Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Il disimpegno degli attentatori da Prato ha lasciato varie tracce dietro di sé.

a - Presso l’Alitalia è stato acquisito il biglietto relativo al volo BM 1122 del 27-5-93 sulla tratta Pisa-Palermo effettuato dal passeggero Ferrau E. Mister. Il check-in fu effettuato alle ore 13,37.

È esattamente come ha detto il Ferro.

b - L’aquisto del mangianastri con radio e delle musicassette da parte di Carra Pietro è stato confermato, in pieno, dal teste Russo Francesco.

Questi ha detto appunto di essere titolare di un impianto Agip sull'autostrada Firenze-Mare, a Migliarino nord, nel tratto da Firenze veso Pisa, esattamente prima della deviazione per l’autostrada Genova-Livorno.

All’interno dell’area gestisce anche un negozio di oggettistica varia (Big Bon). Tra i documenti contabili e registri di cassa conserva una specifica giornaliera dei prodotti venduti, dai quali ha potuto verificare che nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 (prima delle sei del mattino) vendette un radioregistratore al prezzo di £ 71.500 (comprensivo dell’IVA al 19%), due musicassette a «basso prezzo» per complessive £ 24.000 e due batterie torcia Duracell per complessive £ 14.000. Gli stessi dati erano contenuti nel registratore di cassa.

Consultando i documenti di acquisto, da parte sua, della merce, egli è potuto risalire anche al tipo di apparecchio radio venduto quella notte. Si trattava, appunto, del registratore mini CR-18, distribuito dalla Big Bon.

Ha potuto anche affermare che detta radio fu venduta di notte, perché adottava, già allora, un sistema personale di controllo del venduto e dei dipendenti, così descritto:

«Cioè, ogni turno è responsabile della merce che consegna all'altro turno. Di conseguenza il turno di mattina consegna la merce al turno di pomeriggio mediante un controllo dell'inventario. Il turno del pomeriggio a quello della notte, quello della notte successivamente a quello della mattina. Di conseguenza quella mattina mancava tutta quella oggettistica che è segnata là».

La testimonianza del Russo è precisa, esauriente, disinteressata. Contiene in sé tutti i dati per concludere che Carra dice il vero quando afferma di essersi trovato sulla Firenze-Mare nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 e di essere stato incaricato dal Barranca di fare gli acquisti sopradetti.

Conferma, infine, la precisa conoscenza dei luoghi da parte del Carra (la collocazione e le caratteristiche del distributore sono state da lui descritte con assoluta precisione).

c - È vero che, come dice, Carra fu controllato dalla Polizia Stradale in data 27-5-93; solo che egli si sbaglia sull’orario (ha detto nel primo pomeriggio).

Infatti, da un accertamento effettuato negli archivi del ministero dell’Interno, è risultato che il 27-5-93, alle ore 6,08, fu effettuata una interrogazione al terminale CED del Ministero dell’Interno da parte di una pattuglia GOA della Polizia Stradale di Fiano Romano sulla targa TO-52079D (che identifica, appunto, il trattore di Carra).

Il GOA (Gruppo Operativo Autostradale) di Fiano Romano ha competenza territoriale sulla zona sud di Roma. È un reparto che si occupa specificamente del controllo autostradale. Questo significa che l’accertamento fu fatto relativamente ad un veicolo che viaggiava in autostrada a sud di Roma.

Questo dato, che riscontra in pieno il racconto di Carra, è stato messo in discussione dai difensori di vari imputati, perché al terminale CED non risulta fatta, quel giorno, una interrogazione a nome, altresì, di Carra Pietro.

Ma il dr. Zito, dirigente del Centro Operativo Dia di Firenze, ha esaurientemente spiegato che le forze di polizia non sono tenuto a rispettare un «protocollo di domanda» allorché interrogano il CED del Ministero dell’Interno. Esse, a seconda delle circostanze, fanno interrogazioni sulla targa, sulla persona, su entrambe, ovvero solo sui numeri di telaio. È l’operatore su strada, in definitiva, che sceglie in che modo regolarsi, sulla base delle esigenze del momento.

