione di crescita arrivando allo 0,5 per cento. Un numero cupo, che delinea scenari piuttosto lugubri. L’aggiustamento è però in linea con quello del Fondo monetario internazionale sulla crescita dell’economia mondiale. La ministra, tuttavia, sembra ancora brancolare nel buio per quanto riguarda eventuali soluzioni ad hoc o interventi strutturali per ribaltare l’economia come ha promesso in campagna elettorale Friedrich Merz. Vero è in ogni caso che il suo appeal resta forte per l’elettorato ultraliberista che apprezza l’aggressività con cui Reiche critica il livello di tassazione in Germania, secondo lei eccessivo rispetto ad altri paesi paragonabili. 

Senza menzionare il fatto che sono poche le sue proposte andate effettivamente a dama. Mentre Reiche continua ad allontanare da sé le polemiche sul suo passato da manager di una grande azienda energetica, è interessante notare come anche sulla Wirtschaftswoche, un settimanale specializzato – non esattamente un covo di bolscevichi – sia comparso un editoriale di Max Haerder in cui si critica il fatto che Reiche appaia «gelidamente indisponibile al compromesso». Alla fine, nessuna legge discussa nel suo ministero è stata finora messa a terra e la ministra stessa dà l’immagine di una politica non all’altezza della situazione, per altro una lettura – secondo le fonti dell’autore – diversa dalla realtà che si registra lontano dalle telecamere. A questo punto però Reiche corre il rischio che uno dei suoi più grandi sostenitori, il cancelliere, finisca per essere – anche lui – respinto dal suo atteggiamento poco collaborativo. 

Un Signal d’allarme

Ha fatto molto scalpore sul finire della scorsa settimana il fatto che – secondo lo Spiegel – la presidente del Bundestag Julia Klöckner sarebbe vittima dell’attacco di phishing tramite Signal. Secondo le prime indagini, l’ondata di attacchi, che avrebbe riguardato anche le ministre di Istruzione ed Edilizia Karin Prien e Verena Hubertz, sarebbe da ricondurre a hacker russi. 

Attraverso una finta richiesta di contatto per notificare una violazione dell’account dell’app di messaggistica, infatti, gli hacker sarebbero riusciti a prendere il controllo dell’account Signal delle vittime, potendo quindi spacciarsi per loro e anche accedere a dati, fotografie e conversazioni salvati nell’account. I messaggi esca sarebbero comunque circolati a livelli molto alti, tra parlamentari, diplomatici e giornalisti: ad abboccare, anche alcuni membri del Bundestag. Fin da inizio anno le autorità di intelligence avevano avvertito di fare attenzione a eventuali tentativi di hackeraggio: tanti report hanno attribuito fin da subito la responsabilità agli hacker russi. Ora a occuparsi più da vicino della vicenda sarà la procura federale.

Guaio grosso in Siria

Appena recuperato il rapporto con il nuovo governo siriano, per Berlino si apre una nuova bega. Quando poche settimane fa Friedrich Merz ha ricevuto Ahmed al Sharaa alla cancelleria e insieme a lui ha anticipato la prospettiva di un rimpatrio (o quantomeno un invito al rimpatrio) dell’80 per cento dei siriani arrivati in Germania intorno al 2015. Con grande gioia di al Sharaa, che nel suo piano di ricostruzione ha gran bisogno di forza lavoro qualificata come quella che si è formata per dieci anni in Germania. 

Certo, resta il dubbio che i siriani vogliano effettivamente tornare in patria. Ma Merz e al Sharaa potrebbero aver parlato anche del caso di Eva Michelmann. La giornalista, scomparsa da tre mesi, sarebbe rinchiusa in un carcere di Aleppo. O almeno, così riferisce un testimone oculare, visto che il governo siriano sostiene di non avere notizie di lei. Secondo altri testimoni oculari, Michelmann è stata arrestata assieme al collega curdo Ahmet Polat il 18 gennaio a Raqqa. Caricata su un mezzo militare attribuito a milizie vicine al governo provvisorio, se ne sono perse le tracce, vista anche la zona remota. 

Parenti e amici della giornalista si sono attivati per avere sue notizie fin quando alcuni miliziani curdi liberati dalle carceri hanno riferito di essere stati detenuti per un periodo nella stessa prigione di Aleppo dove si troverebbero Michelmann e Polat. Lo stesso testimone oculare racconta anche di condizioni di fame e maltrattamenti. La famiglia e il suo avvocato chiedono a governo e ministero degli Esteri di attivarsi per creare un canale con le autorità e con la giornalista in maniera da liberarla il prima possibile. Sembra però una strada in salita, considerato il fatto che il governo siriano continua a negare di avere informazioni a proposito. Dall’incontro tra il presidente e il cancelliere non è filtrata nessuna notizia su eventuali scambi a proposito del caso della giornalista, ma da parte della famiglia c’è grande incomprensione per la cooperazione economica che Berlino ha assicurato a Damasco in queste condizioni. 

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