La spiegazione data dal dr. Zito è logica ed esauriente e proviene da un soggetto qualificato. Non c’è nulla che consenta di metterla in discussione.

D’altra parte, che il Carra, partito da Palermo via mare il 24-5-93, sia poi ritornato in Sicilia via terra lo dimostrano (si potrebbe dire «a contrario») gli accertamenti fatti dalla polizia giudiziaria presso le compagnie di navigazione, dai quali non sono emersi rientri via mare del trattore tg TO-52079D successivamente al 24-5-93.

È emerso, invece, che il semirimorchio tg PA-15424 (lo stesso partito da Palermo 1l 24-5-93 agganciato alla motrice tg TO-5209D) fece rientro a Palermo il 5-6-93 con la motonave Tirrenia partita da Genova il 5-6-93. In questo caso, però, era agganciato alla motrice tg. VE-11500 ed era carico di materiale ferroso.

Ciò significa che il semirimorchio lasciato da Carra al porto di Livorno il 27-5-93 fu poi utilizzato per caricare del ferro e fu trasferito a Palermo, otto giorni dopo, con un altro trattore.

Conclusioni in ordine alla strage di via dei Georgofili

Gli elementi di riscontro, sopra passati in rassegna, alle dichiarazioni dei due collaboratori principali (Carra e Ferro Vincenzo) sono imponenti. Essi toccano tutti gli aspetti della vicenda criminosa all’esame di questa Corte e sono tutti di grande rilievo.

Innanzitutto, quelli relativi ai viaggi di Ferro Vincenzo. Gli accertamenti presso le compagnie di navigazione aerea e presso le Ferrovie dello Stato hanno consentito di ricostruire, giorno per giorno, ora per ora, gli spostamenti del dichiarante, che risultano effettivamente avvenuti nei tempi e nei luoghi da lui indicati, con i mezzi e con le persone che, di volta in volta, ha precisato.

Nessuna smagliatura o incongruenza vi è tra il dichiarato e l’accertato, nemmeno nei particolari (salvo quanto si dirà in ordine al viaggio del 23-5-93).

Anche il viaggio di Carra Pietro, relativo ai momenti cruciali dell’approvvigionamento e del disimpegno, ha trovato inequivoco riscontro negli accertamenti di PG, che hanno riguardato non solo gli aspetti indefettibili dello spostamento (la documentazione in possesso delle compagnie di navigazione), ma anche quelli eventuali (l’acquisto del mangianastri e delle musicassette) e accidentali (il controllo del GOA).

Le dichiarazioni di Grigoli intorno al rudere di Nino Mangano, in cui avvenne la lavorazione dell’esplosivo, hanno trovato conferma intorno all’unico dato riscontrabile: l’esistenza di questo rudere e la sua riferibilità a Mangano Antonino.

L’esame dei tabulati in possesso a Ferro Vincenzo, Carra Pietro, Spatuzza Gaspare e Calabrò Gioacchino ha evidenziato la perfetta corrispondenza tra tra le risultanze degli accertamenti di PG e quelle desumibili dal movimento dei cellulari.

Il confronto tra le dichiarazioni di Ferro Vincenzo e i testi veri e propri di questo procedimento ha sempre confermato l’attendibilità del collaboratore (ci si riferisce, in particolare, alle testimonianze di Rossi, Lo Conte, Borgioli, Suglio). Così pure il confronto tra le dichiarazioni di Ferro Vincenzo e un altro collaboratore (Calvaruso), che ebbe a rendere le prime dichiarazioni al pm di Firenze l’8-2-96, quando ancora il Ferro non era «pentito» e quindi nulla si sapeva del Fiorino e del fatto che era stato portato sul posto da Lo Nigro e Spatuzza.

Piena conferma al ruolo di Ferro Vincenzo nella vicenda di via dei Georgofili è venuta da Sinacori Vincenzo, un soggetto che era vicino ad uno dei mandanti di questa azione delittuosa (Messina Denaro, come si vedrà meglio nel prosieguo).

Nessuna controindicazione difensiva è venuta dagli imputati, nemmeno a livello di indizio, nonostante l’assunto accusatorio concerna almeno cinque di essi e nonostante sia loro imputata una attività svoltasi nell’arco di ben cinque giorni (nessuno ha uno straccio di alibi).

In verità, i difensori di vari imputati hanno messo l’accento su alcune contraddizioni rilevabili nel racconto dei collaboratori per dedurre la generale inattendibilità degli stessi.

La contraddizione più grave toccherebbe il momento iniziale della fase esecutiva: la giornata del 23-5-93. Infatti, Carra dice che Barranca, Lo Nigro e Giuliano erano, quel giorno, a Palermo, per caricare l’esplosivo; Ferro dice che erano a Prato, dove li trovò verso mezzogiorno.

In realtà, come è stato già messo in evidenza, Ferro Vincenzo non giunse a Prato verso mezzogiorno del 23-5-93, ma nelle prime ore del 24 maggio (verso le due di notte), essendo partito da Palermo (per Roma-Fiumicino) alle 20,45 del 23 maggio.

La contraddizione, quindi, si può spiegare in almeno due modi: o Barranca e compagnia partirono da Palermo dopo aver caricato l’esplosivo, nella serata del 23-5-93 (con un volo diretto per Firenze o Pisa potevano giungere a Prato entro mezzanotte, pur partendo da Palermo verso le ore 22,00); ovvero Carra ricorda male il giorno di partenza (non l’indomani del carico, ma due giorni dopo).

Questa correzione nel racconto di Ferro ne porta con sé un’altra: i sopralluoghi a Firenze iniziarono non nella giornata del 23 maggio, bensì in quella del 24.

Questo spiega anche perché il 25, giorno di arrivo dell’esplosivo, qualcuno (Barranca o Lo Nigro) telefonò a Carra, verso le 19,30, per spostargli l’appuntamento alle 23,00. Alle 19,30, infatti, il gruppo era ancora impegnato nel sopralluogo a Firenze e non era disponibile per il trasbordo.

Una precisazione va fatta, a questo punto: è inutile cercare sui tabulati del cellulare di Carra la telefonata da ultimo menzionata, in quanto i tabulati rilasciati dalla società telefonica non riportano le chiamate da utenza fissa ad utenza cellulare.

Spiegata, in questo modo inoppugnabile, l’apparente disarmonia tra il racconto dei due, va detto che non ha spiegazioni, invece, la discordanza, pure rilevabile nel loro racconto, circa il modo in cui si incontrarono Carra e gli altri nella serata del 25 maggio.

Infatti, Carra dice che telefonò a casa di Messana Antonino e subito gli si fecero incontro Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza; Ferro dice che incontrò Carra mentre faceva un giro con Barranca.

Per spiegare questa discordanza sono possibili solo congetture. Cioè:

Carra ha dimenticato un passaggio: prima di Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza gli si fecero incontro, dopo la telefonata, Barranca e Ferro Vincenzo. Quest’ultimo rimase in disparte, sull’auto, e non fu da lui notato;

Ferro non vuole parlare della telefonata delle ore 22,58 per non compromettere ulteriormente lo zio. A quella chiamata, rispose, infatti, quasi sicuramente, Messana Antonino. Per questo dice che l’incontro avvenne nel corso di un giro fatto insieme a Barranca.

Si spiega, invece, la discordanza tra Carra e Ferro circa la persona che accompagnò Barranca all’ultimo appuntamento con Carra nella tarda serata del 26-5-93 (Ferro dice che Barranca fu accompagnato da Spatuzza; Carra da un giovane con «parlantina italiana». Questo giovane non poteva essere Spatuzza, giacché questi non ha parlantina italiana ed era, tra l’altro, conosciuto a Carra).

Si spiega con la tendenza di Ferro Vincenzo a minimizzare il ruolo avuto nella faccenda da sé o dai congiunti. Quel giovane, infatti, non poteva essere che il Ferro Vincenzo stesso (che ha studiato è può disporre, all’occasione, di parlantina italiana), ovvero uno dei suoi tre cugini. La stessa persona, cioè, che spostò l’appuntamento a Carra nelle due occasioni precedenti.

Non va dimenticato, infatti, che per l’accompagnamento di Barranca la sera del 26 maggio fu utilizzata, con ogni probabilità, proprio l’auto di Messana Giampierpo (la VW Golf). La contraddizione tra Ferro Giuseppe e Ferro Vincenzo (questi ha taciuto dell’incontro avvenuto a Castellammare tra il padre e Gioacchino Calabrò) era già stata anticipata, indirettamente, da Ferro Vincenzo all’inizio del suo esame, allorché dichiarò di non voler parlare del padre e dei fatti che a questi potessero recare nocumento.

La scelta era legittima e va solo apprezzata in sede di determinazione della pena; non certo in sede di valutazione dell’attendibilità.

Queste sono le (pochissime) contraddizioni che, voltando e rivoltando le dichiarazioni di Ferro e Carra, è possibile rinvenire nei loro racconti. Va detto subito, però, che si tratta di contraddizioni che non toccano mai aspetti decisivi (e nemmeno rilevanti) della vicenda processuale, ma solo aspetti di contorno e marginali.

Per contro, va rimarcato le due versioni sono assolutamente coincidenti sugli aspetti fondamentali: persone, giorni, luoghi, mezzi e persino orari tornano, nelle dichiarazioni dei due, con una coincidenza ossessiva e tale da spazzare ogni dubbio sulla sostanziale veridicità del loro portato confessorio e accusatorio.

Pertanto, anche a voler enfatizzare al massimo (come è stato fatto dalla difesa di alcuni imputati) le disarmonie tra le dichiarazioni suddette, bisogna concludere che queste non intaccano l’ossatura principale del racconto, perché le «armonie» sono assolutamente preminenti.

Per usare una espressione letteraria, si può dire che non è l’ombra dei lati oscuri che si allunga sulle zone di luce, ma è la luce disponibile che rischiara i pochi lati oscuri residuati.

Per completezza di valutazione va detto che tra i lati oscuri non può essere messa, come hanno preteso fare alcuni difensori, la parziale conoscenza della città di Firenze che Ferro Vincenzo ha mostrato di avere nel sopralluogo fatto col Pubblico Ministero in data 15-5-96.

Infatti, nel corso di questo sopralluogo il Ferro dichiarò, ad un certo punto, in prossimità del Ponte Vecchio, di non orientarsi più.

Nè gli può essere contestato il fatto di non ricordarsi in quale ristorante cenò nella serata del 24-5-93 (in realtà, come si è detto, del 25-5-93) e nemmeno il fatto che abbia definito Piazza della Signoria «la piazza con le statue», giacché, come egli stesso ha dichiarato (e come non diversamente risulta a questa Corte) non era mai stato in questa città prima del 24 maggio 1993.

Si comprende quindi, per questo motivo, come una persona che non abbia, tra l’altro, particolare dimestichezza con l’arte, possa disorientarsi nel dedalo del centro storico di Firenze e possa non ricordare la collocazione di un ristorante frequentato per una sola volta.

Nemmeno si comprende perché la falsità del Ferro debba desumersi dal fatto che questi, pur cenando con Giuliano Francesco e frequentandolo dal 23 al 27 maggio 1993, non notò la psoriasi da cui era affetto quest’ultimo, come ha rilevato il difensore del Giuliano.

Infatti, non è stato alcun modo dimostrato, e non risulta quindi a questa Corte (a parte ciò che ha liberamente dichiarato lo stesso imputato, spontaneamente, all’udienza del 6-3-97) che Giuliano avesse segni evidenti di questa malattia in parti visibili del corpo, nel periodo in considerazione.

Così come non ha veramente alcun rilievo il fatto che Carra ha dichiarato di non ricordare se uscì dall’autostrada a Prato-Ovest o a Prato-Est, ovvero se ricevette la prima telefonata da Barranca e la seconda da Lo Nigro o viceversa: sono defaillances che possono capitare alle memorie più vivide e non autorizzano nessuna illazione.

In conclusione, la fase preparatoria ed esecutiva di questa strage è sicuramente quella descritta dai due Ferro e da Carra Pietro, pur con qualche smagliatura che concerne esclusivamente le dichiarazioni di Ferro Vincenzo, dettata dal desiderio di alleggerire la posizione propria, del padre e dello zio. Di esse si parlerà nell’esaminare individualmente la posizione di queste persone.

Ma sono smagliature, è bene ribadire, che non toccano il nucleo centrale del suo racconto, corroborato da una serie imponente di riscontri che lo fanno ritenere sicuramente attendibile.

Per conseguenza, salvo quanto si dirà sull’elemento soggettivo (allorché verranno valutate le posizioni dei singoli imputati), responsabili esecutivi della strage di via dei Georgofili sono da ritenersi Mangano Antonino, Calabrò Gioacchino, Pizzo Giorgio, Barranca Giuseppe, Giuliano Francesco, Lo Nigro Cosimo, Spatuzza Gaspare e, ovviamente, Ferro Vincenzo, Carra Pietro e Ferro Giuseppe.

A queste persone va aggiunto Cannella Cristofaro. Si è già detto, invero, che la strage di via Fauro e quella di via dei Georgofili furono pensate insieme (come le altre). Quel che rileva, in questa sede, è che dovevano anche essere attuate in rapida successione e dalle stesse persone.

Si è appreso dai due Ferro, infatti, che subito dopo il 14 maggio 1993 (giorno in cui Ferro Vincenzo si portò dallo zio per trovare una soluzione alternativa), alcune persone si portarono a casa di Messana Antonino con la «pretesa» di alloggiare da lui e che furono da questi mandate via. Tant’è che si mise in moto il meccanismo sfociato nell’incontro di Castellammare tra Ferro Giuseppe e Calabrò Gioacchino e nel viaggio del 19 maggio (Ferro Vincenzo vola a Prato, insieme alla madre Messana Grazia, per convincere lo zio).

Le persone che si presentarono al Messana a ridosso del 14 maggio erano sicuramente le stesse che eseguirono poi l’attentato il 27 maggio, a parte, probabilmente, Benigno, che non era necessario (perché a Firenze non era previsto l’uso di un telecomando). Le persone, cioè, che liberatesi dell’incombenza di Costanzo, proseguirono verso il nord per eseguire l’altra parte del programma.

Non sarebbe stato possibile, infatti, reperire ed istruire, nel breve lasso di tempo intercorrente tra il 15 e il 23 maggio 1993, un’altra squadra per realizzare l’attentato. Senza contare, poi, che non sarebbe stato nemmeno prudente ed economico.

Questo significa che i «capi operativi» della strage di via Fauro e di quella di via dei Georgofili dovettero concertarsi tra loro per la riuscita delle due imprese. Dovettero, cioè, concertarsi sui tempi, sui mezzi, sull’impiego degli uomini occorrenti allo scopo.

In altre parole, dovettero pensare unitariamente le due imprese criminose e organizzarne congiuntamente l’esecuzione, in modo da evitare interferenze, sovrapposizioni, impacci e da rendere possibile l’impiego delle energie disponibili.

Questa cooperazione, centrata sulla fase organizzativa, concreta sicuramente una forma di compartecipazione nel reato. Sul punto è inutile dilungarsi, perché non c’è veramente bisogno di spiegazioni.

Ora, il «capo operativo» della strage di via Fauro, cioè la persona che diresse le operazioni dall’inizio alla fine, fu certamente Cannella Cristofaro, come emerge chiaramente dal racconto di Scarano Antonio.

Fu lui quindi che dovette concertarsi con Barranca Giuseppe, il capo operativo dell’impresa di via dei Georgofili (come emerge dal racconto di Ferro Vincenzo), per la buona riuscita di quest’ultima, con le conseguenze sopra illustrate.

Infine, va detto che nessun rilievo può avere, sulla responsabilità di Cannella, il fatto, messo in evidenza da alcuni collaboratori, che egli, dopo la strage di via Fauro, sia stato messo da parte da Giuseppe Graviano, non avendo dato buona prova sul campo. Quando ciò avvenne, infatti, il suo contributo (organizzativo) alla strage di via dei Georgofili era già stato dato.

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